menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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lunedì 4 luglio 2016

Dal fondamentalismo digitale alla sua critica - Un contributo di Bernardo Parrella

Per una critica e una cultura della Rete partecipate e autonome (pure in Italia?)

Creare alternative all’economia liberista, alle cyber-omologazioni e ai nuovi info-monopoli: yes we can !

Lo tsunami dell’innovazione high-tech ha contribuito non poco a mandare in frantumi ogni possibile programma per un’economia globale adeguata alle esigenze degli oltre sette miliardi di persone oggi in circolazione sul pianeta. Pur a fronte di dinamiche più ampie e imprevisti vari, nel complesso è evidente come in questi anni siano venute sempre meno le promesse di prosperità e benessere diffuso sull’onda del progresso tecnologico (quantomeno nelle società occidentali e al di là dei minimi vantaggi offerti da internet e device sparsi). L’emergere dell’élite digitale ha pesato (e pesa) parecchio in una distribuzione della ricchezza sempre più verticale anziché orizzontale come ci si aspettava (1% vs. 99%). In altri termini, come chiarisce il critico mediatico e docente newyorchese Douglas Rushkoff nel suo libro fresco di stampa Throwing Rocks at the Google Bus, le conseguenze di «questo tornado tecnologico… stanno intrappolando l’umanità intera». Ovvero:
È ora di ottimizzare l’economia rispetto agli stessi esseri umani che si presume debba servire.
Dove è il sottotitolo del libro a mettere il dito nella piaga: «in che modo la crescita è diventata il nemico della prosperità». Perché, tanto per essere chiari, non è che i venture capitalist investano in una start-up per vantarne la proprietà o dare spazio a un qualche progetto, bensì per rivenderla — nei tempi più stretti e con il massimo di ricavi possibili. La crescita è il mantra obbligatorio. Conquistare, subito, ampia visibilità e massa critica. Contano soltanto gli steroidi digitali:
L’azienda finisce per virare dalla sua mission originaria onde poter crescere al punto da mettere a segno un “home run” , sotto forma di acquisizione o entrata in borsa. E i finanziatori preferiscono vederla morire piuttosto che farla vivere con una vittoria modesta.
Un quadro dove convergono fattori apparentemente disparati: big data e ‘tutto gratis’, robot e intelligenza artificiale, algoritmi nelle piattaforme social e nelle transazioni azionarie, le pratiche monopoliste delle mega-corporation e la cosiddetta ‘sharing economy’, fino al costante rischio di nuovi tracolli economici, come già accaduto con lo scoppio della bolla dot-com d’inizio 2000, la crisi di Wall Street con ripercussioni mondiali del 2008/9 e il recente collasso dell’Eurozona.


                           Murales a San Francisco (da Wikipedia)
Attenzione, però, rimarca Rushkoff: la colpa non va addossata unicamente a Google & co, ai suoi dirigenti e impiegati, che diventano invece facile bersaglio del 99% e si beccano i sassi tirati contro gli autobus che li trasportano ogni giorno da San Francisco negli uffici di Mountain View (le proteste di piazza risalenti a un paio d’anni fa e a cui allude il titolo del volume). Ovviamente il problema è ben più complesso, anzi:
L’economia digitale del XXI secolo viene tuttora gestita con un sistema operativo basato sulla macchina da stampa del XIII secolo.
Il riferimento più ampio è alla cultura imperante a livello economico, oltre che socio-politico, dove gli azionisti impongono simili crescite verticali assolutamente insensate, dove contano solo i ‘capital gain’ rispetto a più modesti ma sicuri dividendi, dove non si esita a inglobare o far fuori nottetempo i diretti rivali. Già, come se la crescita non abbia limiti: il miraggio dell’era post-capitalista veicolato dalle politiche neo-con e neo-liberiste, prontamente abbracciate fin dai suoi albori dalla Silicon Valley – come descrivevano nel 1995 gli accademici britannici Richard Barbrook e Andy Cameron in “The Californian Ideology”, critica acuta del neo-liberismo dot-com superata solo in parte e tuttora cruciale per la memoria storia del digitale. E pur se oggi quell’egemonia dei tech-libertariani non è più così possente e subisce critiche (e abbandoni) diffusi, cosa potrà mai sostituirla? Forse una miriade di teorie e pratiche scioltamente interconnesse (con gli obbligatori agganci offline), o magari una varietà di spazi iper-frantumati tanto quanto la “balcanizzazione” dell’odierna internet?

In altri termini, la complessa molteplicità tra cause/effetti di diversa origine evidenziata da Rushkoff rivela comunque uno “zoccolo duro” nell’inarrestabile innovazione high-tech (o presunta tale) non vanno certo sottovalutate. Tanto per restare nell’area di San Francisco, dove la gentrificazione innescata dal tecno-boom aveva preso piede già a inizio anni ‘90 (ne sono stato testimone diretto), questi problemi continuano ad aumentare a dismisura, anziché ridursi. La popolazione di homeless è alle stelle, per non parlare dei precari in tutti i sensi, con costi (e qualità) della vita davvero impossibili, anche per chi ha un’occupazione stabile.
Non a caso una recente inchiesta curata da Vox propone il titolo Essere senza tetto è un lavoro a tempo pieno”, e vi si legge fra l’altro che «i prezzi degli affitti in quest’area tecnologica sono aumentati in maniera ben più rapida che nel resto del paese», per via della forte richiesta e delle strette normative per la costruzioni di nuovi alloggi. E pur se il problema degli homeless a San Francisco risale agli anni ‘80 (il primo centro d’accoglienza venne aperto nel 1983), oggi è in corso «un’epidemia di sfratti»:
Prima del 2011, ogni mese venivano sfrattate 300–350 persone, ora siamo a oltre 600. Dal 2013 gli sfratti in cui l’affittuario non ha commesso alcuna infrazione del contratto sono saliti del 115%.

(da indybay.org)
Mentre l’avanzata a testa bassa dell’high-tech è quantomeno una con-causa di simili problemi sul territorio, continuano tuttavia a essere sottovalutate le ricadute complessive dell’era digitale. Giusto per fare qualche esempio:

Dopo le rivelazioni di Snowden, sappiamo bene di essere sotto sorveglianza diffusa ma il messaggio generale è che non c’è nulla da temere; le maggiori piattaforme di social media continuano a consolidarsi e occupare altri spazi (fino al capitalismo-piattaforma); cresce il trend del passaggio dal PC a smartphone/tablet con tecnologie sempre più opache e basate sugli algoritmi, e l’annessa “balcanizzazione” della Rete (incluso l’ampliamento del Deep Web).

E ancora: già finito l’abbraccio tra movimenti di protesta quali Indignados e Occupy (o scenari tipo le Primavere Arabe) e i social media? Stanno forse emergendo app collaborative per amplificare o esaltare le manifestazioni di piazza? E a livello più individuale, che dire di una tecnologia che ci sommerge sotto una mole impressionate di dati? E delle continue corse all’aggiornamento di stato, all’estensione della cerchia dei follower e altre dinamiche di “reputazione”? Quali gli agganci (se esistono, o sono mai esistite davvero) di simili pratiche “narcisistiche” il legame con il quotidiano offline?
Si tratta insomma di proporre (o, meglio, rilanciare seriamente) una Net Critique ampia e articolata, di proporre quella critica a e di internet oggi apparentemente superata dalle spinte imprenditorial-economiche globali di cui sopra. Come avviene da tempo per la critica ai mass media dei nostri tempi (cinematografica, letteraria, culturale) dobbiamo riappropriarci di questi strumenti di lettura per (provare a) metterne in risalto le dinamiche meno apparenti e (cercare di) immaginarne gli scenari futuri.
Un approccio questo, attenzione, che non spetta unicamente ai ‘critici’ o agli ‘intellettuali’ (se mai esistono ancora), bensì all’intero popolo della Rete. Anzi, nell’attuale fase di stagnazione politico-culturale, tocca a ciascuno di noi elaborare e sostenere pratiche di riorganizzazione alternativa degli strumenti sociali in rete perché supportino i movimenti politici di base.
È quanto continua a suggerire fra l’altro Geert Lovink nel suo ultimo libro Social Media Abyss (di prossima uscita anche in Italia presso Egea, con traduzione del sottoscritto), che prosegue il percorso avviato nel 2004 con la fondazione dell’Institute of Network Cultures ad Amsterdam, oltre a docenze, interventi e libri successivi. E dove si affrontano in dettaglio domande scottanti, oltre a quelle accennate poco sopra, tra cui:

Come usare la Rete per rilanciare la politica e la cultura libertaria? Com’è possibile ripensare un modello comunicativo digitale senza subire l’omologazione dei social network? Cosa tiene insieme il culto del selfie e la passione per l’anonimato? In che senso la teoria critica è utile per la prassi politica in rete?

A riprova del fatto che, insieme all’impegno di molti altri ricercatori, esperti ed attivisti, esiste e cresce un movimento europeo per la critica alla cultura di Rete e alle sue trasformazioni (finanziamento dell’arte digitale, nuove forme di pubblicazione, estetica e politica dei video online, cultura dei motori di ricerca, riorganizzazione della conoscenza in rete). Mettendoci in guardia anche sui rischi di ‘retroguardia’ – in particolare rispetto a certe posizioni condivisibili ma fin troppo parziali o superficiali di critici Usa quali Sherry Turkle, Nicholas Carr, Andrew Keen o Jaron Lanier:
Poco ma sicuro: c’è bisogno di un approccio articolato per non cadere vittime della semplice rassegnazione del ‘romanticismo offline’ — posizione assunta fin troppo facilmente quando ci accorgiamo di non poter stare al passo e la routine prende il sopravvento.
Anche a rilancio delle critiche più articolate Rushkoff sul «tornado tecnologico… stanno intrappolando l’umanità intera», questo “laboratorio aperto europeo” rivela dunque un forte orientamento verso la prassi politica nelle pratiche comunicative digitali, integrando arte, mediattivismo e studi critici come strumenti di riprogettazione di una nuova convivenza civile, uno spazio di cittadinanza vivibile e inclusivo, non importa se urbano o online.
Proponendo altresì alternative concrete all’economia liberista e ai paradigmi di “colonialismo” digitale. Tra cui, per esempio, il MoneyLab di Amsterdam, un osservatorio sulle forme alternative di pagamento e gestione del denaro, oltre che sulle ‘economie del dissenso’ (ora che Bitcoin ha messo finalmente a nudo la propria anima elitaria e neo-con). E le varie realtà africane che andrebbero prese a modello proprio dal settore cyber ed economico occidentale, quali il successo del mobile money di M-Pesa, le animate discussioni online e la creazione di reti autogestite in Kenya, Uganda e altri paesi sub-sahariani.

Si tratta insomma d’insistere con la cultura critica del digitale in senso lato, con la decostruzione dall’interno del magma continuo di internet, con esperimenti di partecipazione civica. Un quadro che, per chiudere con alcune note “nostrane”, in Italia non sembra trovare troppa attenzione sia nell’ambito cultural-editoriale che nell’utenza di base. A livello “macro” le start-up innovative o i settori tradizionali ormai passati al digitale (come il giornalismo-informazione) sgomitano tra alleanze imprenditoriali e nuove trovate sostanzialmente finalizzate al “clickbait” (ignorando, per esempio, la strada dei micro-pagamenti ad articolo, così da superare anche culturalmente l’impasse provocato dal ‘tutto gratis’). Per non parlare di manovre a dir poco anacronistiche come la recente mega-fusione tra il gruppo de La Stampa e quello di Repubblica/Espresso.
Nell’epoca della decentralizzazione e del citizen journalism diffusi, si punta invece a ricreare regimi di monopolio utili soltanto agli interessi (e alle share di mercato) dei grossi gruppi editoriali e nient’affatto a quelli dei cittadini, degli ex-lettori, o della cultura in generale. Ancor più, ciò ribadisce il tradizionale approccio capitalista da pescecani e attori piglia-tutto menzionato all’inizio, teso a occupare spazio ovunque, attirare freelance e altri “precari” con buone idee ma costretti a lavorare per i Big pur di pagare l’affitto, e infine restringere o azzerare i progetti autonomi e dei singoli. Ciò appare particolarmente grave nell’odierno scenario digital-italiano, dove vanno comunque emergendo spinte innovative e maker d’ogni sorta, partecipazione civica e mondo open.
Già, proprio come scriveva pochi giorni fa qui su Medium me Eugenio Damasio qui su Medium:
Si apre un’epoca fatta di ritorno a dinamiche monopolistiche simili a quelle che Orson Welles , nel 1941, raccontava nel suo Citizen Kane. Un’epoca in cui, e non solo in campo giornalistico, la redistribuzione di ricchezza è sempre più limitata e i protagonisti rimangono invariati.
Oppure come diceva Emmanuele Somma, in riferimento ai “festeggiamenti” per i 30 anni di internet in Italia (i “pionieri” risalgono al 1986-7, l’era in cui dentro e fuori il Parlamento dominava la DC):
Bisogna dire le cose come stanno: di Internet in Italia non c’è nulla da festeggiare, tra censure di stato e velocità da paesi africani, tra provider imbroglioni e campioni solo di fuffa digitale. Vale la pena festeggiare la fiera delle vanità dei tanti parassiti che hanno salito — senza meriti — i gradini dei posti di comando? La rete in questi anni non è andata tecnologicamente avanti e ha fatto tanti passi indietro rispetto ai diritti digitali dei cittadini. Ma il peggio è che questa matrigna Italia incensa solo i furbetti e allontana chi è competente e appassionato.



Conclusioni possibili? Forse meglio pensare, più semplicemente e pragmaticamente, a percorsi praticabili sia a livello “macro” che individuali, fatti di trasversalità e contaminazione, decentramento e hacktivismo. Incluso magari un soggetto editoriale che sappia e voglia farsi carico delle istanze relative alla cultura e alla critica della Rete, rilanciando testi e notizie significative, coinvolgendo i protagonisti e le vicende italiane nelle dinamiche in corso a livello internazionali. Ben al di là di traduzioni casuali di libri da cassetta o simili estemporaneità come avvenuto finora.
Senza lasciare il campo in mano ad accademici, esperti o “intellettuali”, ma neppure ai circoli chiusi di correnti quali luddismo, situazionismo, marxismo e quant’altro, o limitarsi a dire “internet è politica”. Si tratta cioè di articolare/espandere le analisi proposte da autori come Rushkoff e Lovink, di riprendere esperimenti meno sexy come quelli di taglio “africano”, di superare collaborativamente il tipo approccio mainstream di privilegiare le “prime donne” alla Morozov (pur nella parziale rigorosità delle sue tesi sul “soluzionismo tecnologico”). Con l’obiettivo in progress continuo di offrire longreads, interventi, materiali di approfondimento, dibattiti aperti, conversazioni e così via. Un contesto più esteso (e la memoria storica) utili per stimolare al meglio l’eclettico ambito digitale nostrano, insieme a interventi collaborativi e strumenti bottom-up per una lettura meno ovvia e appariscente rispetto a un ampio ventaglio di referenti: dai professionisti super-indaffarati al mini-impero imprenditoriale, dai tantissimi individui interessati a capire meglio e darsi da fare fino ai nativi digitali e alla generazione Z sempre china sugli amati device “always on”.
Come scrivevo recentemente in un pezzo su CheFuturo per i 20 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di John Perry Barlow:
Proprio in un’epoca di massima centralizzazione di testate, socialità, contenuti. Un appello al monitoraggio attento sui pericoli dei lucchetti alla conoscenza e del controllo diffuso, entrambi ormai integrati nei gadget di uso quotidiano. Un invito pressante ai cittadini vecchi e nuovi del cyberspazio a (ri)prendere in mano il ‘bene comune internet’, per attivarne al meglio le potenzialità creative e la partecipazione dal basso sul territorio. Insieme all’importanza di un approccio critico sul digitale nel senso più ampio, altra specie in via d’estinzione nell’online odierno. … Perché, altro motto tipico in Rete negli anni della Dichiarazione di Barlow e meritevole di un attento revival: what it is > is up to us.

domenica 5 giugno 2016

Post-umano, ora

 By
http://www.kainos.it/numero6/emergenze/emergenze-pepperell-it.html

THE POSTHUMAN MANIFESTO
TO UNDERSTAND HOW THE WORLD IS CHANGING IS TO CHANGE THE WORLD

MANIFESTO DEL POSTUMANO
CAPIRE COME IL MONDO CAMBIA È CAMBIARE IL MONDO

di Robert Pepperell

Il MANIFESTO rivela l'interesse a mettere sotto l'occhio della critica il passaggio dell'umano, non a qualcosa che lo supera, ma a qualcosa che lo abbatte. Non über, ma post. L'attacco dell'assetto attuale del mondo all'essenza-uomo è radicale, di una radicalità aggressiva, violenta, di una violenza insidiosa, ed è totale, va ormai dal luogo di lavoro al tempo libero, viene dall'alto e dal di dentro. È una mobilitazione totale, della scienza e quindi della tecnica, della comunicazione e quindi del linguaggio, dell'immaginario e del reale insieme, dove quello che accade e quello che si racconta, la vicenda e lo spettacolo, si confondono. Per smascherare l'apparato di questo scenario occorre mettere in campo una strategia complessa di analisi. Ed è esattamente quello che va fatto, utilizzando vari livelli di analisi e diverse culture disciplinari, senza spaventarsi dell'impatto tecnico sul tempo di vita, dell'ibridazione della condizione umana sempre poiù articializzata ed articializzabile. Del resto, la "cultura" non è la dfimensione extragenetica, artificiale della condizione di vita umana ? L'epoca del post-umano è iniziata; nelle "cose" della storia e della vita quotidiana essa si mostra; non è necessario leggere mille libri per entrare in contatto con il nuovo mondo che ci circonda: basta leggere le pagine divulgative delle notizie scientifiche dei maggiori quotidiani. È già prossimo il tempo in cui ciascuno potrà ordinare via Internet tutte le protesi necessarie al buon funzionamento del suo corpo e tutti i farmaci che possono potenziare il suo apparato sensoriale e le sue funzioni cognitive. Ci saranno cliniche specializzate con medici ingegneri che applicheranno alla nostra massa cerebrale micro-chip che renderanno possibile suonare Beethoven senza aver studiato musica e che forniranno prodotti farmacologici «miracolosi» per stimolare le zone cerebrali, i neuroni e le sinapsi che presiedono alle sensazioni finora imputate alle persone umane. Votare in una cabina elettorale non sarà una scelta tormentata, ma l’effetto automatico di una reazione elettrochimica che trasmette stimoli ad una parte del cervello. Ibridazione con le macchine e «sacrificio al dio protesi» sono le nuove parole che delineano il lessico della narrazione post-umana. L "controcorrente" è già "corrente" ordinaria e l’illusione scientista tecnologica è un ennesimo tentativo di cancellare la questione del «cosa è un uomo» dall’agenda del pensiero occidentale. Codice genetico e codice binario vanno già a braccetto. Quando i "reperti biochimici" del nostro "vissuto" fisico e mentale saranno estraibili dalla psiche individuale e resi digitali, allora . . .
 

mercoledì 1 giugno 2016

A Monza Doisneau, fotografo delle banlieue (By Grazia Lissi)

Parigi 1950, un fotografo dell’agenzia Rapho scatta la foto che diventerà l’icona dell’amore assoluto. Il bacio a l’Hotel de Ville è forse lo scatto più celebre del Novecento, sicuramente il più commerciale, visto che ancora oggi è riprodotto su poster, magliette, cartoline. Solo dopo decenni l’autore svelerà di aver creato la foto chiedendo a due fidanzati incontrati al Cafè Villars, in Rue de Rivoli, di posare per lui. Non era uno scatto spontaneo ma quest’immagine intensa come le canzoni di Edith Piaf consacra alla storia della fotografia Robert Doisneau. Fino al 3 luglio 2016 all’Arengario di Monza (MB) una mostra dedicata al maestro parigino: Robert Doisneau. Le merveilleux quotidien a cura dell’Atelier Doisneau, Francine Deroudille, Annette Doisneau, realizzata da Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia e Vidi (catalogo Alinari) .
Robert Doisneau nasce nel 1912 a Gentilly, nella periferia parigina, un quartiere popolare che segna profondamente i reportage dell’artista. Diventa il poeta delle banlieue, il narratore della vita di strada e dei suoi sconosciuti abitanti. Doisneau inizia a fotografare nel 1930, sceglie come tematica «arredi urbani», materiali comuni esaltati da luce naturale, «mucchi di pietre per lastricare, cortine d’alberi, lanterne di quartiere, pezzi di grondaia. La mia collezione mi riempiva di gioia», scrive sul suo diario. Fotografa per il puro piacere dello scatto, per sentire il rumore della tendina abbassarsi e, poi, passare al silenzio della camera oscura. «Avevo poco più di diciotto anni e un’attrezzatura che non mi permetteva foto in movimento. Il mio occhio di giovane incisore alla ricerca di materiali interessanti si è probabilmente attardato su questo ammasso di pietre che riceveva la luce in maniera perfetta. O forse ho ceduto alla dittatura del mio inconscio? Mio nonno faceva il cavapietre a Epernon nell’ Eure-et-Loire».
Accetta di lavorare come fotografo per Renault ma le schematiche foto della produzione l’annoiano, viene chiamato da Vogue ma anche la moda non lo soddisfa. Comincia a collaborare con un’agenzia fotografica a cui resta legato tutta la vita. Nel 1946 lavora con lo scrittore Blaise Cendrars al suo primo libro, La banlieue de Paris, che nel 1949 vince il premio Kodak, e nello stesso anno incontra Jacques Prévert.
«La voglia di fare una fotografia, spesso, è la continuazione di un sogno. Mi sveglio un mattino con una straordinaria gioia di vedere, di vivere…Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo, l’entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono». Come per gioco fotografa il quartiere dove vive, la periferia della Ville Lumière. Bambini attraversano il selciato camminando sulla mani e a testa in giù, giovani mamme consolano i loro piccoli, ragazze sorridono al futuro, giovani prendono il sole sulle rive della Senna, portinaie sospettose sbirciano dalla guardiola. Una lunga sequenza di gente semplice, anonimi di un mondo sommerso che Doisneau che con la sua macchina fotografica fa esistere. Umili che consegna alla storia e che, grazie a lui, possiamo ricordare e amare.
«Quello che cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere».
Il fotografo scompare nel 1994 senza essersi mai allontanato da Parigi, senza mai realizzare reportage all’estero come facevano molti suoi colleghi. L’amico Prevèrt scriveva: “Robert Doisneau, senza alcun orgoglio o complesso di superiorità, prepara i suoi specchietti per le allodole…e coniuga il verbo fotografare sempre all’imperfetto di un modo e di un mondo assolutamente oggettivi”.


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sabato 30 aprile 2016

M I A: Fiera dell'arte fotografica a Milano

Dopo l’arte contemporanea e il design, a Milano scocca l’ora della Fotografia. Mercoledì scorso si è aperta l’undicesima edizione del Photofestival e venerdì 29 aprirà i battenti MIA Fair 2016, l’unica fiera italiana dedicata alla fotografia d’arte di respiro internazionale. Due appuntamenti che si presentano ricchi di importanti novità.

MIA PHOTO FAIR 2016 | 28 APRILE - 2 MAGGIO | THE MALL | PORTA NUOVA VARESINE, PIAZZA LINA BO BARDI 1, MILANO

Photofestival 2016: segni, forme e armonie


Il 2016 è, per Milano, l’anno del design e della creatività ed attorno a questi due temi ruota anche l’undicesima edizione di Photofestival che, in occasione della XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, ha scelto un titolo – “Segni, Forme, Armonie” – che vuole rendere espresso omaggio proprio al design, un mondo che ha un legame imprescindibile con la Fotografia e che è servito da stimolo per gli autori che si sono voluti confrontare con questo tema. La grande rassegna, promossa da AIF – Associazione Italiana Foto & Digital Imaging, animerà, fino al 12 giugno, tutta Milano, creando un percorso articolato che porterà la fotografia in tutta la città, con appuntamenti di grande qualità, quasi tutti aperti gratuitamente al pubblico.
Una foto di Michael Kenna. Al fotografo inglese è dedicata la personale che inaugura oggi presso l'Associazione Culturale Baricentro
Una foto di Michael Kenna. Al fotografo inglese è dedicata la personale che inaugura oggi presso l’Associazione Culturale Baricentro
L’undicesima edizione di Photofestival si articola in 120 mostre fotografiche distribuite in 80 sedi espositive tra gallerie, musei e spazi espositivi. 108 mostre sono in Città, di cui 10 nei Palazzi della Fotografia: Palazzo Bovara (Marco Lanza e Stefano Ferrante); Palazzo Castiglioni (Franco Donaggio, Renato Bosoni, Erika Zolli e Alessandro Giardini); Palazzo Giureconsulti (collettiva) e Palazzo Turati (Andrea Nannini, Paolo Barozzi e Jacopo Golizia). Altre 12, invece, si sono allestite nell’hinterland di Milano tra gallerie e spazi espositivi. Accanto ai nomi famosi (da Robert Doisneau a Oliviero Toscani, da Mario Cresci a Eadweard Muybridge, da Felice Beato a Michael Kenna ad Aurelio Amendola), figurano 12 fotografi esordienti assoluti alla loro prima personale. Da segnalare, infine, accanto alle 24 mostre collettive e alle 75 personali di autori maschili, la presenza di 20 personali di donne fotografe. Il catalogo completo delle mostre è disponibile sul sito del Photofestival che si presenta, peraltro, completamente rinnovato nella grafica e nei contenuti: www.milanophotofestival.it

MIA Fair 2016: nasce Collection MIA

80 gallerie provenienti da 13 diverse nazioni del mondo con 230 artisti esposti in 109 stand, e poi 16 editori specializzati e 16 artisti indipendenti: questi i numeri della sesta edizione di MIA Photo Fair, la fiera dedicata alla fotografia d’arte ideata e diretta da Fabio Castelli, in programma a The Mall, centro polifunzionale nel quartiere di Porta Nuova Varesine a Milano, da venerdì 29 aprile a lunedì 2 maggio 2016.  Confermato il format della fiera, che alla partecipazione delle gallerie – libere di esporre collettive o progetti monografici – associa Proposta MIA, con una selezione di fotografi che presentano il proprio lavoro individualmente. Il tutto accompagnato da un interessante programma culturale che, nel consueto focus dedicato al collezionismo, presenta tre appuntamenti speciali a cura di Sabrina Donadel, che nelle giornate di venerdì, sabato e domenica incontrerà tre coppie di collezionisti, compagni nella vita e uniti dalla passione per la fotografia: Pier Luigi e Natalina Remotti, Giovanni e Anna Rosa Cotroneo, Antonio e Annamaria Maccaferri.
Una vista dell'edizione 2015 di MIA Fair
Una vista dell’edizione 2015 di MIA Fair

Tra le principali novità di questa edizione: Collection MIA, vera e propria vetrina online di MIA Photo Fair. Per la prima volta, infatti, la fiera dà vita ad una piattaforma virtuale a misura di collezionista, rivolta sia a chi muove i primi passi nel mondo dell’arte sia a chi intende implementare la propria collezione. Collection MIA è un hub che crea connessioni tra il collezionista, il gallerista e l’artista, permettendo l’acquisto diretto di opere selezionate dai curatori di MIA Photo Fair ed esposte nelle varie edizioni della fiera. Il tutto nella piena garanzia delle transazioni, con la comodità di ricevere l’opera scelta, con relativo certificato di autenticità, direttamente a domicilio. Il sito sarà on line entro il 15 maggio 2016, espandendo quindi l’esperienza di MIA oltre il periodo canonico della fiera: www.collectionmia.com

mercoledì 6 aprile 2016

#statigeneralifilosofiabambini

STATI GENERALI DELLA FILOSOFIA CON I BAMBINI

Venerdì 8 e Sabato 9 Aprile la seconda edizione degli Stati Generali della Filosofia per/con i bambini. La Fondazione San Carlo di Modena ospita la seconda edizione degli Stati Generali della filosofia per/con i bambini, in programma venerdì 8 aprile.
L'iniziativa, che gode del patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO, organizzata dai Ludosofici in collaborazione con la Fondazione San Carlo, intende essere un'occasione di riflessione sui metodi di applicazione della filosofia nell'ambito dell'insegnamento e della didattica per bambini, attraverso il confronto tra operatori specializzati.

Un nuovo momento di confronto tra le realtà che, attraverso lo strumento della Filosofia, condividono il sogno di crescere nuove generazioni capaci di porsi in maniera criticamente attiva di fronte ad una realtà complessa e mutevole.Il convegno, rivolto a un pubblico di insegnanti, educatori e genitori, si terrà venerdì 8 aprile, dalle ore 15 alle ore 19, presso il Teatro della Fondazione San Carlo. A intervenire saranno Fiorenzo Ferrari (Filosofia con i bambini, Verbania), Alfonso M. Iacono (Università di Pisa), Franco Lorenzoni (Associazione Cenci casa-laboratorio, Amelia) e Gloria Origgi (Centre National de la Recherche Scientifique, Parigi).
Dopo il convegno, sabato 9 aprile, saranno proposti i laboratori di filosofia Parole povere, in programma alle ore 10 e rivolto ai bambini dai sei agli otto anni, a cura di Prisca Amoroso e Giorgio Borghi (Progetto FilosoFare), e Passioni in gioco, in programma alle ore 11.15 e rivolto ai bambini dai nove ai dieci anni, a cura di Emma Nanetti (Fondazione San Carlo).
Il convegno è a ingresso libero. I laboratori, che si terranno presso la Fondazione San Carlo, sono a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti. Per informazioni e per la prenotazione dei laboratori è possibile contattare il numero 059.421236 o scrivere all'indirizzo cc@fondazionesancarlo.it.

Vai sul sito degli Stati Generali

A partire dal 2010 la Fondazione San Carlo ha deciso di ampliare e potenziare la propria offerta culturale e formativa attraverso l'organizzazione di una serie di iniziative, la maggior parte delle quali aperte al pubblico, dedicate alla filosofia con i bambini. Tali iniziative contribuiscono ad arricchire un quadro di attività già ampio, che comprende la formazione postuniversitaria offerta dalla Scuola Internazionale di Alti Studi, la formazione universitaria offerta dal Collegio Universitario, le attività didattiche e di formazione permanente organizzate dal Centro Culturale e dal Centro Studi Religiosi, oltre alla collaborazione con le scuole secondarie superiori attraverso i workshop su temi filosofici. La filosofia con i bambini consente di rivolgersi ai più piccoli, che frequentano la scuola dell'infanzia e la scuola primaria, utilizzando nuove metodologie didattiche e formative.

La riflessione sulla filosofia con i bambini viene sviluppata dalla Fondazione San Carlo secondo una pluralità di forme diverse: attivazione di corsi di formazione per insegnanti ed educatori, realizzazione di conferenze pubbliche e seminari, pubblicazione di manuali didattico-operativi, organizzazione di laboratori e letture per i più piccoli.

Si cerca in tal modo di perseguire un duplice intento. Da una parte, mettere in comunicazione il mondo della scuola con quello dell'università, combinando l'esperienza sul campo con la riflessione e la ricerca sulle pratiche didattiche. Dall'altra parte, realizzare percorsi di formazione per i bambini allo scopo di sviluppare il loro potenziale critico e la loro capacità di interagire con i coetanei e gli adulti.

Comune denominatore di queste diverse attività è la convinzione che il sapere filosofico può fornire ai bambini gli strumenti per sviluppare la consapevolezza critica necessaria per confrontarsi con i problemi posti dalle democrazie contemporanee e con le contraddizioni che la crescita individuale inevitabilmente comporta. I bambini, infatti, non devono essere sottratti all'esperienza del reale nella sua complessità: solo così possono acquisire un pensiero autonomo e responsabile, libero da pregiudizi e capace di esercitare una riflessione matura su ciò che li circonda.

sabato 27 febbraio 2016

Italia digitale in stallo: penultimi nella UE per reti ultrabroadband

Il digitale in Italia non decolla secondo i dati del DESI 2016, l’indice europeo di digitalizzazione dell’economia e della società. Cresce l'eCommerce, ma la connettività è il nostro tallone d'Achille

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 

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Il digitale in Italia non decolla e l’ennesima conferma del nostro ritardo arriva dal capitolo sul nostro paese del DESI (Digital Economy and Society Index 2016), l’indice sviluppato dalla Commissione Europea che misura il grado di diffusione del digitale nei paesi Ue, basato su cinque indicatori (Connettività, capitale umano, uso di Internet, integrazione di tecnologie digitali e servizi pubblici digitali). Il nostro paese a giugno 2015 si piazza al 25esimo posto, perdendo una posizione rispetto al 2014 con uno score di 0,4 rispetto alla media Ue a 28 di 0,52. La Danimarca, i Paesi Bassi, la Svezia e la Finlandia rimangono in testa alla classifica del DESI. I Paesi Bassi, l’Estonia, la Germania, Malta, l’Austria e il Portogallo sono i paesi che crescono più in fretta e stanno distanziando gli altri.
Il problema principale resta la scarsa copertura delle reti a banda larga veloce (NGA almeno 30 Mbps), tanto che siamo al 27esimo posto nella speciale classifica europea della connettività, con appena il 5,4% delle famiglie che ha un abbonamento Nga sul 53% di quelle abbonate. A livello europeo, il 71% delle famiglie ha accesso alla banda larga ad alta velocità (almeno 30 Mbit/sec) rispetto al 62% dell’anno scorso.

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Analisi impietosa: Italia 27esima per connettività

L’analisi è chiara e i numeri impietosi: “L’anno scorso l’Italia ha fatto piccoli progressi in quasi tutti gli indicatori, eccezion fatta per il giro d’affari dell’eCommerce nelle Pmi (8,2% del totale), per quanto l’economia italiana potrebbe trarre vantaggio da un uso più diffuso del commercio elettronico”.
La copertura delle reti a banda larga (Nga) nel 2015 è passata dal 36% delle abitazioni al 44%, ma i progressi sono ancora troppo lenti (siamo al 27esimo posto nella Ue), ostacolando anche la sottoscrizione di abbonamenti a banda larga veloce, pari ad appena il 5,4% del totale, che è limitato al 53% delle famiglie. Siamo sempre più lontano dagli obiettivi dell’Agenda Digitale europea (copertura a 30 mbps del 100% della popolazione e del 50% della popolazione a 100 mbps entro il 2020). Certo, il tira e molla sul piano banda ultralarga non aiuta e il 2015 è stato un anno in cui invece di accelerare con la posa della fibra si è perso tempo prezioso.
Opposto il quadro della banda larga mobile, con il 75% di abbonamenti per 100 abitanti (al 10° posto nella Ue). Insomma, si compensa con gli smartphone.

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Digital skill, il 31% degli utenti online non ha le basi

Secondo il DESI, la ragione principale di questo ritardo nell’adozione della banda larga fissa risiede nella carenza di skill digitali nella popolazione, con il 31% degli utenti online che mancano di competenze digitali di base.
Pesa nel nostro paese la scarsa scolarizzazione: soltanto il 42% della popolazione ha un titolo di studi superiore a quello della scuola di secondo grado. Senza dimenticare l’alta percentuale di anziani.
La percentuale di specialisti Ict è pari ad appena il 2,5% della popolazione.
Ed è per questo che il 37% della popolazione non usa Internet con regolarità.

PA digitale, soltanto il 18% degli utenti restituisce moduli online

Una buona performance registra la disponibilità di servizi digitali della PA, superiori alla media europea e per il quali ci troviamo al 17esimo posto, ma la percentuale di utenti che restituisce online i moduli compilati è ferma al 18%, ed è questo secondo il DESI il vero tallone d’Achille della PA digitale.
“Soltanto nel 37% dei casi le informazioni già in possesso della Pubblica Amministrazione vengono riutilizzate per riempire i moduli precompilati degli utenti”, precisa il DESI, secondo cui le autorità del nostro paese potrebbero fare di più per migliorare la “usability” dei servizi online.
Detto questo, il rapporto dice anche che l’Italia, pur arrancando sotto la media Ue, rientra in un drappello di paesi che stanno tentando di risalire la china e chiudere il gap digitale (‘catching up’), insieme a Croazia, Spazia, Lettonia, Romania, Slovenia e Spagna.
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Uso di Internet, Italiani fanalino di coda della Ue

Per quanto riguarda l’uso di Internet, gli italiani sono il fanalino di coda nella Ue. C’è una resistenza atavica verso l’uso della Rete per effettuare transazioni, interagire con gli altri e leggere le news. Soltanto sul fronte della fruizione di contenuti video siamo in linea con la media Ue.

eCommerce in crescita

Per quanto riguarda l’integrazione del digitale nel mondo business, siamo al 20esimo posto. Le nostre aziende non stanno facendo grossi progressi nell’adozione di soluzioni di eBusiness, ma il canale eCommerce sta guadagnando terreno, con il giro d’affari derivante da questo canale sul totale passato dal 4,9% del 2014 all’8,2% del 2015.
 [Leggere
http://www.agendadigitale.eu/egov/1368_come-uscire-dagli-ultimi-posti-nella-classifica-digitale-europea.htm






 Il quadro europeo del DESI 2016
  • I progressi ci sono ma sono lenti: l’Unione europea nel suo complesso ha un punteggio di 0,52 su 1, un miglioramento rispetto allo 0,5 dell’anno scorso. Tutti i paesi dell’UE tranne la Svezia hanno migliorato il loro punteggio. Lo scrive la Commissione in un comunicato, precisando che
  • La Danimarca, i Paesi Bassi, la Svezia e la Finlandia rimangono in testa alla classifica del DESI.
  • I Paesi Bassi, l’Estonia, la Germania, Malta, l’Austria e il Portogallo sono i paesi che crescono più in fretta e stanno distanziando gli altri. La strada per arrivare in cima alla classifica mondiale è ancora lunga: per la prima volta la Commissione ha raffrontato l’UE con alcuni paesi in testa alla classifica della digitalizzazione (Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud). Il testo integrale della relazione su un nuovo indice delle performance digitali sarà disponibile a metà marzo 2016, ma i risultati preliminari indicano già che i paesi ai primi posti nella graduatoria dell’UE sono anche fra i più digitalizzati al mondo. Ma l’UE nel suo complesso ha ancora molta strada da fare prima di diventare un leader mondiale.
  • La connettività è migliorata ma rimane insufficiente a lungo termine: il 71% delle famiglie europee ha accesso alla banda larga ad alta velocità (almeno 30 Mbit/sec) rispetto al 62% dell’anno scorso. L’UE è sulla buona strada per realizzare la copertura totale entro il 2020. Il numero di abbonati alla banda larga mobile è in rapido aumento: da 64 abbonamenti per 100 abitanti nel 2014 ai 75 attuali. L’UE deve essere pronta a soddisfare la domanda futura e a realizzare la prossima generazione di reti di comunicazione (5G). Per questo motivo entro la fine dell’anno la Commissione presenterà una revisione delle norme UE in materia di telecomunicazioni, per affrontare le sfide tecnologiche e del mercato.
  • Migliorare le competenze digitali: nonostante sia lievemente aumentato nell’UE il numero di laureati in discipline scientifiche e tecnologiche e in matematica, quasi la metà degli europei (il 45%) non possiede competenze digitali di base (uso della posta elettronica, strumenti di editing o installazione di nuovi dispositivi). La Commissione affronterà la questione delle competenze digitali e della formazione entro la fine dell’anno nell’ambito dell’agenda europea per le competenze, che sarà varata prossimamente.
  • Il commercio elettronico, un’occasione mancata per le piccole imprese: il 65% degli internauti europei effettua acquisti online, ma solo il 16% delle PMI vende sulla rete e meno della metà di queste ultime (il 7,5%) lo fa anche oltre frontiera. Per affrontare questo problema, a dicembre la Commissione ha presentato proposte sui contratti digitali per tutelare meglio i consumatori che fanno acquisti online e aiutare le imprese a espandere le loro vendite sulla rete. La Commissione intende presentare a maggio un pacchetto legislativo per stimolare ulteriormente il commercio elettronico. Il pacchetto conterrà misure per risolvere la questione dei geoblocchi ingiustificati, rafforzare la trasparenza dei mercati delle spedizioni transfrontaliere e migliorare l’applicazione delle norme UE di tutela dei consumatori a livello transfrontaliero.
  • Più servizi pubblici online, ma sottoutilizzati:gli indicatori mostrano che le amministrazioni pubbliche forniscono una gamma più ampia di servizi online (consentendo ai cittadini di utilizzare Internet per dichiarare un nuovo indirizzo di residenza, la nascita di un bambino e altri eventi importanti). Tuttavia il numero di utenti che interagiscono online con le amministrazioni pubbliche rimane stazionario (32%).