menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"

giovedì 11 agosto 2016

Smart working, arriva il diritto di disconnessione da email e smartphone

Una soluzione già approvata dal Governo francese contro l’invasione lavorativa nella vita privata

Lo smart working si prepara a diventare legge dello Stato. La Commissione Lavoro di Palazzo Madama ha approvato un testo di legge che presenta significative differenze rispetto all’originario presentato dal governo. In particolare, nelle ultime modifiche del testo viene introdotto il diritto alla disconnessione da email e smartphone quando sono fuori dal posto di lavoro. 

TRE DIRITTI FONDAMENTALI – “Il lavoro agile non va confuso con il telelavoro, che è una prestazione svolta da casa e regolata da una direttiva europea – commenta Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro in Senato e relatore del disegno di legge. “Il testo che abbiamo definito prevede che la prestazione dello smart worker venga eseguita senza la rigida determinazione di tempo e luogo”. Con un’attenzione particolare agli smart workers che devono potersi avvalere di tre diritti fondamentali: quello alla sicurezza, quello alla disconnessione e quello alla formazione in modo tale da dominare al meglio le proprie competenze.
BENEFICI – Se lo smart working funziona, l’azienda ci guadagna in termini di produttività. Il datore di lavoro risparmia sulle spese di gestione degli spazi e sulle spese per l’energia. “Ma ci guadagnano tutti” spiega Francesco Seghezzi, ricercatore Adapt, al Sole24Ore – pensiamo solo all’abbattimento dell’inquinamento, che deriva dal viaggio di andata e ritorno dall’ufficio. Senza dimenticare la riduzione di stress e l’aumento di benessere del lavoratore”.
RISCHI- Chi lavora da remoto corre alcuni rischi dai quali deve essere messo al riparo. “La creatività che deriva dal lavorare in team, ad esempio, è un valore aggiunto che può essere recuperato con connessioni e piattaforme di scambio adeguate”, continua Seghezzi. Lo smart worker rimane comunque un dipendente dell’azienda e tagliare i ponti con l’azienda madre può essere controproducente. Le imprese devono possedere infrastrutture adeguate con cui condividere informazioni.
DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE – Altro rischio per i nuovi lavoratori potrebbe essere quello di sentirsi obbligati alla connessione digitale continua. In Francia, a questo proposito, è stato introdotto il diritto di disconnessione: norma recepita in Italia anche nelle ultime modifiche del testo.
“Con un accordo aziendale tra dipendente e datore – aggiunge Seghezzi – è possibile stabilire regole che lascino tempi liberi dalla connessione con l’ufficio”. Viene dunque stabilito il diritto alla disconnessione, nei tempi di riposo, dagli strumenti tecnologici di lavoro, un lavoro che è eseguito in parte dentro l’azienda, in parte all’esterno, con i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Si prevede che l’orario deve essere stipulato in forma scritta non più “a pena di nullità” ma “ai fini della regolarità amministrativa e della prova”.
Anche il diritto alla sicurezza del posto di lavoro e dell’attività connessa alla tipologia di lavoro per la legge in arrivo sono un diritto fondamentale. Sempre con un accordo tra azienda e lavoratore si potrà stabilire il diritto di visita di un operatore che certifica la sicurezza del luogo di lavoro e la buona salute del lavoratore stesso.
                                  Fonte:
http://quifinanza.it/lavoro/smart-working-arriva-il-diritto-di-disconnessione-da-email-e-smartphone/77248/
 

CARAVAGGIO IN CITTÀ: LA STREET ART DI ANDREA RAVO MATTONI

Può mai esistere un Caravaggio all’interno di un sottopassaggio? Ebbene, la risposta è sì. Grazie allo street artist Andrea Ravo Mattoni, un comune e anonimo sottopasso sito in viale Belforte a Varese si è trasformato in un frammento di museo a cielo aperto. Nell’ambito del progetto “Urban Canvas“, l’artista varesino in collaborazione con il comune di Varese e l’ordine degli architetti della provincia di Varese, ha realizzato una riproduzione in versione street art della celebre “Cattura di Cristo” dipinta da Caravaggio nel 1602 e oggi conservata presso la National Gallery of Ireland a Dublino.
Il progetto a cui Mattoni ha partecipato ha permesso di riqualificare, attraverso l’arte, zone periferiche e defilate della città portando una ventata di bellezza e di meraviglia nel grigiore abitudinario. Con l’ausilio della vernice spray che non consente ripensamenti in fase di esecuzione, a differenza della pittura a olio, lo street artist ha creato un piccolo capolavoro in parte personalizzato mediante la scritta “we will all be forgotten” (saremo tutti dimenticati), riferita all’episodio del ritrovamento della tela in questione dopo 400 anni di anonimato (nel 1990). Un capolavoro dimenticato per molto tempo e riemerso grazie al capo curatore della National Gallery of Ireland, Sergio Benedetti.

Classe 1981, Andrea Ravo Mattoni proviene da una famiglia di illustratori già affermati e ha trovato nella passione per i graffiti la sua principale espressività artistica. Pensiero dominante della sua comunicazione “writer” è quello di rendere l’arte, per quanto possibile, pubblica, accessibile e gratuita, incentivando privati e istituzioni a sostenere e dare maggiore attenzione a questa nuova forma di linguaggio artistico metropolitano. Completata nell’arco di una settimana, la creazione di Mattoni copia fedelmente immagini, colori e tensione emotiva dell’opera di Caravaggio e ci regala l’illusione che in una società in cui tutto tende ad uniformarsi ed appiattirsi, la bellezza rappresenti ancora una volta un’inafferrabile e intensa trasgressione sensoriale.
                                 Fonte: 
http://www.sociartnetwork.com/caravaggio-in-citta-la-street-art-di-andrea-ravo-mattoni/

lunedì 4 luglio 2016

Dal fondamentalismo digitale alla sua critica - Un contributo di Bernardo Parrella

Per una critica e una cultura della Rete partecipate e autonome (pure in Italia?)

Creare alternative all’economia liberista, alle cyber-omologazioni e ai nuovi info-monopoli: yes we can !

Lo tsunami dell’innovazione high-tech ha contribuito non poco a mandare in frantumi ogni possibile programma per un’economia globale adeguata alle esigenze degli oltre sette miliardi di persone oggi in circolazione sul pianeta. Pur a fronte di dinamiche più ampie e imprevisti vari, nel complesso è evidente come in questi anni siano venute sempre meno le promesse di prosperità e benessere diffuso sull’onda del progresso tecnologico (quantomeno nelle società occidentali e al di là dei minimi vantaggi offerti da internet e device sparsi). L’emergere dell’élite digitale ha pesato (e pesa) parecchio in una distribuzione della ricchezza sempre più verticale anziché orizzontale come ci si aspettava (1% vs. 99%). In altri termini, come chiarisce il critico mediatico e docente newyorchese Douglas Rushkoff nel suo libro fresco di stampa Throwing Rocks at the Google Bus, le conseguenze di «questo tornado tecnologico… stanno intrappolando l’umanità intera». Ovvero:
È ora di ottimizzare l’economia rispetto agli stessi esseri umani che si presume debba servire.
Dove è il sottotitolo del libro a mettere il dito nella piaga: «in che modo la crescita è diventata il nemico della prosperità». Perché, tanto per essere chiari, non è che i venture capitalist investano in una start-up per vantarne la proprietà o dare spazio a un qualche progetto, bensì per rivenderla — nei tempi più stretti e con il massimo di ricavi possibili. La crescita è il mantra obbligatorio. Conquistare, subito, ampia visibilità e massa critica. Contano soltanto gli steroidi digitali:
L’azienda finisce per virare dalla sua mission originaria onde poter crescere al punto da mettere a segno un “home run” , sotto forma di acquisizione o entrata in borsa. E i finanziatori preferiscono vederla morire piuttosto che farla vivere con una vittoria modesta.
Un quadro dove convergono fattori apparentemente disparati: big data e ‘tutto gratis’, robot e intelligenza artificiale, algoritmi nelle piattaforme social e nelle transazioni azionarie, le pratiche monopoliste delle mega-corporation e la cosiddetta ‘sharing economy’, fino al costante rischio di nuovi tracolli economici, come già accaduto con lo scoppio della bolla dot-com d’inizio 2000, la crisi di Wall Street con ripercussioni mondiali del 2008/9 e il recente collasso dell’Eurozona.


                           Murales a San Francisco (da Wikipedia)
Attenzione, però, rimarca Rushkoff: la colpa non va addossata unicamente a Google & co, ai suoi dirigenti e impiegati, che diventano invece facile bersaglio del 99% e si beccano i sassi tirati contro gli autobus che li trasportano ogni giorno da San Francisco negli uffici di Mountain View (le proteste di piazza risalenti a un paio d’anni fa e a cui allude il titolo del volume). Ovviamente il problema è ben più complesso, anzi:
L’economia digitale del XXI secolo viene tuttora gestita con un sistema operativo basato sulla macchina da stampa del XIII secolo.
Il riferimento più ampio è alla cultura imperante a livello economico, oltre che socio-politico, dove gli azionisti impongono simili crescite verticali assolutamente insensate, dove contano solo i ‘capital gain’ rispetto a più modesti ma sicuri dividendi, dove non si esita a inglobare o far fuori nottetempo i diretti rivali. Già, come se la crescita non abbia limiti: il miraggio dell’era post-capitalista veicolato dalle politiche neo-con e neo-liberiste, prontamente abbracciate fin dai suoi albori dalla Silicon Valley – come descrivevano nel 1995 gli accademici britannici Richard Barbrook e Andy Cameron in “The Californian Ideology”, critica acuta del neo-liberismo dot-com superata solo in parte e tuttora cruciale per la memoria storia del digitale. E pur se oggi quell’egemonia dei tech-libertariani non è più così possente e subisce critiche (e abbandoni) diffusi, cosa potrà mai sostituirla? Forse una miriade di teorie e pratiche scioltamente interconnesse (con gli obbligatori agganci offline), o magari una varietà di spazi iper-frantumati tanto quanto la “balcanizzazione” dell’odierna internet?

In altri termini, la complessa molteplicità tra cause/effetti di diversa origine evidenziata da Rushkoff rivela comunque uno “zoccolo duro” nell’inarrestabile innovazione high-tech (o presunta tale) non vanno certo sottovalutate. Tanto per restare nell’area di San Francisco, dove la gentrificazione innescata dal tecno-boom aveva preso piede già a inizio anni ‘90 (ne sono stato testimone diretto), questi problemi continuano ad aumentare a dismisura, anziché ridursi. La popolazione di homeless è alle stelle, per non parlare dei precari in tutti i sensi, con costi (e qualità) della vita davvero impossibili, anche per chi ha un’occupazione stabile.
Non a caso una recente inchiesta curata da Vox propone il titolo Essere senza tetto è un lavoro a tempo pieno”, e vi si legge fra l’altro che «i prezzi degli affitti in quest’area tecnologica sono aumentati in maniera ben più rapida che nel resto del paese», per via della forte richiesta e delle strette normative per la costruzioni di nuovi alloggi. E pur se il problema degli homeless a San Francisco risale agli anni ‘80 (il primo centro d’accoglienza venne aperto nel 1983), oggi è in corso «un’epidemia di sfratti»:
Prima del 2011, ogni mese venivano sfrattate 300–350 persone, ora siamo a oltre 600. Dal 2013 gli sfratti in cui l’affittuario non ha commesso alcuna infrazione del contratto sono saliti del 115%.

(da indybay.org)
Mentre l’avanzata a testa bassa dell’high-tech è quantomeno una con-causa di simili problemi sul territorio, continuano tuttavia a essere sottovalutate le ricadute complessive dell’era digitale. Giusto per fare qualche esempio:

Dopo le rivelazioni di Snowden, sappiamo bene di essere sotto sorveglianza diffusa ma il messaggio generale è che non c’è nulla da temere; le maggiori piattaforme di social media continuano a consolidarsi e occupare altri spazi (fino al capitalismo-piattaforma); cresce il trend del passaggio dal PC a smartphone/tablet con tecnologie sempre più opache e basate sugli algoritmi, e l’annessa “balcanizzazione” della Rete (incluso l’ampliamento del Deep Web).

E ancora: già finito l’abbraccio tra movimenti di protesta quali Indignados e Occupy (o scenari tipo le Primavere Arabe) e i social media? Stanno forse emergendo app collaborative per amplificare o esaltare le manifestazioni di piazza? E a livello più individuale, che dire di una tecnologia che ci sommerge sotto una mole impressionate di dati? E delle continue corse all’aggiornamento di stato, all’estensione della cerchia dei follower e altre dinamiche di “reputazione”? Quali gli agganci (se esistono, o sono mai esistite davvero) di simili pratiche “narcisistiche” il legame con il quotidiano offline?
Si tratta insomma di proporre (o, meglio, rilanciare seriamente) una Net Critique ampia e articolata, di proporre quella critica a e di internet oggi apparentemente superata dalle spinte imprenditorial-economiche globali di cui sopra. Come avviene da tempo per la critica ai mass media dei nostri tempi (cinematografica, letteraria, culturale) dobbiamo riappropriarci di questi strumenti di lettura per (provare a) metterne in risalto le dinamiche meno apparenti e (cercare di) immaginarne gli scenari futuri.
Un approccio questo, attenzione, che non spetta unicamente ai ‘critici’ o agli ‘intellettuali’ (se mai esistono ancora), bensì all’intero popolo della Rete. Anzi, nell’attuale fase di stagnazione politico-culturale, tocca a ciascuno di noi elaborare e sostenere pratiche di riorganizzazione alternativa degli strumenti sociali in rete perché supportino i movimenti politici di base.
È quanto continua a suggerire fra l’altro Geert Lovink nel suo ultimo libro Social Media Abyss (di prossima uscita anche in Italia presso Egea, con traduzione del sottoscritto), che prosegue il percorso avviato nel 2004 con la fondazione dell’Institute of Network Cultures ad Amsterdam, oltre a docenze, interventi e libri successivi. E dove si affrontano in dettaglio domande scottanti, oltre a quelle accennate poco sopra, tra cui:

Come usare la Rete per rilanciare la politica e la cultura libertaria? Com’è possibile ripensare un modello comunicativo digitale senza subire l’omologazione dei social network? Cosa tiene insieme il culto del selfie e la passione per l’anonimato? In che senso la teoria critica è utile per la prassi politica in rete?

A riprova del fatto che, insieme all’impegno di molti altri ricercatori, esperti ed attivisti, esiste e cresce un movimento europeo per la critica alla cultura di Rete e alle sue trasformazioni (finanziamento dell’arte digitale, nuove forme di pubblicazione, estetica e politica dei video online, cultura dei motori di ricerca, riorganizzazione della conoscenza in rete). Mettendoci in guardia anche sui rischi di ‘retroguardia’ – in particolare rispetto a certe posizioni condivisibili ma fin troppo parziali o superficiali di critici Usa quali Sherry Turkle, Nicholas Carr, Andrew Keen o Jaron Lanier:
Poco ma sicuro: c’è bisogno di un approccio articolato per non cadere vittime della semplice rassegnazione del ‘romanticismo offline’ — posizione assunta fin troppo facilmente quando ci accorgiamo di non poter stare al passo e la routine prende il sopravvento.
Anche a rilancio delle critiche più articolate Rushkoff sul «tornado tecnologico… stanno intrappolando l’umanità intera», questo “laboratorio aperto europeo” rivela dunque un forte orientamento verso la prassi politica nelle pratiche comunicative digitali, integrando arte, mediattivismo e studi critici come strumenti di riprogettazione di una nuova convivenza civile, uno spazio di cittadinanza vivibile e inclusivo, non importa se urbano o online.
Proponendo altresì alternative concrete all’economia liberista e ai paradigmi di “colonialismo” digitale. Tra cui, per esempio, il MoneyLab di Amsterdam, un osservatorio sulle forme alternative di pagamento e gestione del denaro, oltre che sulle ‘economie del dissenso’ (ora che Bitcoin ha messo finalmente a nudo la propria anima elitaria e neo-con). E le varie realtà africane che andrebbero prese a modello proprio dal settore cyber ed economico occidentale, quali il successo del mobile money di M-Pesa, le animate discussioni online e la creazione di reti autogestite in Kenya, Uganda e altri paesi sub-sahariani.

Si tratta insomma d’insistere con la cultura critica del digitale in senso lato, con la decostruzione dall’interno del magma continuo di internet, con esperimenti di partecipazione civica. Un quadro che, per chiudere con alcune note “nostrane”, in Italia non sembra trovare troppa attenzione sia nell’ambito cultural-editoriale che nell’utenza di base. A livello “macro” le start-up innovative o i settori tradizionali ormai passati al digitale (come il giornalismo-informazione) sgomitano tra alleanze imprenditoriali e nuove trovate sostanzialmente finalizzate al “clickbait” (ignorando, per esempio, la strada dei micro-pagamenti ad articolo, così da superare anche culturalmente l’impasse provocato dal ‘tutto gratis’). Per non parlare di manovre a dir poco anacronistiche come la recente mega-fusione tra il gruppo de La Stampa e quello di Repubblica/Espresso.
Nell’epoca della decentralizzazione e del citizen journalism diffusi, si punta invece a ricreare regimi di monopolio utili soltanto agli interessi (e alle share di mercato) dei grossi gruppi editoriali e nient’affatto a quelli dei cittadini, degli ex-lettori, o della cultura in generale. Ancor più, ciò ribadisce il tradizionale approccio capitalista da pescecani e attori piglia-tutto menzionato all’inizio, teso a occupare spazio ovunque, attirare freelance e altri “precari” con buone idee ma costretti a lavorare per i Big pur di pagare l’affitto, e infine restringere o azzerare i progetti autonomi e dei singoli. Ciò appare particolarmente grave nell’odierno scenario digital-italiano, dove vanno comunque emergendo spinte innovative e maker d’ogni sorta, partecipazione civica e mondo open.
Già, proprio come scriveva pochi giorni fa qui su Medium me Eugenio Damasio qui su Medium:
Si apre un’epoca fatta di ritorno a dinamiche monopolistiche simili a quelle che Orson Welles , nel 1941, raccontava nel suo Citizen Kane. Un’epoca in cui, e non solo in campo giornalistico, la redistribuzione di ricchezza è sempre più limitata e i protagonisti rimangono invariati.
Oppure come diceva Emmanuele Somma, in riferimento ai “festeggiamenti” per i 30 anni di internet in Italia (i “pionieri” risalgono al 1986-7, l’era in cui dentro e fuori il Parlamento dominava la DC):
Bisogna dire le cose come stanno: di Internet in Italia non c’è nulla da festeggiare, tra censure di stato e velocità da paesi africani, tra provider imbroglioni e campioni solo di fuffa digitale. Vale la pena festeggiare la fiera delle vanità dei tanti parassiti che hanno salito — senza meriti — i gradini dei posti di comando? La rete in questi anni non è andata tecnologicamente avanti e ha fatto tanti passi indietro rispetto ai diritti digitali dei cittadini. Ma il peggio è che questa matrigna Italia incensa solo i furbetti e allontana chi è competente e appassionato.



Conclusioni possibili? Forse meglio pensare, più semplicemente e pragmaticamente, a percorsi praticabili sia a livello “macro” che individuali, fatti di trasversalità e contaminazione, decentramento e hacktivismo. Incluso magari un soggetto editoriale che sappia e voglia farsi carico delle istanze relative alla cultura e alla critica della Rete, rilanciando testi e notizie significative, coinvolgendo i protagonisti e le vicende italiane nelle dinamiche in corso a livello internazionali. Ben al di là di traduzioni casuali di libri da cassetta o simili estemporaneità come avvenuto finora.
Senza lasciare il campo in mano ad accademici, esperti o “intellettuali”, ma neppure ai circoli chiusi di correnti quali luddismo, situazionismo, marxismo e quant’altro, o limitarsi a dire “internet è politica”. Si tratta cioè di articolare/espandere le analisi proposte da autori come Rushkoff e Lovink, di riprendere esperimenti meno sexy come quelli di taglio “africano”, di superare collaborativamente il tipo approccio mainstream di privilegiare le “prime donne” alla Morozov (pur nella parziale rigorosità delle sue tesi sul “soluzionismo tecnologico”). Con l’obiettivo in progress continuo di offrire longreads, interventi, materiali di approfondimento, dibattiti aperti, conversazioni e così via. Un contesto più esteso (e la memoria storica) utili per stimolare al meglio l’eclettico ambito digitale nostrano, insieme a interventi collaborativi e strumenti bottom-up per una lettura meno ovvia e appariscente rispetto a un ampio ventaglio di referenti: dai professionisti super-indaffarati al mini-impero imprenditoriale, dai tantissimi individui interessati a capire meglio e darsi da fare fino ai nativi digitali e alla generazione Z sempre china sugli amati device “always on”.
Come scrivevo recentemente in un pezzo su CheFuturo per i 20 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di John Perry Barlow:
Proprio in un’epoca di massima centralizzazione di testate, socialità, contenuti. Un appello al monitoraggio attento sui pericoli dei lucchetti alla conoscenza e del controllo diffuso, entrambi ormai integrati nei gadget di uso quotidiano. Un invito pressante ai cittadini vecchi e nuovi del cyberspazio a (ri)prendere in mano il ‘bene comune internet’, per attivarne al meglio le potenzialità creative e la partecipazione dal basso sul territorio. Insieme all’importanza di un approccio critico sul digitale nel senso più ampio, altra specie in via d’estinzione nell’online odierno. … Perché, altro motto tipico in Rete negli anni della Dichiarazione di Barlow e meritevole di un attento revival: what it is > is up to us.

Note per la cultura - 6 - A volte capita di pensare, scrivere, agire ...

Serietà, a proposito della fatica del concetto. Gli stereotipi sulla realtà confliggono con il rigore di un pensiero esplorativo, indagatore, che tutto è propenso a spiegare senza pretendere di poterlo, esaustivamente, fare. La serietà risiede nella consapevolezza dei limiti, di lucide demarcazioni e dell'empiria e della ragione. L'esperienza conoscitiva non può che essere soggettiva, mai risolvendosi nel solipsismo. L'uso adeguato della ragione consente di superare i confini del “soggettivismo” aprendosi all'accertamento dimostrativo, alla diagnosi dei fatti dei quali ci si occupa, alla conquista di verità che allude all'oggettività, stabiliti metodi, criteri, lessico esplicativo e verificata la tenuta teorica di quanto si va ad apprezzare cognitivamente. 
Serietà intellettuale è, dunque, un sistema che integra l'intelligenza all'etica, genera le condizioni della ragione, orienta verso un atteggiamento disciplinato che non si fa irretire da scorciatoie pseudoculturali, da suggestive intuizioni, da esigenze personali, da squallidi interessi di supremazie pseudointelletuali. Serietà è umiltà, è immersione nella realtà, priva di forzature o velleità, è pronta revisione di percorsi erronei di conoscenza, è aprirsi all'incondizionato. La premessa alla serietà è la libertà, come autonomia di giudizio e come assunzione esplicita di responsabilità. Ogni deroga interpretativa presta il fianco all'ambiguità, ad una semantica distorcente, deviante, compromissoria. La matrice della conoscenza è l'onestà intellettuale, il libero ricercare che si oppone all'accondiscendenza o all'ignavia. La fatica del comprendere la realtà è spia rivelatrice d'una serietà colta operativamente nel suo incedere autorevole ed utile stratificando informazioni, creando un palinsesto – suscettibile di modifica ed integrazione – di significati che apre al “senso” ultimo dell'attività conoscitiva umana. La verità è dentro (si nasconde) un ricettacolo di artefatti di pensiero, un contenitore gnoseologico dell' “umano”, rappresentando la linea di separazione tra la logica e l'approssimazione retorica, tra dialettica ed i dogmi.

sabato 18 giugno 2016

I vincoli alla libertà dei comportamenti

 
Ritrovare la via dello sviluppo secondo il modello italiano - Un Mese di Sociale 2016/4

Aleggia oggi la tendenza moralizzante a identificare alcuni comportamenti individuali come peccaminosi, con la facile traduzione nell'accezione di «penalmente rilevanti». Ma la «devianza» (rottura delle regole) è un indispensabile parametro della creatività, necessario per attivare processi di innovazione (disruption) e sviluppo. Ma oggi possiamo essere abbastanza «devianti» da riuscire ad essere creativi, quando il grado di legittimazione della libertà individuale dei comportamenti è subordinato al primato uniformante di un certo legalismo?
Censis - Piazza di Novella, 2 - Roma

Introduce: Massimiliano Valerii - Direttore Generale Censis
Intervengono:
Andrea Toma - CensisStefano Cingolani - Il FoglioFranco Debenedetti - Presidente Istituto Bruno LeoniFabio Martini - La StampaGiuseppe De Rita - Presidente Censis

“Across Chinese Cities”, tra Marco Polo e Calvino


È un ponte tutto di pietra largo otto passi e lungo duemila che è la larghezza del fiume stesso. Porta ai due lati per tutta la loro lunghezza colonne di marmo che sostengono il tetto del ponte: e il ponte è coperto da un tetto di legno tutto istoriato e dipinto riccamente. Ci sono su questo ponte da una parte e dall’altra molti casottini di legno dove si vendono mercanzie e prodotti vari, ma non sono stabili: si montano la mattina e si smontano la sera. E qui si fa il commercio per il Gran Signore e vi sono quelli che riscuotono la sua rendita cioè il diritto che egli ha sulle mercanzie che si vendono sul ponte. E sappiate che il diritto del ponte si può calcolare in un valore minimo intorno ai mille bisanti d’oro per giorno.
Marco Polo, Il Milione cap. CXV, 1298 (scritto in italiano da Maria Bellonci, 1982)

Marco Polo insegna, sempre. La sua descrizione del Ponte Anshun (letteralmente ‘Pacifico e fluente’) a Chengdu potrebbe aver ispirato la costruzione, nella prima metà del XV secolo, di due file di negozi sul Ponte di Rialto - lungo solo 48 metri, ma per secoli cuore nevralgico dei commerci - all’epoca nella versione in legno strutturale risalente al 1250 circa. Quel che è certo è che i proventi derivanti dall’affitto dei negozi venivano riscossi dalla Tesoreria di Stato della Repubblica Serenissima di Venezia con modalità simili a quelle attuate dal Gran Kan a “Sindufu”, come Polo denomina la città capoluogo della provincia Sichuan.
A oltre sette secoli dal viaggio che il mercante e ambasciatore veneziano descrisse nel Milione - la prima vera enciclopedia geografica - la Cina torna da grande protagonista a Venezia, in occasione di Biennale Architettura 2016, e non solo per la mostra "Daily Design Daily Tao" curata da Liang Jingyu che trova spazio nel Padiglione governativo all’Arsenale: nella sede IUAV di Ca’ Tron, sul Canal Grande, c’è l'Evento collaterale "Across Chinese Cities - China House Vision". Entrambe le esposizioni sono state inaugurate dal viceministro della Cultura Yang Zhijin, arrivato a Venezia per ribadire “gli stretti legami con questa città piena di poesia, modello di integrazione tra civiltà antica e moderna, come un luogo sacro del tardo Rinascimento”. A fare gli onori di casa, la veneziana Laura Fincato - cittadina onoraria di Suzhou, ha ricevuto il Cultural Exchange Contribution Award del Ministero della Cultura Cinese conferito dalla Vicepremier Liu Yandong - la quale ha sottolineato che “grazie anche al lavoro di Zheng Hao, vicedirettore del ministero della Cultura, negli ultimi quattro anni 80 delegazioni di importanti città sono venute a Venezia per mantenere e rafforzare i rapporti di amicizia. Desideriamo tutti, come veneziani, come italiani, che queste relazioni diventino sempre più profonde e importanti”. Principi ribaditi anche da Massimiliano De Martin, assessore comunale all’Urbanistica, che ha sottolineato come "Marco Polo non costruì solo la via della seta: ridusse le distanze tra culture e popoli. Ora siamo qui per parlare di contemporaneità". Parole pronunciate alla presenza di media cinesi nella Sala Giunta grande di Ca’ Farsetti, dove sono state ricevute le delegazioni di “Across Chinese Cities” e di Chengdu (città ospite 2016), che vanta 4.500 anni di storia ed è riconosciuta dall’Unesco sia per il suo patrimonio culturale che per quello naturale: è il regno dei panda. Chengdu ha 13 milioni di abitanti, ma sono 17 milioni nell’area: è la quarta città della Cina per popolazione, turismo ed economia. “Ci auguriamo che questo incontro segni l'inizio di relazioni per scambi nei settori istruzione, cultura, cibo" hanno risposto Bo Luo, vicesindaco esecutivo di Chengdu, e Houlei Duan, direttore generale dell’Information Bureau della provincia di Sichuan.
“Across Chinese Cities” è parte dell’omonimo programma internazionale organizzato e promosso dalla Beijing Design Week (BJDW) guidata da Vittorio Sun Qun, che si prefigge di generare ricerca e contenuti inediti relativi al produrre, pensare e vivere la ‘condizione urbana’ della Cina contemporanea, e così offrire accesso al sapere pratico e teoretico che scaturisce dall’incontro delle sue incessanti sfide ed ambizioni.
Curata da Beatrice Leanza (BJDW) e da Michele Brunello (DONTSTOP Architettura), la mostra costituisce una iterazione dal progetto “House Vision”, piattaforma Panasiatica di ricerca e sviluppo pluridisciplinare lanciata e co-curata dai designer Kenya Hara (direttore creativo del brand Muji) e Sadao Tsuchiya in Giappone dal 2013. “House Vision” è una esplorazione in ‘futuribilità applicata’ nel campo dell’abitare domestico, esercitato da team formati da progettisti nell’architettura e industrie leader di vari settori, accoppiate al fine di realizzare nuove visioni di ‘casa e forme dell’abitare’ che rispondano a complessità urbane esistenti, trasformazioni degli stili di vita e necessità umane. Una riflessione sulla condizione abitativa del futuro, soprattutto in Asia: dopo il lancio di House Vision China a Milano in occasione di Expo 2015, quest’anno a Venezia vengono mostrati i primi risultati delle ricerche svolte da 12 studi di architettura dislocati in tutta la Cina.
"L’allestimento di 'Across Chinese Cities - China House Vision' disegna uno spazio domestico e pubblico, lanciando la sfida di cambiare le città a partire dalla liberazione dei desideri individuali che si proiettano sulla casa, al di fuori di ogni omologazione - spiega Brunello -. Quello che oggi costituisce la differenza sociale, e cioè la personalizzazione della propria casa secondo i propri desideri, concessa spesso solo ai più abbienti, in futuro potrebbe diventare accessibile a tutti ed elemento costitutivo del progetto residenziale adatto a tutte le possibilità economiche, a tutte le scale e a tutte le latitudini. L’obiettivo, oggi come ieri, rimane ridurre le differenze; la novità è che oggi si può provare a farlo moltiplicando le differenze".
Entrando a Ca’ Tron si incontrano prima di tutto gli spazi riservati a Chengdu: curati dal Beijing Center for The Arts (BCA), sono interamente dedicati alla cucina. ‘The Floating Kitchen’ di Kengo Kuma ci riporta alla cucina tradizionale cinese, che vanta tra gli ingredienti principali quelle spezie che fecero la fortuna dell'antica Repubblica di Venezia: sembra di viaggiare con Marco Polo, tra oggetti vintage e video istallazioni che mostrano cuoche all’opera, in ambienti simili a quelli delle nostre trattorie. È quindi un balzo quasi epocale quello che ci fa fare ‘The Infinity Kitchen’ di Winy Maas: una lunghissima cucina tutta trasparente che punta ad elevare la nostra consapevolezza sui singoli procedimenti del cucinare, celebrandone i rituali in modo poetico.
Tanta poesia si trova anche al piano nobile di Ca’ Tron, dove si sviluppa la sezione principale di “Across Chinese Cities – China House Vision”. Poesia nello stile di Italo Calvino, che ne Le città invisibili fa dire a Marco Polo in un dialogo con Kublai Kan: “Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”. Qui in realtà troviamo soprattutto desideri.
Per citare solo alcuni esempi, Yungo Chang ci propone ‘The Bike House’, istallazione che nasce dal suo amore di tutta la vita: la bicicletta, il cui utilizzo per il trasporto urbano viene ora promosso dall’Amministrazione municipale di Pechino. ‘The Bike House’ propone progetti di abitazioni per ciclisti, con spazi interni in cui muoversi comodamente in sella alla bici, e nuovi spazi collettivi per comunità di appassionati della bicicletta.
‘Back Home’ di Liang Jingyu si ispira a valori di autosufficienza e interconnessione tra Uomo e Natura, concetti cari agli antichi canoni etici cinesi. Nasce dall’osservazione degli stili di vita in regioni rurali remote, dove la sincronicità di attività fisiche e spirituali viene tuttora praticata in una coesistenza armoniosa.
‘The House of Spontaneity’ di Hua Li esplora i rituali che donano il senso di ‘essere a casa’ agli spazi in cui viviamo: celebra la possibilità che l’abitazione del futuro incarni l’espressione individuale, e che la casa sia un luogo aperto al cambiamento e alla costante riconfigurazione.

Venezia, Ca’ Tron – fino al 23 settembre

Galleria di immagini

di Maristella Tagliaferro © Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

domenica 5 giugno 2016

Post-umano, ora

 By
http://www.kainos.it/numero6/emergenze/emergenze-pepperell-it.html

THE POSTHUMAN MANIFESTO
TO UNDERSTAND HOW THE WORLD IS CHANGING IS TO CHANGE THE WORLD

MANIFESTO DEL POSTUMANO
CAPIRE COME IL MONDO CAMBIA È CAMBIARE IL MONDO

di Robert Pepperell

Il MANIFESTO rivela l'interesse a mettere sotto l'occhio della critica il passaggio dell'umano, non a qualcosa che lo supera, ma a qualcosa che lo abbatte. Non über, ma post. L'attacco dell'assetto attuale del mondo all'essenza-uomo è radicale, di una radicalità aggressiva, violenta, di una violenza insidiosa, ed è totale, va ormai dal luogo di lavoro al tempo libero, viene dall'alto e dal di dentro. È una mobilitazione totale, della scienza e quindi della tecnica, della comunicazione e quindi del linguaggio, dell'immaginario e del reale insieme, dove quello che accade e quello che si racconta, la vicenda e lo spettacolo, si confondono. Per smascherare l'apparato di questo scenario occorre mettere in campo una strategia complessa di analisi. Ed è esattamente quello che va fatto, utilizzando vari livelli di analisi e diverse culture disciplinari, senza spaventarsi dell'impatto tecnico sul tempo di vita, dell'ibridazione della condizione umana sempre poiù articializzata ed articializzabile. Del resto, la "cultura" non è la dfimensione extragenetica, artificiale della condizione di vita umana ? L'epoca del post-umano è iniziata; nelle "cose" della storia e della vita quotidiana essa si mostra; non è necessario leggere mille libri per entrare in contatto con il nuovo mondo che ci circonda: basta leggere le pagine divulgative delle notizie scientifiche dei maggiori quotidiani. È già prossimo il tempo in cui ciascuno potrà ordinare via Internet tutte le protesi necessarie al buon funzionamento del suo corpo e tutti i farmaci che possono potenziare il suo apparato sensoriale e le sue funzioni cognitive. Ci saranno cliniche specializzate con medici ingegneri che applicheranno alla nostra massa cerebrale micro-chip che renderanno possibile suonare Beethoven senza aver studiato musica e che forniranno prodotti farmacologici «miracolosi» per stimolare le zone cerebrali, i neuroni e le sinapsi che presiedono alle sensazioni finora imputate alle persone umane. Votare in una cabina elettorale non sarà una scelta tormentata, ma l’effetto automatico di una reazione elettrochimica che trasmette stimoli ad una parte del cervello. Ibridazione con le macchine e «sacrificio al dio protesi» sono le nuove parole che delineano il lessico della narrazione post-umana. L "controcorrente" è già "corrente" ordinaria e l’illusione scientista tecnologica è un ennesimo tentativo di cancellare la questione del «cosa è un uomo» dall’agenda del pensiero occidentale. Codice genetico e codice binario vanno già a braccetto. Quando i "reperti biochimici" del nostro "vissuto" fisico e mentale saranno estraibili dalla psiche individuale e resi digitali, allora . . .
 

Libri per pensare - Tutti i libri della collana Citoyens - CRS

Tutti i libri della collana Citoyens - CRS

La lettera blu

Massimo Mastrogregori La lettera blu Le Brigate rosse, il sequestro Moro e la costruzione dell’ostaggio Parole chiave: Pubblicato nel: Ottobre 2012 Pagine: 192 ISBN: 88-230-1687-3 Ediesse Prezzo: 12.00€ Acquista sul sito dell’editore. La morte di Moro è sempre..
 

Dall’estremo possibile

Mario Tronti Dall’estremo possibile A cura di: Pasquale Serra Pubblicato nel: Mag 2011 Pagine: 244 ISBN: 88-230-1564-7 EDIESSE Prezzo: 12.00€ Acquista sul sito dell’editore In questo libro vengono raccolti alcuni scritti di Mario Tronti, che hanno come... 
 

Europa e Mondo

Pasquale Serra Europa e Mondo Temi per un pensiero politico europeo collana citoyens Formato 12×16,5 Pagine 208 Prezzo euro 8,00 Codice ISBN 88-230-0595-7 Uscita Novembre 2004 Come si pone l’Europa per rapporto al Mondo? In che modo la storia e la cultura di...