menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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giovedì 26 dicembre 2024

Sui libri e sulle letture

Nel 2022 solo il 41,4% degli italiani (da 6 anni in su) ha letto un libro nell’arco di 12 mesi, per motivi non strettamente scolastici o lavorativi.

Si tratta tta di una delle percentuali più basse registrate negli ultimi 25 anni. Sono cresciuti, altresì, i cosiddetti lettori forti, vale a dire le persone che leggono almeno un libro al mese. Ed è aumentata anche la media dei libri letti in un anno. É passata, infatti, da 6,3 libri all’anno a 7,4 libri all’anno. I motivi per i quali le persone hanno dichiarato di non ‘riuscire’ a leggere sono svariati, prevalentemente la carenza di “motivazione”.

In base ai dati di scenario sistema Audipress edizione 2024/I, riferiti alla rilevazione dell’anno mobile Maggio 2023 – Aprile 2024, in Italia sono stati 31,6 milioni gli individui che hanno letto o sfogliato un titolo stampa su carta e/o digitale replica negli ultimi 30 giorni, pari al 60,5% della popolazione adulta di 14 anni e oltre, in continuità rispetto all’edizione precedente. Di riflesso, restano stabili anche i dati complessivi sui profili demografici dei lettori stampa negli ultimi trenta giorni (quotidiani e/o periodici), tra gli uomini (il 62,8% del segmento rappresentato) e le donne (il 58,2%) e trasversalmente tra le differenti fasce d’età, con il 57,2% dei 14-24enni, il 58,6% dei 25-44enni e il 61,9% dei 45 anni e oltre.

Sussiste, tuttavia, e si sta consolidando una tendenza a sostituite la lettura che arricchisce, gli apprendimenti, per così dire, con la pseudolettura massmediale (non mi riferisco, ovviamente, agli eBook), con quell’informarsi sincopato e caotico, tipico degli ipertesti che la “rete” - esplorata acriticamente - propone in modalità overload, saturando il desiderio di impegno cognitivo e manipolando le stesse attitudini emotive e di curiosità.

Nonostante che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, meglio conosciuta come UNESCO), abbia deciso di istituire, ogni 23 Aprile, la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, e che anche in Italia, ogni 24 Marzo, si celebri la Giornata nazionale per la promozione della lettura, con l’obiettivo di sensibilizzare anche i più giovani sull’importanza di leggere.

È fuori di ogni dubbio che la lettura “tradizionale” dei libri cartacei elimina la dipendenza digitale, aiuta a disintossicarsi dal “dovere di connessione”.

In secondo luogo, la lettura favorisce - oltre che fornire “nutrimento dell’anima” - l’elevamento culturale personale non dispendioso, allena e genera creatività, aiuta, terapeuticamente, a sostenere le persone che impattano con complicate problematiche esistenziali, fa conoscere mondi etnici e realtà sociali, linguaggi espressivi ulteriori, espone a congetture che ristrutturano anche i modi di vita, i sistemi di valore, contribuisce a migliorare la sana empatia potenziando la capacità del “lettore” di relazione con gli altri, migliorando l’attitudine al sentire e al comprendere l’emotività ed i punti di vista altrui, agevola la salvaguardia della memoria a breve termine, contribuendo a rallentare il processo di invecchiamento, migliora le competenze linguistiche, e più in generale la padronanza della lingua italiana e degli altri idiomi, concorre alla serenità, liberando porzioni di tempo dalle diverse, intrecciate ed alienanti frenesie che occupano esageratamente le 24 ore quotidiane.

Pertanto, la lettura di libri rappresenta un importante strumento di crescita personale ed eleva il tasso di civiltà.

Certo, sussistono modalità di letture distorsive, effettuate senza coscienza. Letture meramente consolatorie, utili solo ad evadere (momentaneamente) dal tempo di lavoro e da vicende percpite come oppressive, legate al disimpegno, all’adesione acritica a mondi estranianti, alla disperante scissione tra emozioni e ragione, letture che finiscono per sostenere la “cancel culture” verso i “contenuti” di libri (indifferentemente dalla peculiarità dei contenuti, narrativa, saggistica filosofico-politica o scientifica, libri fotografici) che posseggono la forza di far emergere “domande”, d'integrare “sensate esperienze e certe dimostrazioni”.

Questa forma di lettura - dispersiva di energie - richiude i lettori nel proprio angusto mondo interiore, relegando l’universo dei rapporti sociali ad una maleinterpratata presunta “insensibilità” degli altri, perchè si ritiene fastidiosa, ingombrante la presenza di quei libri che “interrogano” la coscienza individuale, in quanto sono in grado di scuotere, scombussolare lo status quo e di far riflettere, far uscire dal “guscio” protettivo del non voler sapere, del cercare solo “conferme” alla propria Weltanschauung.

La presente disamina, porta a dei suggerimenti di lettura non nociva.


Innanzitutto, propongo di condividere la lettura di alcuni testi della Prof.ssa Mariagrazia Tosti la quale, da tempo, sulla scorta delle sue competenze filologico-letterarie, gestisce un’esemplare pagina Facebook - Ginger Booklover - che promuove il confronto ed incentiva la lettura.

Scrive: “Questo è un bookclub per veri #booklover. Nasce dal desiderio di condividere le mie letture: parlando di queste, recensendo i libri che leggo, inevitabilmente vi racconto qualcosa di me, non solo passione per la lettura, per la poesia e i viaggi, ma anche per il tè che spesso sorseggio mentre leggo, per le coperte che riscaldano, per tutto ciò che è rosso, a partire dai miei capelli, risultato di una mutazione genetica MC1R nel cromosoma 16, di cui sono fierissima e che spiegano il mio temperamento molto gingerhead, passionale e istintivo. E così le mie letture sono frutto dell’istinto, interessanti i libri si ammucchiano sul mio comodino e gli argomenti sono randomici, si passa dalla filosofia al giallo con disinvoltura. Ma in fondo la libertà di leggere è anche questo: saltare da una storia all’altra giocando a confondersi, a perdersi e ritrovarsi, nel caos a volte si trovano strade e percorsi di conoscenza e scoperta inaspettati, quando trovo il libro giusto cado nel vortice delle sue pagine, procedo in maniera febrile e me ne innamoro. Dunque questo è il mio disordinatissimo percorso, ma libero e appassionato”.

Di recente, Mariagrazia Tosti ha iniziato a collaborare con la rivista online mentinfuga.com, scrivendo articoli di alto spessore culturale su protagonisti della letteratura straniera e importanti iniziative [Mariagrazia Tosti per mentinfuga]. S’attendono ulteriori contributi, in un originale florilegio di stimoli che esalterà le sue doti di scrittura e l'attitudine al pensiero critico, non mancando d'intrigrare i lettori interessati.

Altrettanto importante, la perseverante promozione della lettura che effettua la Prof.ssa Cristina Mosca su Instagram, grazie ad un blog “Exit” e collaborazioni con varie testate, recensendo e presentando libri in brevi video. È anche autrice (si segnalano, “Con la pelle ascolto”, 2018, e “Loro non mi vedono”, 2014).

Di Claudia Provenzano, vanno letti i suoi quattro romanzi, pregiate storie che oltre all’avvincente impianto narrativo, detengono una profonda abilità di scavo psicologico e di problematizzazione storico-sociale: “Storia di Miryam”, 2017, “Le ragioni degli altri”, 2018, “Figli mancati”, 2020, “Figli del mondo”, 2021, “Il teatro interno. Modelli psicologici e strumenti pratici per la conoscenza di sé. Un testo ad uso di professionisti e non”, 2022.

Di pregio la produzione poetica e saggistica di Diomira Gattafoni; “Occāsŭs”, 2019; Malachite”, 2021; “Varrone accademico e menippeo”, 2021; “L'orizzonte degli eventi. Cave hominem”, 2024 Opere rendono attonito il lettore, lo spingono a rileggere con avidità, restando nell'entusiastica attesa di altri capitoli a venire (… questo occāsŭs è pien di voli ..., Carducci) in un tempo non lontano nel quale il sole di questa scrittura pare non debba tramontare.

Si suggeriscono come opere insolite e preziose, i libri di Florideo Matricciano, che tracciano itinerari intensi, poetici e narrativi, che esaltano la bellezza della profonda riflessione e della creazione semantivo-lessicale, aprendo a scenari esistenziali “unici” e corroboranti, “intrecci di scritture e ormeggi - pigmento di lettura - che si snodano lungo l'arco” di diversi testi. Tra le sue opere, si ricordano “Le cicatrici mute dei menù” (2022), “Dis-sentire il silenzio. (Centouno tanka, haiku e senryu)” (2021), “Appunti, disappunti e... contrappunti. Periferie scrittorie, rimarginazioni e ritrosie a sovescio in coda al secolo breve 1985-1995”, (2019), “L'ineluttanza delle parole”, (2018).

Anche di Giancarlo Giuliani vanno segnalate variegate opere che si muovono su plurimi registri stilistici e di genere letterario. Ha pubblicato alcune raccolte di versi: Ulisse non è mai partito (Roma, 2009); Liber Alchemicus (Pescara 2010); Libro Perduto (Pescara, 2011) e Caos ipermetrico (Chieti 2012). Nel 2012 ha pubblicato un radiodramma noir in 30 quadri, Bisturi (Pescara 2012). Nel 2013 esce il suo primo romanzo storico sulla figura di Pitagora giovane: Diospolis (Chieti 2013). Si ricordano anche “Xenos. 1181. La nascita del mito”, “daimones. I dèmoni di Gordias”, “Diospolis. Una storia del VI sec. a.C.”, “Il nulla e l'uno”, “Libro perduto. Otto movimenti e un Canto di Uscita”, “L'ultimo atto. Una storia negli anni di piombo”, “Nel mio regno non vi sono filosofi”, “Nemesis. Una storia del tempo antico”, “Poema minimo”.

Inevitabile il riferimento a Marco Steiner, scrittore. Lo si scopre, “incontrandolo”, per così dire. Mettendosi in moto, con la mente, disancorandosi fisicamente dalle consuetudini, esprimendo esigenze non conformi, non omologabili. I libri di Steiner soddisfano urgenze di veridicità e consegnano squarci di bellezza cosmica, di genuina espressione della complessità umana. É in quella transizione che viene chiamata “viaggio” che si scoprono le verità – il termine è necessariamente declinato al plurale - del mondo, compreso quello interiore. Gli itinerari intrapresi o da intraprendere sono modi propri d'una trasformazione che anela all'originalità e si realizza attraverso visioni di nuovi luoghi e il contatto con persone diverse, restando in ascolto. Il viaggio è la forma per perfezionare la propria biografia, per completare l'esplorazione sociale, per orientare l'intima ricerca della libertà, rendendo possibile, nelle esistenze di tutti, essere “visibili”, a sé e agli altri

La produzione di Marco Steiner, veramente ampia e di raffinata peculiarità, costringe ad una selezione circa i suggerimenti di lettura. Nel 1996 ha pubblicato Corte Sconta detta Arcana, romanzo lasciato incompiuto da Pratt e nel 2006 ha scritto L’ultima pista, ideale prosecuzione di Tango. Nel 2014 pubblica presso Sellerio Il corvo di pietra. Tra gli ultimi capolavori, “L'ultima pista” (2006); “Oltremare” (2015); “Miraggi di memoria. Itinerari ipnotici lungo il cammino di Corto Maltese” (2018); “Isole di ordinaria follia” (2019); “La nave dei folli. Un diario di bordo” (2022); “Un mare troppo lontano” (2022); con Hugo Pratt, “Ring Ring” (2023); con Giovanni Robustelli, dal 14 Marzo 2025, “Nella musica del vento all'ombra di nessun dio”.

Da ultimo, si sollecita l’interesse per alcune pubblicazioni - prosa poetica e saggistica - di Giovanni Dursi: “Lanciano città libera? Lavori in corso fino al 2016”, in collaborazione con Graziano D’Angelo”, 2011, “Spazio pubblico e desiderio”, 2013, “Cattività: È nel “modo” che esiste il “mondo”, 2024, “Ricognizione sul presente: Alcuni scritti filosofico-politici 2017- 2024”, 2024, “Il contrario del móndo: Critica del revanscismoneofascista”, 2024.

Buone e sensate letture.

 

 

 

 

giovedì 5 dicembre 2019

«Occāsŭs» di Diomira Gattafoni (Edizioni Tracce, Pescara, 2019)

Il termine occāsŭs vuol riferirsi, nel medesimo momento, al tramonto, al declino, alla rovina, all'occidente e all'occasione. Tutte le accezioni (… Niente di sorprendente accade a chi scrive. Si muore pensando alle parole, scrive, in LINGUE MORTE, con appassionato pragmatismo, l'autrice di «Occāsŭs», Edizioni Tracce, Pescara, 2019), non tanto e non solo per una perizia etimologica, sono dentro la silloge poetica di Diomira Gattafoni, opera d'esordio contraddistinta da un'evidente, fisiologica, originalità d'invenzione e di riflessione propria di versi che l'autrice dona, cercando manifestamente un contatto non banale con il lettore, cesellandoli in modo erudito.

I componimenti fanno i conti, alludendo al fotogramma aurorale della conseguita consapevole maturità di donna, con la scrittura smart e performante di aedi improvvisati. I testi di tal fatta socialmente egemoni, adatti all'attuale “mercato della bellezza” ed avvezzi al permanente happing pseudoculturale, sono messi in ombra, senza timore alcuno, dall'impegnativa tenzone che Diomira Gattafoni con «Occāsŭs» ingaggia vincendo su criteri di scrittura e lettura piegati alla volgarizzazione dell'arte poetica come luogo di elitaria, edonistica socializzazione e, fatto ancor più importante, convincendo il lettore.

Il paradosso d'una coraggiosa estraneità mai saccente che riverbera autenticità e purezza, in modo sublime, viene così espresso in ANNI LUCE: Sento di non appartenere al mio tempo, Sento che il mio tempo non esiste. Una menzogna intrappolata nell'etere, Una menzogna che non so definire ; le risonanze affettive e spirituali dell'essere nel mondo sono intenzionalmente ed apprezzabilmente consegnate all'estro creativo. Le immanenti “possibilità” della prosa poetica di Diomira Gattafoni, quindi, si dispiegano ridisegnando ed arricchendo la gamma di significati che raggiungono, per questa via, l'universalità del sentire, emancipandosi, in forma gradualmente esuberante, dalla robusta radice biografica.

I ventisei componimenti brevi, alcuni brevissimi, quasi sperimentali haiku, di Diomira Gattafoni, infatti, sono densi, non solo letterariamente, non inclinano affatto al compiacimento di invadenti committenti. Essi, non del tutto estranei alla tradizione post-crepuscolare (… Sempre amico imperfetto, Adesso aoristo disseminato di stelle cadenti …, scrive Gattafoni ne IL TEMPO, lirica d'apertura della raccolta oggetto della presentazione), si candidano, altresì, ad indicare una coraggiosa possibile fuoriuscita da un lungo processo di dissoluzione di forme artistico-letterarie dominanti in Italia.

L'opera cerca palesemente inediti sentieri verso universi linguistici efficacemente votati all'apertura di “senso” del dire e della narrazione poetica, ma – soprattutto – dell'esistenza (come l'autrice verga con enfasi nell'aforistica SIGIR: Amicizia, che grande parola, quella che unisce voi umani disumani. Terribile la vostra storia di ipocrisia e di sopraffazione. Non c'è azione innocua negli adulti che possa rispondere al solo Amore. Amore, Amore, Amore ch'a nullo amato amar… Perdona! Chi perdona?), in maniera anche spietata, morale, scuotendo lo spirito, lodevolmente, senza concessioni alla “maniera”. Scrive l'autrice in D’INCANTO: Vorrei fotografare d'incanto Ogni scorcio adombrato Della tua anima. Sospirare ogni tuo respiro Avvolta nel manto della tua presenza; null'altro che conoscenza e frequentazione degli “altri”, comprensione e confidenza indispensabili a ripudiare e contrastare l'inerte ripetizione di aridi antropologici luoghi comuni.

«Occāsŭs», tuttavia, non esaurisce il suo pregio nella ricerca prospettica d'una prosa poetica come indirizzo estetico nuovo; tutt'altro (citiamo nuovamente, esemplificando, da ANNI LUCE: “ … Sento di aver attraversato tutti i meandri del mio tempo. Quello rimasto abita nel vuoto cosmico. Dimmi che non ti sto cercando invano, mia amata Libertà ...).

L'autrice, usa il linguaggio alto, aulico (come in IMITATIO IMITATIONIS con i corroboranti, espliciti riferimenti a Diogene Laertio, Omero e Tommaso Campanella; come in AΔΙΆΦΟΡΑ, con l'esaltante verso di chiusa pregna di suggestione epica: ... La morte si profila ecosistema che funziona a decomporre gli alibi dell'amore; come in [N]EGO o in LIMES VITAE ed altre liriche contenute nella raccolta) non solo perché lo conosce perfettamente, ed è ermeneuticamente attrezzata, bensì per riconnettere le sensibilità del presente, devastato da sincopati neologismi e da prepotente colonialismo lessicale, alle autentiche radici greco-latine ed etrusche dell'VIII secolo a. C.; tali etimi scaturiscono dai vari antichi sermo plebeius trovando nell’insieme delle varietà un coagulo di convergenze idiomatiche tanto ancestrali quanto genuine in una lingua in grado di programmare il riscatto del “dire” e del “pensare” dal reiterato rischio dell'omologazione ideologica e dello stesso spazio intimo.

Uno degli oggettivi pregi dell'opera risiede proprio nella mirabile amalgama che i versi realizzano tra l'essenza immateriale (il pensiero; il riferimento emblematico è alla splendida TOTENTANZ: Leggevo di un tronco legato alla scure di un desiderio ghiacciato. Il sole lo strinse per il cuore di sughero condannandolo a bruciare. Il ghiaccio che avvampa si chiama amore. Danza solitario il gas nobile gonfio di nomi che sono stati vivi.) e la dimensione tangibile (visibile e sonora) delle parole scritte, come in SANGUE FREDDO (… Non c'è nessuno con cui poetare), in CATASTERISMO DELLA FINE (… Beviamo il giorno, ingoiamo la notte con un nome buttato al vento degli eventiAndiamo nell’ombra dove il sole può violentare dove le tenebre resistono inoffensive al vanto della luce che ci strugge perduti e vinti ...), in DIVINA PAX ( … L'aroma terso che attutisce la più cupa malinconia disarma la contesa ed annuncia la pace dei sensi. L'armonico gusto è l'inestimabile meta dal fulmineo approdo nel senso della pace: regno di satiro e di baccante dell'autentica natura).

«Occāsŭs» è l'opera che svela e trova Diomira Gattafoni pronta ad uscire dal cono d'ombra rappresentato dai non-sense costruiti di Antonio Porta, dal solido “realismo” descrittivo di Elio Pagliarani, dall'esuberante, infocata “narrativa poetica” di Edoardo Sanguineti, intrisa di sapori concettuali e sarcastici, per costituire una soluzione di continuità rispetto alla già corrosiva lirica crepuscolare che ha saputo rifiutare la poetica dannunziana, superomistica e mitizzante, preferendo cantare, in forme dimesse e colloquiali, la stanca condizione umana, o la chiusura nel proprio silenzio personale. Diomira Gattafoni, al contrario, non intende essere passiva rispetto al coriaceo potere della realtà, vuole agire - conscia e insoddisfatta - su di essa, sulla falsariga dell'incomparabile Ada Merini, a sua volta assimilabile allo stile letterario di Dino Campana, procedendo per accostamenti di immagini – riuscendo nell'ardua e gratificante saldatura di ῎Ερως, πάϑος, ἦθος e λόγος -, senza il sostegno di alcun stereotipato collegamento logico, rivelando, viceversa, ad una seconda necessaria lettura, un'identica “fantastica irruenza” saldata ad una genuina esigenza narrativa che l'accomuna senza dubbio alla poetessa milanese.

In LABIRINTO (Pensieri girovaghi si insinuano nell’antro di un uscio precluso. Prospera l’anima autodistruttiva, apice di ogni negazione: ricordo che non potevo volere … Spingevo più in là il destino di detenzione senza sollevare l'ostacolo dell'inibizione ...), la trentaduenne poetessa abruzzese condensa saggezza ed arte, il saper fare e il saper diventare, la ragione che allontana e il corpo che attira, in un guardarsi sincero dentro che diventa cifra dell'umano trascorrere e fonte genuina della sua ispirazione.

Il lettore resta attonito, rilegge avido e resta nell'entusiastica attesa di altri capitoli a venire (… questo occāsŭs è pien di voli ..., Carducci) in un tempo non lontano nel quale il sole di questa scrittura pare non debba tramontare.

Giovanni Dursi



Il testo qui pubblicato appare nel volume come postfazione




lunedì 12 marzo 2018

Nero – Dramma in provincia. Giancarlo Giuliani racconta

Il nuovo social thriller di Giancarlo Giuliani con la non troppo amata Pescara attuale sullo sfondo

Giancarlo Giuliani, è nato a Pescara in anni troppo lontani per essere citati”, mi dice con consueta letizia in grado di contagiare l’umore e rasserenare, guardandomi dritto negli occhi con iridi grigioazzurre altrettanto sorridenti che comunicano energia ed intraprendenza.
I suoi limpidi occhi esprimono la sua filosofia di vita di scrittore, poeta, letterato, grecista, latinista, cultore infaticabile di lingue e letterature straniere contemporanee, traduttore, saggista, esperto d’editing editoriale, insegnante di Lettere e di scrittura creativa presso i Licei, scopritore infaticabile di giovani talenti autoriali.
Pur risiedendo nel capoluogo adriatico, non ha mai reciso il profondo legame con l’Aquila, martoriato centro dell’entroterra appenninico, che frequenta assiduamente, non disdegnando di recarsi dovunque possa saziare la sua fame di esperienze.
Durante gli anni del Liceo viene segnalato per le sue abilità nella scrittura. Un piccolo volume di poesie esce quando aveva 12 anni. Viene da famiglia benestante. Si laurea in Lettere classiche (vecchio ordinamento) all’Università D’Annunzio di Chieti con il massimo dei voti e la lode. Discute una tesi in Sociologia dell’Arte. Durante gli anni dell’Università si appassiona alla lotta politica e si avvicina a Lotta Continua. Consegue l’abilitazione all’insegnamento in Lettere classiche, vincendo cattedra in Concorso nazionale. In precedenza, aveva conseguito l’abilitazione in Lettere per la scuola media, sempre con il massimo punteggio. Dopo aver insegnato Fotografia e grafica nei corsi professionali della Regione Abruzzo, intraprende l’insegnamento nei Licei, ininterrottamente, dal 1979 al 2014.
Giancarlo è marito di Annarita, che condivide le idee politiche di fondo. Laureata in Filosofia, ha nutrito passione per il vecchio PCI, non essendo convinta delle modalità di lotta dei gruppi extraparlamentari. Si possono immaginare le lunghe discussioni familiari.
L’incontro con Giancarlo Giuliani, intellettuale e scrittore, è occasione ghiotta, degustando insieme un ottimo caffè, per comprendere meglio il perché si stia dedicando, nelle sue ultime prove letterarie, dopo originali, suggestive opere narrative e poetiche, ai temi della criminalità e situazioni appartenenti alle mutevoli e indecifrabili condizioni di vita del nostro tempo. Infatti, a Gennaio di quest’anno, Giuliani pubblica “Nero – Dramma in provincia” nella collana “Giallo” delle Edizioni Tabula fati (Chieti, pagine 160, € 13), presentato Venerdì 16 Febbraio presso la sala Figlia di Jorio del Palazzo delle Provincia di Pescara.
Con quale termine si può opportunamente indicare l’ultima opera di Giuliani ? Espressione della letteratura poliziesca? Sembra, leggendo il romanzo, riduttivo. Confacente pare descriverlo con una «etichetta» non specifica; in effetti, la narrazione di Giuliani abbraccia tutte le tipologie di questo genere letterario – spesso fra loro molto diverse: mystery, procedural, legal thriller, spy-story, hard-boiled ecc. – che nei paesi di lingua anglosassone viene denominato thriller, detective o crime novel, in quelli di lingua tedesca kriminalroman, francese noir o polar, spagnola novela negra. Come è stato correttamente detto, l’avvincente trama, propone “la vita di una tranquilla città di provincia sconvolta da una serie di omicidi, opera di un insospettabile serial killer; dalla fabula, presentata all’inizio dal punto di vista del killer, si scivola presto verso un’analisi delle radici di scelte così estreme. Il libro è la rappresentazione delle parti non conciliate di ciascuno di noi, delle cause dei nostri disagi, nel momento in cui esse emergono con forza e spingono a comportamenti solo apparentemente aberranti”.
Nel presentare questo genere di libri, certo, non va commesso l’errore di svelare, non bisogna cadere nella tentazione di descrivere oltremisura. Tuttavia, il libro in questione – che a noi piace definire social thriller – è una scoperta e – va detto con franchezza – non solo nel genere “giallo”, mediante le rivelazioni e i colpi di scena che, susseguendosi con andatura incalzante, nella loro concatenazione in tre capitoli (“Bisturi”, “L’ombra di N.” – già pubblicati autonomamente ed ora rieditati in “Nero”– e “Il ritorno di Gaia”) divengono fondamentali per il coerente sviluppo della trama.
Il disegno narrativo, in realtà, fin dalle prime pagine, svela una seconda dimensione, incuriosendo ulteriormente il lettore, perché penetra con efficacia – attraverso sublimi pennellate retoriche – nell’antropologia d’una relazionalità provinciale, quella pescarese nella fattispecie, assimilabile, nel “male”, ai non-luoghi metropolitani della contemporaneità globale.
L’impianto del romanzo, senza smarrire la lucidità scenografica, si apre al realismo sociale (le allusioni sono, da un lato, all’opera pittorica di Lorenzo Viani, 1881-1936, dall’altro al legal thriller “La grande truffa” di John Grisham, edito da Mondadori, da Gennaio nelle librerie) con l’ideazione di approfonditi elementi psicologici e culturali dei protagonisti che captano dalla cronaca omicidiaria pescarese di questi tempi interessanti prototipi. Con l’ambigua e carsica reciprocità dei contegni dei personaggi, Giuliani ci restituisce un vitale affresco delle miserie umane e di un’etica individuale che da esse, caparbiamente, risorge, quasi che la degenerazione, in alcune persone, incontrando forme di vita “istituzionali” e un “dover essere”, assuma sembianze di mani tese per il riscatto.
Come afferma con cura Maria Elena Cialente, a proposito di “Nero”, «c’è un elemento di raccordo che accomuna la vita dei protagonisti di Nero, un fil rouge che va oltre la linea di sangue lasciata dal bisturi di Marco Naldi e di Gaia Altieri, così come da alcuni personaggi secondari: il dolore. Un dolore sordo, rancoroso: il dolore della perdita, delle aspettative tradite, della violenza ancor più atroce e ingiustificabile se agita da chi, al contrario, avrebbe dovuto proteggere. Ma è anche un dolore morale, che nasce dalla sete di giustizia, dal bisogno di ricomporre in una struttura più accettabile e comprensibile, le dilanianti incongruenze del mondo, dal tentativo di addomesticare in qualche modo il male, anche qui spesso concluso nel cerchio della sua ottusa banalità. La sete di vendetta accomuna i personaggi la cui condotta può suscitare sdegno nel lettore, ma anche un ufficiale di polizia che non riesce più a domare il fantasma che lo strazia dentro: la frustrazione dovuta al continuo procrastinarsi di una giustizia che tarda a manifestarsi diventa metafora dell’universale impossibilità di ricondurre la vita ad una sequenza di fatti comprensibili e, in qualche misura, accettabili. E in questo “pasticciaccio” di gaddiana memoria che è la vita, il “giallo” si pone come strumento gnoseologico e di ricerca di un ordine. Tuttavia in “Nero”, con disincantato distacco, il narratore ci chiarisce da subito chi siano i responsabili e forse anche le loro motivazioni: il gomitolo aggrovigliato che lega i delitti efferati si dipana dinanzi agli occhi del lettore con armoniosa chiarezza. Il narratore onnisciente, che sa più dei suoi personaggi, lascia solo il commissario Giorgi dinanzi al mistero del movente. Ma il lettore è davvero tranquillizzato dalle spiegazioni fornite? C’è veramente un modo per rendere comprensibile e accoglibile nella dimensione dell’umano il male, sia pur frutto della sete di giustizia? Giuliani sembra lasciarci soli dinanzi a questi interrogativi: Marco Naldi si riduce ad una creatura fragile e indifesa che sarà sacrificata dalla donna che crede di amarlo; Gaia Altieri, la cui bellezza è solo apparentemente stridente con il gorgo nero che si trascina dentro, vive la sua stessa bellezza come una dannazione. Donna fatale e strega, Gaia non avrà la consolazione del riscatto e del risarcimento affettivo a cui in realtà ambisce, perché privata anche dell’unico, vero bene in cui le sia capitato di imbattersi dopo l’incontro con Ludovica. Ma Gaia Altieri non avrà neanche l’opportunità di redimersi e pentirsi, di fare del luogo di reclusione uno spazio in cui finalmente confrontarsi con il mostro che, come in ognuno di noi, le si dibatte dentro. Romanzo avvincente, capace di inchiodare il lettore fino all’ultimo rigo, “Nero” è una storia di solitudini che si incontrano senza riconoscersi e illuminarsi: un tentativo di discesa nelle paludi tetre e maligne dell’animo umano da cui non si fa ritorno senza la guida di quella ragione e di quella capacità di empatia che, seppur sotto scacco, si pongono come unici strumenti di riduzione del mondo e della collettività a qualcosa di quantomeno tollerabile».
Avviamo il dialogo.
Gentile Giancarlo, puoi parlarmi della tua formazione professionale, quali sono e come sei arrivato ad acquisire le tue competenze?
Mi chiedi una risposta impegnativa. Tutto in realtà ha avuto inizio quando, avevo 6 anni, mio padre mi arredò la stanza con due pareti a libreria, piene di libri. Non disse nulla, non diede prescrizioni. Un giorno mi trovò seduto a terra mentre strappavo pagine illustrate da un prezioso (sul momento ovviamente non me ne rendevo conto) volume sui miti germanici. Invece di inquietarsi, si sedette a terra vicino a me e mi aiutò a strappare le pagine che volevo poi conservare. Fu quello il momento in cui cominciai a trovare familiari i libri. Ben presto sono diventato un lettore direi vorace.
La scelta degli studi classici e l’interesse per la Sociologia vanno di pari passo con la passione per l’Astrofisica: fin da relativamente piccolo non ho mai concepito barriere tra le varie branche della cultura.
Dove vivi e lavori?
Vivo a Pescara, città che ben poco amo, e lavoro, adesso che ho lasciato l’insegnamento, come editor e consulente di alcune case editrici.
Leggendo alcune tue opere letterarie e poetiche, s’avverte la sensibilità artistica, coniugata ad una solidissima erudizione, tale da generare un’esaltazione della parola e dell’immaginario narrativo; quale delle due attività che ti sono proprie – l’insegnamento e la scrittura – prevarrà sull’altra ? Oppure saranno sempre complementari?
Viene subito da dire “complementari” e probabilmente è così. Ma alla radice di tutto c’è il fatto che concepisco la cultura come condivisione. Se dalla vita ho, senza presunzione spero, avuto il dono della cultura, considero mio dovere aiutare chiunque ne abbia voglia a trovare la propria strada. Di qui la scelta dell’insegnamento, dopo aver considerato la via della vita politica in gruppi extraparlamentari.
Come è nata l’idea di realizzare “Nero – Dramma in provincia”, che poi non è romanzo del tutto nuovo, considerando “Bisturi” e “L’ombra di N. – Radiodramma in 26 quadri” (2015) che sono una sorta di prologo, editi entrambi per Tabula fati?
Per caso, credimi. Non avrei mai pensato che la mia scrittura potesse prendere anche questa direzione. Ho letto un ponderoso volume, in americano, sulla “mente” dei serial killer e ho pensato che, nel solco del mio interesse per la natura umana, potesse essere interessante costruire delle storie sull’argomento.
Dopo le impegnative e riuscite prove di poesia (ricordiamo, tra le ultime raccolte, “Nel mio regno non vi sono filosofi“) e dei romanzi storici “Diospolis. Una storia del VI secolo a. C.” e “Nemesis. Una storia del tempo antico”, come mai la scelta della letteratura poliziesca – ut ita dicam – e di un aggancio a temi sociali e psicologici per raccontare tragedie umane che sono prodotte nella vita di relazione, spesso nascondendo la piena trasparenza delle personalità in gioco?
È un po’ quello che ho detto prima: non pongo limiti di alcune genere, così ritengo che occorra considerare tutti i lati della natura umana, anche quelli più oscuri. Inoltre, a ben rileggere “Diospolis” e “Nemesis”, si potrebbe notare che i lati cosiddetti oscuri dell’animo umano sono affrontati anche in quei due romanzi, sia pure con la distanza data dall’ambientazione.
Non piazzo barriere tra la realtà sociale, in tutte le sue dinamiche e l’apprezzamento per le libere forme d’espressione culturali quali l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema che portano luce e conoscenze, a volte sublimando le tangibili vicende umane ascendendo a grande altezza morale e spirituale; ritengo che occorra considerare tutti i lati della natura umana, anche quelli più oscuri; la scrittura si presta a questa dialettica realtà-immaginazione, la prima, caratterizzata soprattutto per la varietà dei temi, la seconda, con variegate scelte formali, che permettono di declinare in modi diversi il richiamo alla realtà; le possibilità espressive sono davvero tante.
Diventato di uso comune a partire dal 1929, anno in cui Lorenzo Montano e Luigi Rusca diedero vita, per Mondadori, alla collana «I Libri Gialli» il termine thriller può essere riferito a “Nero – Dramma in provincia” oppure non contiene tutto della narrazione; meglio designare questa creazione con ciò che appare, avvinti dalla trama, l’intento dell’autore: un social thriller con la non troppo amata Pescara attuale sullo sfondo?
Hai proprio ragione. Mi piace la definizione di “social thriller“. Aggiungo solo che ritengo Pescara una città che mi piacerebbe non fosse entrata, per varie ragioni, nella mia vita. Ma va bene così, era scritto, probabilmente.
Pagina dopo pagina, in “Nero” si manifestano verità ultime che sempre sfuggono, o forse, che si preferisce non scoprire, temendo di trovare in esse anche la propria. Giuliani costringi il lettore a una scelta decisiva: continuare a seguire le tracce, conducendo una vita di impulsi e razionale furbizia, emancipandosi da una vita destinata alla solitudine, oppure tentare finalmente un’autenticità limpida, faticosa, una coerenza negli affetti, una lealtà che tuttavia pare ormai di non poter recuperare votandosi ad un’idea d’umanità – proprio perché socialmente determinata – non edulcorata, mai pregna solo di buone intenzioni o di mercantile redenzione. Ho interpretato bene?
Talmente bene che mi piacerebbe che mi scrivessi un’ampia recensione. Non mi permetto di dire che io sia riuscito in quello che tu metti in evidenza, ma certamente ve ne era l’intenzione.
In contrapposizione al noir, quando le indagini raccontate portano all’individuazione e all’eventuale punizione del colpevole dei crimini narrati, l’intreccio di “Nero – Dramma in provincia” lascia vedere altro, quell’altro che colora l’esistenza di ciascun protagonista del dramma esistenziale. Un cammino narrativo che conduce dal male al bene ed anche, viceversa, dal dolore del male all’accettazione della personalità sociale che codetermina gli Io. È così nelle tue intenzioni?
Non avevo un’intenzione precisa, all’inizio, ma credo che alla fine sia venuto fuori proprio quello che tu sottolinei. Una volta scritta, infatti, la prima scena, è stato come se si aprisse una diga. I tre capitoli di “Nero”, secondo alcuni tre brevi romanzi, in verità, sono stati scritti in meno di 20 giorni. Ovvio che poi vi sia stato un lavoro attento e artigianale, uso questo termine con orgoglio.
Sempre a proposito del nuovo libro “Nero – Dramma in provincia” appena presentato a Pescara (17.02) ed uscito a Febbraio che cosa puoi dirci che non sia stato già detto dai recensori?
Che era nato per essere letto ad alta voce. Era la mia aspirazione più vera, ma non ho accesso alle sacre porte della radio.
A proposito di nuove idee e progetti, qualcosa è trapelato, come sta andando la stesura della nuova silloge? Puoi fornire, donare qualche anticipazione? Che collegamenti ha con le altre prove d’autore? Il ruolo di Professore l’hai dismesso? Puoi parlarne in dettaglio?
Il poemetto che sto scrivendo parte da alcuni stimoli della lingua e cultura islandese, altra mia passione ancora “in atto” e segue il percorso iniziatico di un viandante alla ricerca di se stesso. Il titolo è “Poema minimo”; è un poema in realtà non tanto minimo, visto che consta già, a oggi, di 842 versi. Racconta l’itinerario mentale, tra sentieri diritti e ritorni improvvisi, di un viandante in cerca di risposte che sa già che non troverà mai. Eppure, sente che l’essenza della vita, la sua stessa individualità, dipendono proprio dal cercare, indipendentemente dalla fiducia nell’esito. C’è influenza della lingua e della cultura norrena, di cui sono appassionato, ma anche l’eco della mia ineliminabile curiositas per tutto ciò che non conosco. Non l’ho scritto nel curriculum, ma sto studiando anche l’islandese.
Se si sceglie la professione di insegnante per un forte bisogno interiore, si resta professori per la vita. È così per me. Ho rifiutato di occuparmi di un’azienda di costruzioni elettriche e telefoniche, di famiglia, per ESSERE, non “fare” il professore di lettere. Continuo con corsi di scrittura e laboratori vari, smetterò solo se le circostanze me lo imporranno.
In merito alla professionalità docente pensi che si possa aprire a nuovi orizzonti anche mentali nella scuola di oggi?
Sono pessimista. DEVE aprirsi, ma ci sono forti resistenze in chi ha scelto la comoda routine invece che il mettersi ogni giorno in gioco. Così, la vita scolastica diventa spesso vuota ripetizione, senza che si voglia (non dico “si riesca” perché spesso ne manca l’intenzione) darle vita aiutando giovani menti a trovare se stesse.
Usi dei programmi o tecniche di scrittura creativa per realizzare i tuoi progetti?
Assolutamente no. La stessa parola “creativa“, associata a “scrittura” è per me quasi inconcepibile. La creatività non si apprende e i programmi-guida per la composizione, quasi tutti americani, tendono a costruire stereotipi. Custodisco in me l’antica vocazione all’artigianato, al limare quella improvvisa esplosione nella mente che è un primo verso o un’idea.
Quali sono i libri o documenti che approfondisci o che leggi come interlocutori dello sviluppo del tuo pensiero letterario?
Non so rispondere. Sono un lettore vorace, credo di averlo già detto, ho letto più di duemila libri e a casa ne ho ancora 2-300 da leggere. Oltre a ciò, ho cercato esperienze di vita che mi insegnassero a “stare” nel mondo e tra le persone. Ho una fortissima e incancellabile vocazione alla condivisione e, già detto da altri, non so essere “felice” se vedo qualcuno che non lo è. Bisogna lottare perché tutti abbiano uguali possibilità. Si viene spesso sconfitti, ma la lotta, in questo senso, ha comunque valore di per sé.
Un’ultima domanda: cosa pensi degli scrittori italiani contemporanei viventi e, più in generale, dell’attuale produzione letteraria nazionale?
Se si riesce a distinguere il libro da supermarket e a isolare quello che nasce da un vero bisogno di scrittura e di espressione, probabilmente si riesce a trovare anche molto di buono, ma nessun discorso sul libro può prescindere da considerazioni sui canali e sulle motivazioni commerciali, sull’accesso ai mezzi di comunicazione, insomma a molto di ciò che circonda la scrittura e che spesso, a mio parere, la mortifica riducendola a una splendida confezione senza però vero contenuto.
Termina questa lunga chiacchierata con Giancarlo Giuliani che ringrazio pubblicamente, anche a nome del team di Mentinfuga, per avermi concesso un po’ del suo tempo.
Giovanni Dursi
Chiunque voglia approfondire e discutere con Giancarlo Giuliani può mettersi in contatto con lui tramite il suo web site Verb-um (http://www.giulianigiancarlo.it/).
Bibliografia dell’autore
Dentro e oltre le parole (antologia/rapporto), Palermo 1980
Quotidiano indicibile (antologia/rapporto), Palermo 1980
Quale immagine? (Note sul ruolo della fotografia nella società attuale), Pescara 1980
Ulisse non è mai partito (poesie), Roma 2008
Liber Alchemicus (poesie), Pescara 2010
Libro Perduto (poesie), Pescara 2011 (in parte tradotto in lingua rumena)
Bisturi (Radiodramma in 30 quadri), Pescara 2011 (ora in Nero (Dramma in provincia), Tabula fati, Chieti 2017)
Caos Ipermetrico (poesie), Tabula fati, Chieti 2012
Diospolis. Una storia del VI secolo a.C., Tabula fati, Chieti 2013
Nel mio regno non vi sono filosofi (poesie), Tabula fati, Chieti 2017
L’ombra di N. (Radiodramma in 26 quadri), Tabula fati, Chieti 2014 (ora in Nero, Tabula fati, Chieti 2017)
Nemesis. Una storia del mondo antico, Tabula fati, Chieti 2016
Nero (Dramma in provincia), Tabula fati, Chieti 2017
Traduzioni:
Alano di Lilla, Quasi Liber, IkonaLiber, Roma 2013
Alano di Lilla, De Planctu Naturae, IkonaLiber, Roma 2013 (e-book)
Arthur Schnitzler, Der Schleier der Pierrette, IkonaLiber, Roma, 2014

By mentinfuga - Marzo 2018

martedì 6 giugno 2017

Claudio Lolli: Il grande freddo

copertina dell'album Il grande freddo di Claudio LolliOtto brani e uno strumentale quelli che compongono Il grande freddo. Lo si potrebbe definire in tanti modi. In particolare per i testi che spesso galleggiano in quel fiume chiamato poesia. Filosofico, cinematografico, politico e personale sono gli aggettivi che potremmo usare ascoltando Il grande freddo che si presenta in tutta la sua delicatezza e profondità fin dalla grafica con cui l’artista salentino Enzo De Giorgi ha visualizzato i brani dell’album, “finestre pittoriche” come le ha definite lo stesso De Giorgi.
Claudio Lolli ritorna, in bello stile, dopo otto anni da Lovesongs (Storie di Note, 2009) e dopo undici da La scoperta dell’America (2006), l’ultimo disco di canzoni originali. E ci torna con Danilo Tomasetta (sassofoni) e Roberto Soldati (chitarre) musicisti del Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna con cui produsse l’indimenticabile “Ho visto anche degli zingari felici” del 1976. Con loro troviamo anche Felice Del Gaudio (basso e contrabasso), Lele Veronesi (batteria e percussioni), Pasquale Morgante (piano e tastiere) e Paolo Capodacqua (chitarra).
Claudio Lolli
Un disco armonioso, costruito con atmosfere leggiadre e ovattate, arrangiamenti di levatura necessari a sostenere un racconto che parte anche dall’animo. Quell’animo che sembra mancare alla nostra società perché mostra indifferenza invece che solidarietà, dove si fa fatica a trovare l’amore. Delicati tocchi di pianoforte in pochi passaggi arricchiti dal sax che lascia spazio alla riflessione  
copertina dell'album Il grande freddo di Claudio LolliE quanto amore sprecato negli autobus tra gente che potrebbe volersi bene perché siamo tutti umani e mortali nella natura e nelle sue catene E quanto amore sprecato negli autobus in questo circo di gente diversa per cui la vita è soltanto una lotta ma è troppo spesso una battaglia persa
Una semplice e lenta bossa nova in Gli uomini senza amore: parla di uomini e di solitudini. Prigioniero politico, molto poco politica, autobiografica, pennellate di disillusioni, riflessioni sui ricordi incastonati in un ritmo più veloce e che vede una bella chitarra elettrica nella seconda parte. Senza dubbio il gioiello del disco
E non importa la luce negli angeli né la bellezza di un sorriso equivoco ma nei tuoi occhi io ero un prigioniero politico E poi Sai com’è, una ballata con arpeggi lievi e la voce di Lolli che essa stessa diventa narrato, poesia, appunto la lettera che, postuma, il partigiano Giovanni indirizza alla moglie Nori, il cui nome di battaglia era Sandra. Ma ricordo non solo la guerra e il terrore in quei campi in montagna io ho visto dei fiori un miracolo assurdo che invita all’amore e di tutti quei fiori il più bello eri tu, era la Nori
Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione
mentinfuga

Genere: cauntautorato Claudio Lolli Il grande freddo
etichetta: La Tempesta Dischi
data di uscita: 19 maggio 2017
brani: 9 durata: 48:35 cd: singolo

martedì 2 maggio 2017

Giovane poesia che s'apre alla realtà

Una volta aperto il volume  - MARGINI, Edizioni Tabula fati, Chieti, Maggio 2017 - ed entrati nell’immaginario poetico di FrancescoTorlontano, si pende dalle labbra, pardon, dalla penna di un giovane uomo che, poco più che un ragazzo, scrive con la consapevolezza e la disinvoltura di un adulto. Il suo stile diventa fin dai primi versi la bussola potente e imperiosa per orientarsi in un labirinto di esperienze tali nel duplice senso della parola: la capacità di esperire la realtà e le sue forme in modo quasi sinestetico, ma anche quella di sperimentare la trasfigurazione (anche grafica, come avviene nel caso di Nomi), della quotidianità nel simbolismo.
E tuttavia questo gusto dello sperimentalismo non si rivela mai vuoto né tantomeno fine a se stesso: piuttosto, sembra uno di quei passepartout universali che Francesco utilizza per interpretare, e in certi casi riscattare, situazioni, persone, luoghi, relazioni. Che sono situazioni, persone, luoghi, relazioni reali eppure, nello stesso tempo, altre.

Così, come dotato di una telecamera virtuale, Francesco parte dal dettaglio, all’apparenza insignificante, e, verso dopo verso, mette a fuoco la scena che però, a quel punto, è la sua scena. Con metodo, e aggirandosi nel vasto caleidoscopio dell’amore (Tra i tuoi seni) e degli affetti in genere (Se mi dai un’altra possibilità), del detto e del non detto (Prassi), della normalità (Colazione domenicale) e, addirittura, dell’a tal punto radicale da essere estremo (Cristo).

A colpire di più, allora, è che per l'Autore i versi non sono un semplice divertissement o l’effusione delle proprie emozioni in metrica, cosa che potrebbe non interessare affatto il lettore. Piuttosto, le sue poesie diventano le tracce e il segno tangibile di un percorso in cui la poesia ha il valore di aprirsi alla realtà, di caricarla di significato o, che è uguale, di scoprirlo. E così, gli ipermetri e la prosa poetica, tanto per citare degli esempi, introdotti con tanta perizia, diventano strumenti e riflessi di un universo poetico complesso, che si rivela attraverso immagini lapidarie e clausole che sorprendono il lettore come veri e propri colpi di teatro.

Queste immagini, a volte, feriscono addirittura, nella loro ruvidezza, chi legge. C’è qualcosa di estremamente nuovo eppure dal sapore antico in ciò ma, di certo, l’unica sensazione che non si può provare di fronte a questa prima prova dell’Autore è l’indifferenza.
Prof. G. Giuliani

mercoledì 29 marzo 2017

"Nel mio regno non vi sono filosofi": L'ultimo libro di poesie di Giancarlo Giuliani

Il bisogno umano perenne dell'interrogarsi nel volume delle edizioni TABULA FATI

Il nuovo libro di poesie - Nel mio regno non vi sono filosofi  (TABULA FATI, Chieti, 2016,ISBN-978-88-7475-482-3], pagine 96 - € 9,00 -  del pescarese Giancarlo Giuliani, letterato, poeta, docente (ed anche curatore del web site VERB-UM Tra antiche carte custodiamo i doni del tempo) va letto perchè "Nel mio regno non vi sono filosofi", non è solo un viaggio nella propria interiorità: l’autore ricerca, piuttosto, il senso del bisogno perenne dell’interrogare e dell’interrogarsi, sempre ineludibile anche quando lo si ritiene vano e lo si vorrebbe così estirpare. Ecco dunque, in una condanna platonica alla rovescia, i filosofi messi al bando e la ricerca della metafora, delle parole, forse anche di una voce che dica il macrocosmo nel microcosmo, il tutto nella parte, l’illimitato nel limite, alzarsi fiera e prendere corpo.
La poesia di Giuliani non indica una via, non si prefigge di farlo né potrebbe, del resto, senza tradire se stessa, ma si presta piuttosto a essere la parola che ogni lettrice e ogni lettore possono fare propria, nel momento in cui, in quanto esseri umani, si è capaci di vivere dolore, emozione, dignità, compostezza, in prima persona, senza maschere.
Come in altre eccelse produzioni, tra le quali le impegnative e riuscitissime prove di poesia ("Caos ipermetrico", 2012), ma anche in campo narrativo (in particolare, i romanzi "Diospolis. Una storia del VI secolo a. C.", 2013 e "Nemesis. Una storia del tempo antico"), Giuliani riesce a generare uno sguardo sul passato - contemplato minuziosamente e restituito con registri stilistici diversi - delle più antiche stagioni antropologiche, staccandosi dall'usuale e congegnado dispositivi estetici che autorizzano la riflessione, la necessità della riflessione sull'attuale condizione umana.

sabato 18 marzo 2017

Serata di solidarietà con il poeta Ashraf Fayadh: Venerdi 24 Marzo 2017, ore 21,00 Spazio Matta - Pescara

Giornata mondiale del diritto alla verità su gravi violazioni dei diritti umani e alla dignità delle vittime

Serata di solidarietà con il poeta Ashraf Fayadh in occasione della Giornata mondiale del diritto alla verità su gravi violazioni dei diritti umani e alla dignità delle vittime. La vicenda di Ashraf Fayadh inizia nel 2013 quando viene arrestato in Arabia Saudita, dove vive, con l’accusa di aver promosso l’ateismo nella raccolta poetica Instructions Within (Le istruzione sono all’interno). Nel novembre del 2015 un tribunale saudita lo condanna alla pena di morte per decapitazione. Grazie ad una mobilitazione mondiale, in data 14 gennaio 2016 dal titolo “Life and Freedom for Asharaf Fayadh – Worldwide Reading” promossa dal Festival delle Letterature di Berlino a cui hanno aderito artisti, premi Nobel, scrittori ed esponenti del mondo politico che ne chiedevano la scarcerazione, la corte saudita ha commutato la pena capitale ad 8 anni di carcere e 800 frustate. Pescara era tra le città italiane che hanno aderito alla mobilitazione mondiale.
Nonostante Asharf Fayadh a gennaio 2017 abbia vinto il PEN Award 2017/Oxfam Novib  “per onorare il coraggio di scrittori impegnati per la libertà di espressione”, giace nelle carceri saudite in condizioni difficili e precarie e di nuovo incombe su di lui il rischio della pena di morte.
Venerdi il 24 marzo 2017, ore 21,00  Spazio Matta, Via Gran Sasso, 53 Pescara, la serata prevede la partecipazione di:

– Chiara Comito di Editoria Araba promotrice, l’anno scorso in Italia del Worldwide Reading, che ci aggiornerà  sulla situazione del poeta Asharaf Fayadh e più in generale ci parlerà della condizione dei poeti e scrittori arabi.
– I poeti Rolando D’Alonzo, Anila Hanxhari, Alessandro Scanu, Sara Pecce, Dimitri Ruggeri e Artenca Shehu che leggeranno loro composizioni liriche.
– Leggeranno poesie di Asharf Fayedh ed altri autori dal mondo Cam Lecce, Patrizia Di Fulvio, Hedia Lammari, Safa Milad, Giulia Basel, altri  … … .
– Leggeranno poesie di Asharf Fayedh ed altri autori dal mondo Cam Lecce, Patrizia Di Fulvio, Hedia Lammari, Safa Milad, Giulia Basel, altri in via … … .

Una poesia per Ashraf Fayadh