menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"

mercoledì 11 aprile 2018

Pensiero critico - Media education, come creare il “cittadino scientifico” nella società digitale

La Media Education concorre alla formazione del “cittadino scientifico” della network society proprio perché l’uso delle nuove tecnologie deve comportare un’attitudine critica e riflessiva nei confronti delle informazioni, l’uso responsabile dei mezzi di comunicazione, un interesse a impegnarsi in reti con scopi culturali.

Il pioniere degli studi sulla comunicazione sociale e precursore del World Wide Web, Marshall McLuhan, circa la non neutralità dei mass media affermò cheil medium è il messaggio” [1]. In altri termini: un insieme di risorse informative che la rete rende disponibili prevede una comunità di individui che usa consapevolmente Internet per comunicare, informarsi, apprendere ed effettuare transazioni; prevede un’organizzazione culturale delle conoscenze e competenze, immanenti all’insieme di risorse informative rese fruibili dalla rete, che possa esprimersi in modalità coscienziali.

La network society e le contraddizioni tra “pensiero” e “applicazioni”

Le contraddizioni tra procedure, tecnica (funzionalità) e pensiero critico (abilità che permette di indagare cercando riscontri oggettivi e di verificare le informazioni acquisite, di valutare e interpretare dati e esperienze al fine di giungere – autonomamente – a conclusioni chiare e precise), tra “efficacia operativa” e “razionalità” e, generalizzando, tra “lavoro manuale” e “lavoro intellettuale”, non sono storicamente una novità. Tuttavia, l’asse portante dell’attuale network society, sembra divaricare in modo accentuato la “fruizione” dal “senso”, il “lessico” dalla “semantica”, permeando le relazioni sociali con la peculiare dicotomia, pedagogicamente nociva per lo sviluppo culturale della società, tra le “abilità” e le “esperienze della riflessione”.

Nella contemporaneità, essere edotti sull’evidente contraddizione tra il “pensiero”, generato e sostenuto dal sistema tecnico-economico, e le “applicazioni” è di fondamentale importanza per saper valutare le informazioni che si vogliono gestire e ben progettare le azioni che si intendono intraprendere. Si tratta non di una velleitaria singola life skills, ma di un insieme organico di sotto skills che portano il soggetto a saper svolgere diverse operazioni:
  • la chiarificazione come capacità di vagliare e mettere a fuoco la questione e attribuire ad essa un significato
  • l’analisi come capacità ad articolare la problematicità della questione nei suoi aspetti diversi, analizzandone anche i punti impliciti
  • la valutazione, il saper accertare il valore delle fonti di informazione verificandone l’attendibilità, l’accordo tra esse, la credibilità
  • l’influenza come capacità di ampliare i dati di partenza, tramite inferenze e deduzioni
  • il controllo come abilità nel saper monitorare il ragionamento durante tutto il processo

Capacità di critica e gestione delle tecnologie: la Media Education

L’assenza della capacità di critica – nel campo dell’I. C. T. – si rileva, esemplificando, nella scarsa considerazione delle derive mercantili indotte dall’obsolescenza programmata, quella strategia produttiva che causa la “svalutazione economica di un bene o di uno strumento di produzione derivante dal progresso scientifico e tecnologico che ne fa immettere continuamente sul mercato di nuovi e più sofisticati”. Esercitare la critica, viceversa, vuol dire discernere, distinguere consentendo alla mente di suddividere gli oggetti di pensiero in ricevibili e non-ricevibili, di produrre rappresentazioni attendibili della realtà, di non cedere alla logica che rende precocemente obsoleto ciò che ha un ciclo di vita più esteso [2].
Il ragionamento allude ad una necessità storico-sociale: conciliare le prassi sociali di produzione e consumo (comprese le innovazioni tecniche) con lo sviluppo cognitivo e di personalità individuale e collettiva per definire in modo rigoroso una persona come digital-addicted.
La conoscenza e la capacità di padroneggiare e gestire strumenti tecnologici non è scindibile dalla capacità di veicolare ed interpretare i contenuti che vengono trattati con i diversi media, dai libri (strumenti quest’ultimi ben lontani dallo scomparire, anche perché spesso valido antidoto a certa superficialità mediatica) ai mezzi digitali.
Il potenziale scientifico insito nella riorganizzazione odierna dei sistemi di produzione  e riproduzione della formazioni economico-sociali ha posto le basi allo sviluppo delle reti di telecomunicazione, alla nascita dei circuiti integrati e dei microprocessori, allo sviluppo dei protocolli di comunicazione digitale e, infine, all’avvento di interNET (come infrastruttura di telecomunicazioni) e del WEB (come ragnatela di contenuti digitali legati tra loro attraverso collegamenti ipertestuali), ma non ha innescato contestuali percorsi di “cittadinanza scientifica”.
È così emersa la network societycome forma dominante di organizzazione socio-economica della nostra epoca -, ma ancora tardano ad apparire i “cittadini scientifici” essendo deficitari della consapevolezza necessaria nel distinguere l’alfabetizzazione digitale dell’essere online dal saper usare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informatica (TSI) in ambito lavorativo, comunicativo e nel tempo libero; nell’essere consapevoli di come le TSI possono incentivare la creatività e l’innovazione; nel comprendere le problematiche legate all’efficacia delle informazioni disponibili e dei principi giuridici ed etici che si pongono nell’uso interattivo delle TSI.
La Media Education [3] trova oggi il terreno di intervento nel concorrere alla formazione del “cittadino scientifico” della network society proprio perché l’uso delle TSI deve comportare – evitando “passività”, “alienazione”, “subalternità” -, un’attitudine critica e riflessiva nei confronti delle informazioni disponibili, l’uso responsabile dei mezzi di comunicazione interattivi, un interesse a impegnarsi in comunità e reti con scopi culturali, sociali e/o professionali.
È noto che esiste «una vera e propria funzione attiva o formativa messa in atto dai media sul pubblico, perché, al di là della discordanza tra le teorie degli effetti dei media, non si può dubitare del fatto che essi abbiano la capacità di trasmettere messaggi, fornire modelli di comportamento, mettere in risalto opinioni e valori» [4]; non è altrettanto chiaro che su questa dimensione empirica si debba innestare un’intenzionalità socializzatrice nonché d’istruzione e di coerenti percorsi curricolari didattici, educativa e formativa; non è del tutto condivisa la necessità di  introdurre processi semplici e lineari riassumibili in due cardini: “orizzontalità” e “knowledge experience”.

Media Education, media literacy e pensiero critico

L’attuale tematizzazione culturale e pedagogica della Media Education, a partire dall’uso stesso di questa efficace dizione, si deve a Len Masterman nei primi anni Novanta, collocandosi in una zona di incrocio fra Cultural Studies ed “educazione attiva”, il concetto di “Sistema formativo” e di educazione alla cittadinanza. L’aspetto  più recente della Media Education risiede nella sua identità epistemologica che tiene insieme l’alfabetizzazione (media litercy) e il “pensiero critico”, l’educazione dei soggetti come fruitori e come produttori di messaggi, la multimedialità come ricombinazione degli elementi della dimensione extragenetica, artificiale, culturale della condizione umana, come “attualità antropologica” che incorpora una strategia didattica pervasiva dove i media di longeva configurazione e nuova generazione interagiscono nei processi di socializzazione e, precipuamente, d’insegnamento e apprendimento [5].
Conseguentemente, l’orizzonte della Media Education non è riducibile al solo fare qualche “buona esperienza” utilizzando una certa strumentazione tecnologia, ma a come l’organizzazione sociale e le istituzione delegate alla formazione sono in grado di assumere i media come parte integrante della propria fisiologia d’inclusione sociale e di metodologie apprenditive, investendo risorse e competenze per migliorare la formazione nelle conoscenze e nelle competenze di cui la scuola ha la prerogativa pedagogica [6]. La Pedagogia della Media Education mette in evidenza la necessità di uscire dal paradigma difensivista, tipico di una cultura che vedeva nei media soprattutto i caratteri dell’aggressione culturale. La Media Education [7] oggi si propone come strategia di empowerment, di emancipazione culturale, persino di uscita dalla subalternità d’una gerarchia sociale cristallizzata.

La Media Education e l’oligarchia delle produzioni digitali

Ancor più efficace il ruolo della Media Education risalta quando si osservano fenomeni costitutivi d’una nuova e potente oligarchia planetaria delle produzioni digitali [8]. InterNET ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. La Media Education propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano l’immaginario umano a fini di profitto economico e di controllo sociale. Può mettere in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, ansie e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare forme di dominio, discriminazioni, esclusione scoiale. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione di beni e servizi Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione personale e collettiva per istituire nei luoghi ordinari della vita varchi di liberazione dall’ignoranza.
Ripercorrendo la micro-fisica dei processi innescati dai dispositivi digitali che mediano l’attività lavorativa – smartphone, piattaforme, sistemi gestionali, registri elettronici – si esplorano alcune metamorfosi radicali che, mentre rovesciano il rapporto millenario tra gli umani e i loro strumenti, sconvolgono ciò che fino a ieri è stato chiamato familiarmente chiamato “lavoro”. Alcuni territori chiave – la digitalizzazione della scuola, della professione medica, dei servizi, dei trasporti condivisi, dei grandi studi legali e delle banche – assunti come analizzatori, raccontano l’impatto trasformativo delle nuove tecnologie e il disorientamento dei lavoratori. Ma, nello stesso tempo, fanno emergere le linee su cui questo processo procede: la cattura degli atti, la dittatura dei dati, il trionfo della quantità e le narrazioni sostitutive con cui esso si racconta. Eventi di stringente attualità.
Proprio riflettendo su queste tendenze che velocemente attraversano la condizione umana fino al punto di chiamare in causa il singolo, infine, la Media Education può intervenire con efficacia per contrastare quattro pericolose tendenze generali – l’autismo digitale, l’obesità tecnologica, l’ethos della quantità, lo smarrimento dei limiti – e si chiede se non sia forse giunto il momento, dopo le ambigue interpretazioni del Novecento, di cominciare a distinguere il progresso sociale dal progresso tecnologico [9].

Note
[1]  Cfr. Understanding Media: The Extensions of Man, 1964.
[2] Cfr. A. Maestri, F. Gavatorta, Content evolution. La nuova era del marketing digitale, FrancoAngeli Edizioni, 2015.
[3] La Media Education è un’attività, educativa e didattica, finalizzata a sviluppare una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici, in grado di orientare verso l’uso consapevole dei media e dei dispositivi tipici dell’Information and Communications Technology.
[4] Rif. a D. Felini, Pedagogia dei media, Questioni, percorsi e sviluppi, Editrice La Scuola, Brescia, 2004.
[5] Cfr. a cura di R. Farné, Le buone pratiche di Media Education nella scuola dell’obbligoUna ricerca empirica in Emilia-Romagna, 2010; reperibile al link: http://www.corecomragazziemiliaromagna.it/pdf/media_education.pdf
[6]Op. cit.  Le buone pratiche di Media Education
[7] Rif. J. Gonnet, Educazione, formazione e media, Armando, Roma, 2001. P.C. Rivoltella, Media education. Modelli, esperienze, profilo disciplinare, Carocci, Roma, 2001. D. Buckingham, 2006, Media education. Alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erikson, Trento, 2006.
[8]Approfondite analisi su questi temi sono contenute in R. Curcio, L’IMPERO VIRTUALE – COLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO E CONTROLLO SOCIALE, Sensibili alle foglie, 2015; a cura di R. Curcio, L’EGEMONIA DIGITALE – L’IMPATTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE NEL MONDO DEL LAVORO, Sensibili alle foglie, 2016; R. Curcio, LA SOCIETÀ ARTIFICIALE – MITI E DERIVE DELL’IMPERO VIRTUALE, Sensibili alle foglie, 2017.
[9] Cfr. opere citate in nota 8.
Fonte: 
AGENDA DIGITALE

Contributo per una didattica innovativa

PNSD, così il blog a Scuola aiuta studenti e insegnanti

Fruibilità online ed offline di materiali strutturati, registrazione di informazioni e contenuti multimediali, catalizzazione collettiva di conoscenze condivisibili: l’uso didattico del blog stimola l’uso della rete, la scrittura creativa, l’interazione e la cooperazione. Ecco come servirsene per innovare la didattica.

È possibile realizzare blog, nell’ambito delle azioni del Piano Nazionale Scuola Digitale, per la condivisione di materiali didattici in formato digitale a garanzia d’una più proficua e funzionale informazione e formazione, da consultare per approfondire l’utilizzo di alcuni tool web 2.0 per la creazione di Learning Objects in direzione della didattica per competenze.
Il blog, per sua configurazione tecnica, può essere in continua implementazione e tutto il corpo docente può utilizzarlo a fini educativo-didattici. Pubblicabili, su questo particolare spazio web, anche best practices per valorizzare le risorse creative delle classi in grado di ideare, progettare e realizzare blog inter-trandisciplinari permettendo un’orizzontalità originale delle attività d’insegnamento e d’apprendimento. È possibile ritenere che, per le caratteristiche tecniche e culturali intrinseche, il weblog – prodotto ipertestuale della comunicazione formativa – esprima l’intera morfologia delle rete: fruibilità online ed offline di materiali strutturati (FaD), registrazione di informazioni e contenuti multimediali, catalizzazione collettiva di conoscenze condivisibili.

Blog, formazione e innovazione

Con l’Azione #25 – Formazione in servizio per l’innovazione didattica e organizzativa del PNSD si può prevedere una valorizzazione dell’esperienza pluriennale nelle molteplici iniziative della blogger community:
  • formazione come accompagnamento e aggiornamento, come progetto formativo e non mera erogazione di corsi;
  • stabilità, continuità, sostenibilità e verifica qualitativa della formazione effettuata, attraverso un rinnovato sistema di reti formative territoriali;
  • formazione su una molteplicità di modelli metodologici confortati dal confronto europeo e internazionale;
  • indirizzo nazionale e regionale della formazione rispetto agli obiettivi del Piano, ma dando un ruolo ai territori, permettendo alle migliori innovazioni di esprimersi e consolidarsi;
  • ruolo importante, grazie anche all’animatore digitale (vedi Azione #28), per la formazione interna alla scuola, sulla base dei bisogni comuni e lo stimolo alla partecipazione nelle attività formative.
E’ noto che l’uso didattico del blog costituisce tanto nel contesto internazionale (rif. Richardson, 2006) quanto nel contesto italiano (Mancini e Ligorio, 2007; Fiore e Formiconi, 2008; Bruni, 2009; Friso, 2009) un’esperienza consolidata che ha portato da tempo al formarsi di comunità ampie e attive. Grazie alla sua pervasività sta compiendo un’azione integrativa nel patrimonio delle conoscenze basilari di ogni giovane europeo della “cultura digitale” dando piena attuazione al piano eEurope che ha avuto inizio diciassette anni or sono.
Le azioni del PNSD possono essere incanalate – con apposite iniziative blended learning – nel consolidamento della figura professionale dei docenti quali formatori per la didattica della comunicazione in grado di:
  • progettazione didattica e comunicazione di prodotti culturali attraverso l’uso di linguaggi e strumenti multimediali;
  • progettazione e impiego di strumenti e strategie di valutazione che prevedono l’integrazione di linguaggi multimediali;
  • attivazione di processi di analisi dei testi mediali e multimediali;
  • progettazione e gestione di un curriculum multimediale nel sistema-scuola;
  • gestione di attività di monitoraggio e valutazione di un processo formativo
Si osserva che «il blog […] si trova in una fase di necessaria ri-definizione a fronte della pressione di nuove piattaforme web, come Twitter, Plurk, Facebook, Flickr, Friendfeed […] la progressiva specializzazione discorsiva delle diverse interfacce citate prefigura già un declino del genere blog a fronte del nostro interrogarci sulla sua ascesa» (Festi, 2009, p. 26). Va indubbiamente preso atto di come gli utenti della rete – principalmente le nuove generazioni, ma non solo – trovino il loro spazio più in servizi di social networking come Facebook piuttosto che nel blog. Non si tratta né semplicemente di recepire il successo più o meno momentaneo di uno strumento o di un servizio, né di difendere in modo aprioristico un «genere» come il blog, ma di cogliere eventuali nuove potenzialità in termini di processi di apprendimento e insegnamento.

Il blog contro il knowledge divide per una didattica innovativa

L’idea di sviluppare la “cultura digitale” anche attraverso la sollecitazione di peculiari competenze (qualsiasi progetto di copywriting per il web e inserimento di articoli in back office richiede tempo e padronanza) trova radicamento nella duplice esigenza di 1) contrastare il fenomeno del knowledge divide e 2) avvicinare gli insegnanti all’uso delle soluzioni sistemiche di e-government messi a disposizione on line dalla Pubblica Amministrazione.

L’alfabetizzazione informatico-telematica e l’informazione tecnica sulla gestione professionale e sociale dei new media rappresentano oggi i due bisogni fondamentali, prioritari a cui dare una risposta in sede di pianificazione dell’offerta formativa. Si intende colmare tale gap con 1) capillare organizzazione nel territorio di attività formativa corsuale e non, inerente l’alfabetizzazione multimediale e digitale degli insegnanti – uso curricolare dell’I.C.T. – e con 2) realizzazione di mirate iniziative sperimentali di formazione tarate sulle competenze digitali (graduale allineamento degli skill professionali agli standard internazionali, miglioramento della produttività del sistema scolastico).
Si tratta di fornire ai docenti in servizio gli strumenti per gestire e diffondere l’apprendimento online tra gli studenti e modalità di didattica innovativa tra insegnanti. Il Blog è uno spazio della rete che consente a tutti di pubblicare contenuti in modo facile e veloce: si realizza in poco tempo, anche senza avere alcuna nozione tecnico-informatica, e si gestisce ed aggiorna con altrettanta semplicità. Inoltre, l’uso didattico del Blog consente di integrare (convergenza digitale) efficacemente applicazioni, dispositivi e diversi linguaggi espressivo-comunicativi innescando processi di ricerca, creatività e produzione di contenuti multi-inter-transidisciplinari originali da parte dei gruppi Classe (studenti, docenti e, auspicabilmente, figure genitoriali).
Poiché l’uso didattico del blog stimola il servirsi della rete, la scrittura creativa, l’interazione e la cooperazione, sollecita attività di studio, raccolta, pubblicazione sul web di ricerche e materiali, genera cooperazione nel problem solving, condivisione e confronto di esperienze cognitive e relazionali, migliora la comunicazione tra scuola e famiglia-insegnanti, studenti, genitori, promuove la condivisione di risorse didattiche e lo scambio di conoscenze tra docenti, sviluppa una didattica di supporto per gli alunni dsa o non italofoni, integrativa di quella curricolare, accresce l’efficienza delle attività di recupero e di avanzamento integrative di quelle curricolari, migliora le attività di supporto per alunni impossibilitati a frequentare regolarmente, consente d’organizzare e distribuire materiale didattico in formato digitale, permette di valutare l’apprendimento mediante modalità interattive, fornisce supporti didattici per lo svolgimento dei compiti a casa, promuove la conoscenza (rif. costruttivismo) ed un uso consapevole dell’ICT tra studenti, promuove il loro utilizzo tra docenti, favorisce forme di collaborazione e di condivisione di contenuti o di esperienze tra docenti e studenti, può essere proposta alla comunità professionale la partecipazione a mirate iniziative d’aggiornamento. Un inerente piano mirato  trova negli Uffici scolastici regionali gli “agenti” promotori di questa ulteriore innovazione.
Un piano mirato ha come focus presentare, in modo comprensibile e pratico, una struttura d’unità di apprendimento (1) che scuole di diverso ordine e grado adottano nei rispettivi Piani triennali dell’offerta formativa – vagliati in sede collegiale e dai Consigli d’Istituto – nell’ambito dell’Information and Communication Technology (2) correlate ad una fruizione didattica inter-transdisciplinare. Tale piano 1) si avvale della collaborazione professionale dei Docenti Animatori digitali e dei Team per l’innovazione 2) è ispirato alle Indicazioni nazionali per il primo ciclo d’istruzione e per i Licei, così come alle Linee guida per gli Istituti tecnici e professionali, che articolano i risultati di apprendimento per competenze (3), 3) rappresenta un programma per la formazione culturale specialistica e per le competenze digitali, definendo come proprio target privilegiato di riferimento, ma non esclusivo, i professionisti in servizio presso le scuole (e per la formazione dei futuri), con l’obiettivo d’acquisizione, consolidamento e integrazione delle competenze digitali per la crescita professionale, l’allineamento degli skill agli standard internazionali, il miglioramento della produttività del sistema scolastico.
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Note
1 L’UdA è intesa come evento formativo che si realizza nel rispetto di un insieme di indicazioni metodologiche e si avvale di alcuni documenti e strumenti operativi; un insieme, coerente ed organico, di indicazioni metodologiche, un metametodo volto a promuovere la trasformazione delle capacità di ciascuno nelle sue competenze, tramite la valorizzazione delle conoscenze e abilità. Pertanto, le UA, individuali, di gruppi di livello, di compito o elettivi oppure di gruppo classe, sono costituite dalla progettazione: di uno o più obiettivi formativi tra loro integrati (definiti anche con i relativi standard di apprendimento, riferiti alle conoscenze e alle abilità coinvolte); delle attività educative e didattiche unitarie, dei metodi, delle soluzioni organizzative ritenute necessarie per concretizzare gli obiettivi formativi formulati; delle modalità con cui verificare sia i livelli delle conoscenze e delle abilità acquisite, sia se e quanto tali conoscenze e abilità si sono trasformate in competenze personali di ciascuno.
2 Insieme delle tecnologie che consentono il trattamento e lo scambio delle informazioni in formato digitale (tipicamente: codifica di circuito o dispositivo che può variare solo per un numero finito di livelli o stati, come per esempio 0 e 1).
3 La definizione di riferimento delle competenze è quella data nella Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 Aprile 2008 sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (2008/C 111/01): “Comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale. Nel contesto del Quadro europeo delle qualifiche le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia”.
Fonte: 
AGENDA DIGITALE
 

lunedì 12 marzo 2018

Nero – Dramma in provincia. Giancarlo Giuliani racconta

Il nuovo social thriller di Giancarlo Giuliani con la non troppo amata Pescara attuale sullo sfondo

Giancarlo Giuliani, è nato a Pescara in anni troppo lontani per essere citati”, mi dice con consueta letizia in grado di contagiare l’umore e rasserenare, guardandomi dritto negli occhi con iridi grigioazzurre altrettanto sorridenti che comunicano energia ed intraprendenza.
I suoi limpidi occhi esprimono la sua filosofia di vita di scrittore, poeta, letterato, grecista, latinista, cultore infaticabile di lingue e letterature straniere contemporanee, traduttore, saggista, esperto d’editing editoriale, insegnante di Lettere e di scrittura creativa presso i Licei, scopritore infaticabile di giovani talenti autoriali.
Pur risiedendo nel capoluogo adriatico, non ha mai reciso il profondo legame con l’Aquila, martoriato centro dell’entroterra appenninico, che frequenta assiduamente, non disdegnando di recarsi dovunque possa saziare la sua fame di esperienze.
Durante gli anni del Liceo viene segnalato per le sue abilità nella scrittura. Un piccolo volume di poesie esce quando aveva 12 anni. Viene da famiglia benestante. Si laurea in Lettere classiche (vecchio ordinamento) all’Università D’Annunzio di Chieti con il massimo dei voti e la lode. Discute una tesi in Sociologia dell’Arte. Durante gli anni dell’Università si appassiona alla lotta politica e si avvicina a Lotta Continua. Consegue l’abilitazione all’insegnamento in Lettere classiche, vincendo cattedra in Concorso nazionale. In precedenza, aveva conseguito l’abilitazione in Lettere per la scuola media, sempre con il massimo punteggio. Dopo aver insegnato Fotografia e grafica nei corsi professionali della Regione Abruzzo, intraprende l’insegnamento nei Licei, ininterrottamente, dal 1979 al 2014.
Giancarlo è marito di Annarita, che condivide le idee politiche di fondo. Laureata in Filosofia, ha nutrito passione per il vecchio PCI, non essendo convinta delle modalità di lotta dei gruppi extraparlamentari. Si possono immaginare le lunghe discussioni familiari.
L’incontro con Giancarlo Giuliani, intellettuale e scrittore, è occasione ghiotta, degustando insieme un ottimo caffè, per comprendere meglio il perché si stia dedicando, nelle sue ultime prove letterarie, dopo originali, suggestive opere narrative e poetiche, ai temi della criminalità e situazioni appartenenti alle mutevoli e indecifrabili condizioni di vita del nostro tempo. Infatti, a Gennaio di quest’anno, Giuliani pubblica “Nero – Dramma in provincia” nella collana “Giallo” delle Edizioni Tabula fati (Chieti, pagine 160, € 13), presentato Venerdì 16 Febbraio presso la sala Figlia di Jorio del Palazzo delle Provincia di Pescara.
Con quale termine si può opportunamente indicare l’ultima opera di Giuliani ? Espressione della letteratura poliziesca? Sembra, leggendo il romanzo, riduttivo. Confacente pare descriverlo con una «etichetta» non specifica; in effetti, la narrazione di Giuliani abbraccia tutte le tipologie di questo genere letterario – spesso fra loro molto diverse: mystery, procedural, legal thriller, spy-story, hard-boiled ecc. – che nei paesi di lingua anglosassone viene denominato thriller, detective o crime novel, in quelli di lingua tedesca kriminalroman, francese noir o polar, spagnola novela negra. Come è stato correttamente detto, l’avvincente trama, propone “la vita di una tranquilla città di provincia sconvolta da una serie di omicidi, opera di un insospettabile serial killer; dalla fabula, presentata all’inizio dal punto di vista del killer, si scivola presto verso un’analisi delle radici di scelte così estreme. Il libro è la rappresentazione delle parti non conciliate di ciascuno di noi, delle cause dei nostri disagi, nel momento in cui esse emergono con forza e spingono a comportamenti solo apparentemente aberranti”.
Nel presentare questo genere di libri, certo, non va commesso l’errore di svelare, non bisogna cadere nella tentazione di descrivere oltremisura. Tuttavia, il libro in questione – che a noi piace definire social thriller – è una scoperta e – va detto con franchezza – non solo nel genere “giallo”, mediante le rivelazioni e i colpi di scena che, susseguendosi con andatura incalzante, nella loro concatenazione in tre capitoli (“Bisturi”, “L’ombra di N.” – già pubblicati autonomamente ed ora rieditati in “Nero”– e “Il ritorno di Gaia”) divengono fondamentali per il coerente sviluppo della trama.
Il disegno narrativo, in realtà, fin dalle prime pagine, svela una seconda dimensione, incuriosendo ulteriormente il lettore, perché penetra con efficacia – attraverso sublimi pennellate retoriche – nell’antropologia d’una relazionalità provinciale, quella pescarese nella fattispecie, assimilabile, nel “male”, ai non-luoghi metropolitani della contemporaneità globale.
L’impianto del romanzo, senza smarrire la lucidità scenografica, si apre al realismo sociale (le allusioni sono, da un lato, all’opera pittorica di Lorenzo Viani, 1881-1936, dall’altro al legal thriller “La grande truffa” di John Grisham, edito da Mondadori, da Gennaio nelle librerie) con l’ideazione di approfonditi elementi psicologici e culturali dei protagonisti che captano dalla cronaca omicidiaria pescarese di questi tempi interessanti prototipi. Con l’ambigua e carsica reciprocità dei contegni dei personaggi, Giuliani ci restituisce un vitale affresco delle miserie umane e di un’etica individuale che da esse, caparbiamente, risorge, quasi che la degenerazione, in alcune persone, incontrando forme di vita “istituzionali” e un “dover essere”, assuma sembianze di mani tese per il riscatto.
Come afferma con cura Maria Elena Cialente, a proposito di “Nero”, «c’è un elemento di raccordo che accomuna la vita dei protagonisti di Nero, un fil rouge che va oltre la linea di sangue lasciata dal bisturi di Marco Naldi e di Gaia Altieri, così come da alcuni personaggi secondari: il dolore. Un dolore sordo, rancoroso: il dolore della perdita, delle aspettative tradite, della violenza ancor più atroce e ingiustificabile se agita da chi, al contrario, avrebbe dovuto proteggere. Ma è anche un dolore morale, che nasce dalla sete di giustizia, dal bisogno di ricomporre in una struttura più accettabile e comprensibile, le dilanianti incongruenze del mondo, dal tentativo di addomesticare in qualche modo il male, anche qui spesso concluso nel cerchio della sua ottusa banalità. La sete di vendetta accomuna i personaggi la cui condotta può suscitare sdegno nel lettore, ma anche un ufficiale di polizia che non riesce più a domare il fantasma che lo strazia dentro: la frustrazione dovuta al continuo procrastinarsi di una giustizia che tarda a manifestarsi diventa metafora dell’universale impossibilità di ricondurre la vita ad una sequenza di fatti comprensibili e, in qualche misura, accettabili. E in questo “pasticciaccio” di gaddiana memoria che è la vita, il “giallo” si pone come strumento gnoseologico e di ricerca di un ordine. Tuttavia in “Nero”, con disincantato distacco, il narratore ci chiarisce da subito chi siano i responsabili e forse anche le loro motivazioni: il gomitolo aggrovigliato che lega i delitti efferati si dipana dinanzi agli occhi del lettore con armoniosa chiarezza. Il narratore onnisciente, che sa più dei suoi personaggi, lascia solo il commissario Giorgi dinanzi al mistero del movente. Ma il lettore è davvero tranquillizzato dalle spiegazioni fornite? C’è veramente un modo per rendere comprensibile e accoglibile nella dimensione dell’umano il male, sia pur frutto della sete di giustizia? Giuliani sembra lasciarci soli dinanzi a questi interrogativi: Marco Naldi si riduce ad una creatura fragile e indifesa che sarà sacrificata dalla donna che crede di amarlo; Gaia Altieri, la cui bellezza è solo apparentemente stridente con il gorgo nero che si trascina dentro, vive la sua stessa bellezza come una dannazione. Donna fatale e strega, Gaia non avrà la consolazione del riscatto e del risarcimento affettivo a cui in realtà ambisce, perché privata anche dell’unico, vero bene in cui le sia capitato di imbattersi dopo l’incontro con Ludovica. Ma Gaia Altieri non avrà neanche l’opportunità di redimersi e pentirsi, di fare del luogo di reclusione uno spazio in cui finalmente confrontarsi con il mostro che, come in ognuno di noi, le si dibatte dentro. Romanzo avvincente, capace di inchiodare il lettore fino all’ultimo rigo, “Nero” è una storia di solitudini che si incontrano senza riconoscersi e illuminarsi: un tentativo di discesa nelle paludi tetre e maligne dell’animo umano da cui non si fa ritorno senza la guida di quella ragione e di quella capacità di empatia che, seppur sotto scacco, si pongono come unici strumenti di riduzione del mondo e della collettività a qualcosa di quantomeno tollerabile».
Avviamo il dialogo.
Gentile Giancarlo, puoi parlarmi della tua formazione professionale, quali sono e come sei arrivato ad acquisire le tue competenze?
Mi chiedi una risposta impegnativa. Tutto in realtà ha avuto inizio quando, avevo 6 anni, mio padre mi arredò la stanza con due pareti a libreria, piene di libri. Non disse nulla, non diede prescrizioni. Un giorno mi trovò seduto a terra mentre strappavo pagine illustrate da un prezioso (sul momento ovviamente non me ne rendevo conto) volume sui miti germanici. Invece di inquietarsi, si sedette a terra vicino a me e mi aiutò a strappare le pagine che volevo poi conservare. Fu quello il momento in cui cominciai a trovare familiari i libri. Ben presto sono diventato un lettore direi vorace.
La scelta degli studi classici e l’interesse per la Sociologia vanno di pari passo con la passione per l’Astrofisica: fin da relativamente piccolo non ho mai concepito barriere tra le varie branche della cultura.
Dove vivi e lavori?
Vivo a Pescara, città che ben poco amo, e lavoro, adesso che ho lasciato l’insegnamento, come editor e consulente di alcune case editrici.
Leggendo alcune tue opere letterarie e poetiche, s’avverte la sensibilità artistica, coniugata ad una solidissima erudizione, tale da generare un’esaltazione della parola e dell’immaginario narrativo; quale delle due attività che ti sono proprie – l’insegnamento e la scrittura – prevarrà sull’altra ? Oppure saranno sempre complementari?
Viene subito da dire “complementari” e probabilmente è così. Ma alla radice di tutto c’è il fatto che concepisco la cultura come condivisione. Se dalla vita ho, senza presunzione spero, avuto il dono della cultura, considero mio dovere aiutare chiunque ne abbia voglia a trovare la propria strada. Di qui la scelta dell’insegnamento, dopo aver considerato la via della vita politica in gruppi extraparlamentari.
Come è nata l’idea di realizzare “Nero – Dramma in provincia”, che poi non è romanzo del tutto nuovo, considerando “Bisturi” e “L’ombra di N. – Radiodramma in 26 quadri” (2015) che sono una sorta di prologo, editi entrambi per Tabula fati?
Per caso, credimi. Non avrei mai pensato che la mia scrittura potesse prendere anche questa direzione. Ho letto un ponderoso volume, in americano, sulla “mente” dei serial killer e ho pensato che, nel solco del mio interesse per la natura umana, potesse essere interessante costruire delle storie sull’argomento.
Dopo le impegnative e riuscite prove di poesia (ricordiamo, tra le ultime raccolte, “Nel mio regno non vi sono filosofi“) e dei romanzi storici “Diospolis. Una storia del VI secolo a. C.” e “Nemesis. Una storia del tempo antico”, come mai la scelta della letteratura poliziesca – ut ita dicam – e di un aggancio a temi sociali e psicologici per raccontare tragedie umane che sono prodotte nella vita di relazione, spesso nascondendo la piena trasparenza delle personalità in gioco?
È un po’ quello che ho detto prima: non pongo limiti di alcune genere, così ritengo che occorra considerare tutti i lati della natura umana, anche quelli più oscuri. Inoltre, a ben rileggere “Diospolis” e “Nemesis”, si potrebbe notare che i lati cosiddetti oscuri dell’animo umano sono affrontati anche in quei due romanzi, sia pure con la distanza data dall’ambientazione.
Non piazzo barriere tra la realtà sociale, in tutte le sue dinamiche e l’apprezzamento per le libere forme d’espressione culturali quali l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema che portano luce e conoscenze, a volte sublimando le tangibili vicende umane ascendendo a grande altezza morale e spirituale; ritengo che occorra considerare tutti i lati della natura umana, anche quelli più oscuri; la scrittura si presta a questa dialettica realtà-immaginazione, la prima, caratterizzata soprattutto per la varietà dei temi, la seconda, con variegate scelte formali, che permettono di declinare in modi diversi il richiamo alla realtà; le possibilità espressive sono davvero tante.
Diventato di uso comune a partire dal 1929, anno in cui Lorenzo Montano e Luigi Rusca diedero vita, per Mondadori, alla collana «I Libri Gialli» il termine thriller può essere riferito a “Nero – Dramma in provincia” oppure non contiene tutto della narrazione; meglio designare questa creazione con ciò che appare, avvinti dalla trama, l’intento dell’autore: un social thriller con la non troppo amata Pescara attuale sullo sfondo?
Hai proprio ragione. Mi piace la definizione di “social thriller“. Aggiungo solo che ritengo Pescara una città che mi piacerebbe non fosse entrata, per varie ragioni, nella mia vita. Ma va bene così, era scritto, probabilmente.
Pagina dopo pagina, in “Nero” si manifestano verità ultime che sempre sfuggono, o forse, che si preferisce non scoprire, temendo di trovare in esse anche la propria. Giuliani costringi il lettore a una scelta decisiva: continuare a seguire le tracce, conducendo una vita di impulsi e razionale furbizia, emancipandosi da una vita destinata alla solitudine, oppure tentare finalmente un’autenticità limpida, faticosa, una coerenza negli affetti, una lealtà che tuttavia pare ormai di non poter recuperare votandosi ad un’idea d’umanità – proprio perché socialmente determinata – non edulcorata, mai pregna solo di buone intenzioni o di mercantile redenzione. Ho interpretato bene?
Talmente bene che mi piacerebbe che mi scrivessi un’ampia recensione. Non mi permetto di dire che io sia riuscito in quello che tu metti in evidenza, ma certamente ve ne era l’intenzione.
In contrapposizione al noir, quando le indagini raccontate portano all’individuazione e all’eventuale punizione del colpevole dei crimini narrati, l’intreccio di “Nero – Dramma in provincia” lascia vedere altro, quell’altro che colora l’esistenza di ciascun protagonista del dramma esistenziale. Un cammino narrativo che conduce dal male al bene ed anche, viceversa, dal dolore del male all’accettazione della personalità sociale che codetermina gli Io. È così nelle tue intenzioni?
Non avevo un’intenzione precisa, all’inizio, ma credo che alla fine sia venuto fuori proprio quello che tu sottolinei. Una volta scritta, infatti, la prima scena, è stato come se si aprisse una diga. I tre capitoli di “Nero”, secondo alcuni tre brevi romanzi, in verità, sono stati scritti in meno di 20 giorni. Ovvio che poi vi sia stato un lavoro attento e artigianale, uso questo termine con orgoglio.
Sempre a proposito del nuovo libro “Nero – Dramma in provincia” appena presentato a Pescara (17.02) ed uscito a Febbraio che cosa puoi dirci che non sia stato già detto dai recensori?
Che era nato per essere letto ad alta voce. Era la mia aspirazione più vera, ma non ho accesso alle sacre porte della radio.
A proposito di nuove idee e progetti, qualcosa è trapelato, come sta andando la stesura della nuova silloge? Puoi fornire, donare qualche anticipazione? Che collegamenti ha con le altre prove d’autore? Il ruolo di Professore l’hai dismesso? Puoi parlarne in dettaglio?
Il poemetto che sto scrivendo parte da alcuni stimoli della lingua e cultura islandese, altra mia passione ancora “in atto” e segue il percorso iniziatico di un viandante alla ricerca di se stesso. Il titolo è “Poema minimo”; è un poema in realtà non tanto minimo, visto che consta già, a oggi, di 842 versi. Racconta l’itinerario mentale, tra sentieri diritti e ritorni improvvisi, di un viandante in cerca di risposte che sa già che non troverà mai. Eppure, sente che l’essenza della vita, la sua stessa individualità, dipendono proprio dal cercare, indipendentemente dalla fiducia nell’esito. C’è influenza della lingua e della cultura norrena, di cui sono appassionato, ma anche l’eco della mia ineliminabile curiositas per tutto ciò che non conosco. Non l’ho scritto nel curriculum, ma sto studiando anche l’islandese.
Se si sceglie la professione di insegnante per un forte bisogno interiore, si resta professori per la vita. È così per me. Ho rifiutato di occuparmi di un’azienda di costruzioni elettriche e telefoniche, di famiglia, per ESSERE, non “fare” il professore di lettere. Continuo con corsi di scrittura e laboratori vari, smetterò solo se le circostanze me lo imporranno.
In merito alla professionalità docente pensi che si possa aprire a nuovi orizzonti anche mentali nella scuola di oggi?
Sono pessimista. DEVE aprirsi, ma ci sono forti resistenze in chi ha scelto la comoda routine invece che il mettersi ogni giorno in gioco. Così, la vita scolastica diventa spesso vuota ripetizione, senza che si voglia (non dico “si riesca” perché spesso ne manca l’intenzione) darle vita aiutando giovani menti a trovare se stesse.
Usi dei programmi o tecniche di scrittura creativa per realizzare i tuoi progetti?
Assolutamente no. La stessa parola “creativa“, associata a “scrittura” è per me quasi inconcepibile. La creatività non si apprende e i programmi-guida per la composizione, quasi tutti americani, tendono a costruire stereotipi. Custodisco in me l’antica vocazione all’artigianato, al limare quella improvvisa esplosione nella mente che è un primo verso o un’idea.
Quali sono i libri o documenti che approfondisci o che leggi come interlocutori dello sviluppo del tuo pensiero letterario?
Non so rispondere. Sono un lettore vorace, credo di averlo già detto, ho letto più di duemila libri e a casa ne ho ancora 2-300 da leggere. Oltre a ciò, ho cercato esperienze di vita che mi insegnassero a “stare” nel mondo e tra le persone. Ho una fortissima e incancellabile vocazione alla condivisione e, già detto da altri, non so essere “felice” se vedo qualcuno che non lo è. Bisogna lottare perché tutti abbiano uguali possibilità. Si viene spesso sconfitti, ma la lotta, in questo senso, ha comunque valore di per sé.
Un’ultima domanda: cosa pensi degli scrittori italiani contemporanei viventi e, più in generale, dell’attuale produzione letteraria nazionale?
Se si riesce a distinguere il libro da supermarket e a isolare quello che nasce da un vero bisogno di scrittura e di espressione, probabilmente si riesce a trovare anche molto di buono, ma nessun discorso sul libro può prescindere da considerazioni sui canali e sulle motivazioni commerciali, sull’accesso ai mezzi di comunicazione, insomma a molto di ciò che circonda la scrittura e che spesso, a mio parere, la mortifica riducendola a una splendida confezione senza però vero contenuto.
Termina questa lunga chiacchierata con Giancarlo Giuliani che ringrazio pubblicamente, anche a nome del team di Mentinfuga, per avermi concesso un po’ del suo tempo.
Giovanni Dursi
Chiunque voglia approfondire e discutere con Giancarlo Giuliani può mettersi in contatto con lui tramite il suo web site Verb-um (http://www.giulianigiancarlo.it/).
Bibliografia dell’autore
Dentro e oltre le parole (antologia/rapporto), Palermo 1980
Quotidiano indicibile (antologia/rapporto), Palermo 1980
Quale immagine? (Note sul ruolo della fotografia nella società attuale), Pescara 1980
Ulisse non è mai partito (poesie), Roma 2008
Liber Alchemicus (poesie), Pescara 2010
Libro Perduto (poesie), Pescara 2011 (in parte tradotto in lingua rumena)
Bisturi (Radiodramma in 30 quadri), Pescara 2011 (ora in Nero (Dramma in provincia), Tabula fati, Chieti 2017)
Caos Ipermetrico (poesie), Tabula fati, Chieti 2012
Diospolis. Una storia del VI secolo a.C., Tabula fati, Chieti 2013
Nel mio regno non vi sono filosofi (poesie), Tabula fati, Chieti 2017
L’ombra di N. (Radiodramma in 26 quadri), Tabula fati, Chieti 2014 (ora in Nero, Tabula fati, Chieti 2017)
Nemesis. Una storia del mondo antico, Tabula fati, Chieti 2016
Nero (Dramma in provincia), Tabula fati, Chieti 2017
Traduzioni:
Alano di Lilla, Quasi Liber, IkonaLiber, Roma 2013
Alano di Lilla, De Planctu Naturae, IkonaLiber, Roma 2013 (e-book)
Arthur Schnitzler, Der Schleier der Pierrette, IkonaLiber, Roma, 2014

By mentinfuga - Marzo 2018

venerdì 3 novembre 2017

A Cattolica torna la rassegna "Che cosa fanno oggi i filosofi ?"

Dal 5 Novembre 2017 al 4 Febbraio 2018 tornano gli incontri domenicali con studiosi che si interrogano sul tema scelto per quest'edizione: l'educazione

Dettagli dell'evento:

Quando dal 05/11/2017 alle 00:00 al 04/02/2018 alle 00:00

Dove Cattolica, Biblioteca comunale, Galleria

Recapito telefonico per contatti 0541 966603

Domenica 5 novembre alle 17, nella Galleria della Biblioteca comunale di Cattolica, lo storico Emilio Gentile, professore emerito dell'Università di Roma La Sapienza, terrà una conferenza dal titolo "Un'educazione senza storia?".
Inizia così il nuovo ciclo della rassegna "Che cosa fanno oggi i filosofi?" che sotto gli auspici di Umberto Eco ha avuto luogo per la prima volta nel lontano 1980.
Promossa dal Comune e organizzata dalla Biblioteca comunale di Cattolica, anche la nuova serie della rassegna è stata affidata allo storico ideatore, Marcello Di Bella, che ha proposto come tema l'educazione.

 Il programma

NOVEMBRE 2017
Domenica 5 novembre
EMILIO GENTILE, Professore emerito, Università di Roma La Sapienza
Un'educazione senza storia?


Domenica 12 novembre
MARIA PIA VELADIANO, Preside e scrittrice
Che cosa significa insegnare


Domenica 19 novembre
VALERIA DELLA VALLE, Professore di Linguistica, Università di Roma La Sapienza
Prima la parola


Domenica 26 novembre
ELENA CATTANEO, Professore di Farmacologia Università di Milano e Senatore a vita
Cosa significa conoscere scientificamente [Come conoscere le nostre cellule e smascherare i millantatori]



GENNAIO 2018
Domenica 7 gennaio 2018
DIEGO FUSARO, Docente di Storia della Filosofia Università San Raffaele Milano
Pedagogia unica? Critica del pedagogicamente corretto


Domenica 14 gennaio
FEDERICO CONDELLO, Professore di Letteratura Greca, Università di Bologna
Istruzione umanistica, istruzione classica: un capitale simbolico e il suo destino


Domenica 21 gennaio
MARCO GALLIZIOLI, Docente di Storia delle religioni
Il sacro può essere insegnato?


Domenica 28 gennaio
CARLO TOFFALORI, Professore di Logica Matematica nella Università di Camerino
Calculemus


FEBBRAIO 2018
Domenica 4 febbraio
REMO BODEI, Professore di Filosofia, Università of California, Los Angeles
Estetica


Ogni incontro prevede la proiezione di un breve estratto scelto tra i più rilevanti dall'archivio filosofico video della Biblioteca, pertinente per analogia o differenza.
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Cartolina

domenica 29 ottobre 2017

Nicola Mariuccini: Nighthawks

Un locale che si riempie di avventori silenziosi o desiderosi di fare quattro chiacchiere; un barista che sa offrire il cocktail giusto per ogni momento. Ci troviamo a Monsaraz, in Portogallo, in una nazione ancora alle prese con la memoria del proprio recente passato. Nicola Mariuccini, con una “ragnatela” intessuta con una fitta trama di dialoghi, ci introduce a una sequenza di eventi che possono mettere in forse anche le vite apparentemente più solide.
copertina del romanzo Nighthawks di MariucciniNelle grandi epoche di crisi e di passaggio assistiamo a una trasformazione del linguaggio che non sembra più in grado di fare presa sulla realtà.
Parole, espressioni e paradigmi, che fino a ieri riuscivano a render conto di una situazione e si mostravano fondamentali sul piano della comunicazione, appaiono improvvisamente inutili.
Uno degli aspetti più sconcertanti di un’epoca di passaggio è, a ben vedere, proprio la difficoltà a raccontarsi, a narrarsi e a offrire un ordine del discorso che si faccia atto di conoscenza e di progettazione politica.
La filosofia – così come la sociologia – e la letteratura sono, in questi passaggi storici, frequentazioni quanto mai utili, perché contribuiscono all’azzardo di narrare il nuovo, intuire il mutamento e costruire “ponteggi” per avvicinarlo.
Questo sforzo di avvicinarsi a ciò che ancora non è definito produce, nei casi migliori, un patrimonio di parole, espressioni e formule che finalmente ci aiutano a capire che cosa sta accadendo, e contribuiscono a “assegnare un nome” ai fenomeni che si stanno preparando.
Dove ci conduce, quindi, la lettura di questo romanzo di Nicola Mariuccini?
Citazione 1
Ma scusi lei non era un letterato, un uomo di letteratura, un poeta?”.
Signorina Angela, per tutta la sera ho cercato di spiegare che purtroppo non sono riuscito dalla poesia ad avere le soddisfazioni che forse avrei potuto avere”.
E quindi? Cosa ha fatto nella vita, l’agente segreto?”.
Fuochino, ho fatto il giornalista in una agenzia di stampa”.
L’Aginter Press!”.
Si, Caetano. Fare l’inviato per certe missioni richiede un addestramento particolare. Ora auguro a tutti la buonanotte”.
Il Nighthawks è un locale che deve il proprio nome a un quadro di Hopper. Il Nighthawks si trova a Monsaraz, in Portogallo e deve la sua fama alla volenterosa opera di un barista che insegue un sogno.
Le porte si aprono e la gente entra per fare i conti con i propri incubi notturni o con i sogni che non sempre trovano forza.
Alcuni avventori sono abituali fino al punto da creare una piccola comunità che trova il suo centro nella “filosofia” del drink: con gli occhi abbassati si sorseggia nel silenzio, scrutando il liquido che ci tiene compagnia; con gli occhi ben alzati si può ammirare la bellezza di una donna perduta o presente e incontrare gli altri, come amici per un tratto di strada, o come nemici da eliminare o evitare.
E così le serate passano, aggiungendo dettagli a dettagli, costruendo un quadro sempre più nitido dei personaggi che Mariuccini ci fa incontrare.
La realtà mostra crepe sempre più evidenti e tutto quello che sembrava chiaro assume un tono diverso.
Il Portogallo con la sua storia piena di violenza; la vita di un uomo che, nell’apparenza della sua tranquillità, nasconde intrighi di vario livello; donne segnate per sempre da incontri con uomini senza amore vero: una galleria di personaggi, tanti ingredienti ben calibrati per questo cocktail da definire con un solo nome, Nighthawks.
Il romanzo è tutto costruito da dialoghi diretti, senza alcun intervento a descrivere o commentare. È una tessitura di voci, di rimandi, di richiami; è una tessitura che vuole restituire il “sonoro” di personaggi che s’incrociano per bere qualcosa, di volti che si scrutano, di attese che si fanno pressanti. Una parola dopo l’altra, una conversazione dopo l’altra i personaggi si presentano nelle parole di chi siede appena accanto.
Citazione 2
Tu non fai testo, invece mi dica Caetano, ho sentito molte risposte diverse alla domanda su chi abbia inventato questo cocktail”.
Se ha sentito molte risposte è perché è un cocktail molto famoso e ognuno, pertanto, ne rivendica la paternità; una delle ipotesi più accreditate è che lo abbia inventato Cheryl Cook, la barmaid di un ristorante famoso che volle provare un nuovo prodotto, l’Absolut Citron, ma anche un barman italiano di cui non ricordo il nome ne rivendica la paternità, però…”.
Se è lecito giocare un poco con le parole, senza utilizzarle soltanto in occasioni di riflessione sull’oggi, si potrebbe dire che in una “società liquida” – formula questa che è quasi entrata nell’uso comune per designare alcuni aspetti della nostra epoca – il Nighthawks si presta in maniera perfetta a chiederci quale sia il cocktail della nostra esistenza.
Superate le barriere e le certezze ideologiche, venute meno le grandi certezze sociali e politiche dell’ultimo secolo, ci ritroviamo seduti, a volte allo stesso tavolo, a dover costruire un terreno comune di scambio che sappia tener conto del nostro passato e ci possa proiettare, senza troppe contraddizioni o rinunce, verso un futuro che abbia ancora qualche tratto di utopia.
Il quadro di Hopper richiamato nel titolo è forse quello più celebre dell’artista americano e offre, fin dal suo apparire nel ormai lontano 1942, un’atmosfera rarefatta e sospesa, con un effetto di luci che tiene insieme la solitudine dei protagonisti e il loro disperato bisogno di andarsi ancora incontro, di dirsi ancora una parola, di esercitare, almeno per una volta ancora, il proprio fascino e illudersi almeno di una possibile compagnia.
Nel finale del suo romanzo Mariuccini, uscendo infine dal chiuso del locale, ci ricorda con pochi tocchi e le giuste osservazioni dei protagonisti che la vita continua e che tanti ancora proveranno a inseguire i propri sogni. È tempo di andare, si direbbe; è tempo di uscire all’aperto e inseguire ancora qualche sogno.
Citazione 3
Può essere, ma in tutti i modi c’è qualcosa che non mi torna in questa vicenda”.
Ma quindi Caetano, spiega anche a me che di queste cose non ci capisco nulla, cosa vuoi dire? Secondo te perché montare un caso di stampa su una cosa che è lontana dalla verità?”.
Forse per evitare di riempire i giornali con ipotesi che potrebbero buttare fango sul governo?”.
Come se ne servisse altro; ora è esplosa pure la vicenda della laurea del premier”.
Sì, quella è proprio fantastica, ha provato a difendersi ma ha tirato in cattiva luce anche la facoltà che ha rilasciato il titolo”.
Antonio Fresa
mentinfuga
Nicola Mariuccini Nighthawks
Castelvecchi, 2017
Pag. 134; € 16,50

mercoledì 25 ottobre 2017

Compagne di lotta libera: visioni Comunicattive a Gender Bender

"Dal 25 Ottobre al 5 Novembre si svolgerà a Bologna la XV edizione di Gender Bender, festival internazionale dedicato alle rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale nella cultura e delle arti contemporanee. 
Ci ricordiamo bene le prime edizioni del festival: noi eravamo, allora, giovani attiviste, ci eravamo da poco incontrate fondando il nostro progetto Comunicattive, e probabilmente in qualche scatolone in garage abbiamo ancora le riprese in minidv di quei primi incontri, che parlavano di genere, generi, corpi e immaginari fuori dalla norma. Una delle iniziative che ci hanno fatto continuare ad amare questa città.

Dopo la bella esperienza dell’anno scorso, anche quest’anno proseguiamo la collaborazione con il festival, che nel frattempo continua a crescere in qualità ed ampiezza, coinvolgendo ormai 20 luoghi della città con oltre 100 appuntamenti.
Torniamo con la nostra proposta di visioni femministe, un percorso – e davvero solo uno dei molti possibili – parziale, situato e personalpolitico come lo è sempre qualsiasi pratica femminista. Si tratta di film, spettacoli, incontri che consiglieremmo alle nostre amiche e compagne, perché appassionano, rendono più complessi gli immaginari, costruiscono memoria, ci interrogano, a volte ci inquietano, e sono “materiale vivo” utile in quel viaggio di liberazione, trasformazione e desiderio che sono le nostre vite. Alcuni progetti ci hanno letteralmente entusiasmate, coinvolte e commosse, altri ci pongono qualche dubbio, ma riteniamo interessante proporveli e magari discuterne insieme. Ci hanno colpito ritratti di donne potenti (nel senso di potenza e non di potere), anche nei momenti di fragilità e incontri con corpi fuori dalla norma, altri sguardi sulla sessualità e altri amori di cui sentiamo tanto bisogno, tentativi di decostruire gli stereotipi che forse possiamo usare qui e ora, pratiche di attivismo, relazioni, passioni, amori e storie che vale la pena conoscere, infine artiste il cui lavoro abbiamo incontrato e sentiamo che ci riguarda.
Questi i film, gli spettacoli e gli incontri che vi consigliamo, buone visioni ..." Scopri di più