menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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sabato 22 aprile 2017

I am not your negro

Giovedì 27 aprile, alle ore 20:30, la Casa internazionale delle donne ospita la proiezione del documentario di Raoul Peck (2016). Presentano Igiaba Scego e Italiani senza cittadinanza.

Giovedì 27 Aprile 2017 ore 20.30
Sala Carla Lonzi, Casa internazionale delle donne
(secondo piano), via della Lungara 19, Roma
Proiezione del documentario 
I am not your negro
Di Raoul Peck (2016)

Presentano  

Igiaba Scego

  # Italiani senza cittadinanza

I Am Not Your Negro tocca le vite e gli assassinii di Malcom X, Martin Luther King Jr. e Medgar Evers per fare chiarezza su come l’immagine dei Neri in America venga oggi costruita e rafforzata.
Medgar Evers, morto il 12 giugno 1963. Malcolm X, morto il 21 febbraio 1965. Martin Luther King Jr., morto il 4 aprile 1968.
Nel corso di 5 anni questi tre uomini sono stati assassinati. Uomini importanti per la storia degli Stati Uniti d’America e non solo. Questi uomini erano neri, ma non è il colore della loro pelle ad averli accomunati. Hanno combattuto in ambiti differenti e in modo diverso, ma tutti alla fine sono stati considerati pericolosi perché hanno portato alla luce la questione razziale. James Baldwin si è innamorato di queste persone e ha voluto mostrare i collegamenti e le similitudini tra questi individui scrivendo di loro. E lo ha fatto attraverso lo scritto incompiuto Remember This House.


venerdì 6 gennaio 2017

Il regime del salario

By FERRUCCIO GAMBINO

Prefazione Il regime del salarioPubblicato Il regime del salario, l’ebook del collettivo Lavoro insubordinato (casa editrice Asterios di Trieste) che raccoglie tutti gli interventi pubblicati sul Jobs Act e le trasformazioni che esso produrrà sull’organizzazione del lavoro in Italia. Pubblichiamo oggi la prefazione di Ferruccio Gambino.
***
Questa premessa intende rilevare alcuni effetti della politica del lavoro nell’Eurozona (19 paesi nel 2015) e in particolare in Italia, in considerazione del processo di mercificazione del lavoro vivo in corso. Seguono poi undici articoli che esaminano in modo circostanziato aspetti cruciali del regime del salario e delle sue tendenze in Italia. Questa premessa vuole limitarsi a offrire qualche coordinata per rammentare che il fenomeno di frammentazione della forza-lavoro è in realtà una serie di tentativi che procedono da tempo e che vanno di pari passo con più aggressivi esperimenti in altri continenti e in particolare nell’Asia orientale. Dunque, nell’Eurozona vanno sostenute quelle forze che si oppongono ai disegni dell’odierno capitale industriale e dei servizi e che sono motivate a non cedere terreno.
Le politiche adottate negli scorsi 35 anni nell’UE hanno mirato e mirano a deteriorare i salari e di conseguenza le condizioni di lavoro. L’onda lunga della casualizzazione del lavoro salariato si era sollevata già alla fine degli anni 1970 negli Stati Uniti con la politica antinflazionistica di Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (agosto 1979) e il conseguente aumento della disoccupazione oltre il 10% nel 1981. L’onda è ben lontana dal placarsi. Di solito, l’abbassamento dei livelli di occupazione prepara l’attacco alla busta-paga. Nell’Eurozona la crisi dell’occupazione ha comportato una continua pressione sulla massa salariale che poi si è aggravata con il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro. Nell’ultimo quadriennio (2008-2011) degli otto anni di direzione di Jean-Claude Trichet alla Banca centrale europea (BCE) il numero dei disoccupati è schizzato nell’Eurozona, fino a raggiungere la cifra da primato di 19 milioni nel 2012 (più dell’11% delle forze di lavoro), poco dopo l’uscita di scena del banchiere francese; né si vedono segni di significativa flessione del fenomeno nello scorso triennio.
Molti commentatori sono del parere che la BCE sia stata mal consigliata dalla Bundesbank e che abbia commesso «errori» madornali di gestione. A loro dire, il principale errore sarebbe consistito nel rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro a causa di una cieca adesione della Bundesbank al dogma della lotta all’inflazione. Tuttavia può darsi che il dogma della lotta all’inflazione abbia un peso non superiore al doveroso aiuto congiunturale offerto dall’UE al sofferente capitale statunitense. Una delle forme più importanti di tale aiuto è consistita nel rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro e nella conseguente grave crisi delle esportazioni di alcuni paesi dell’Eurozona, in particolare di quelli dell’Europa meridionale. Qui basta rammentare che nella fase di massima onda sismica del sistema finanziario statunitense (tra l’aprile e il luglio del 2008) il dollaro veniva scambiato a più di 1,50 contro l’euro, nel tripudio dei telegiornali e dei gazzettieri euro-continentali che inneggiavano all’«Europa forte» e alla «locomotiva Germania». In altri termini, l’euro forte costituiva un forte balzello prelevato sul monte-salari dell’Eurozona e, al tempo stesso, una dose di ossigeno per le grandi banche e assicurazioni dopo la crisi scatenata dai crolli bancari negli Usa. Al brusco prelievo dall’Eurozona in nome dell’atlantismo si aggiungeva la beffa della grande stampa finanziaria anglosassone, secondo la quale occorreva mettere in riga non le grandi istituzioni finanziarie salvate con la socializzazione internazionale delle loro perdite, bensì i salari dell’Europa meridionale. Inoltre, gli investimenti diretti all’estero dei capitali industriali dell’Eurozona ci mettevano del loro nella decurtazione del monte-salari, approdando in gran numero – e mai in ordine sparso – nell’Asia orientale e nell’Europa orientale.
Si può constatare che in primo luogo la lotta all’inflazione porta regolarmente acqua al mulino dei detentori dei capitali e delle rendite e che a parità di altre condizioni si avvale di misure che generalmente intaccano l’occupazione, in particolare quando alla capacità di mobilitazione in difesa delle condizioni di vita e di lavoro si contrappongono tutte le leve del potere statale e mediatico, mentre quello che resta di larga parte delle organizzazioni sindacali generalmente si accoda. In secondo luogo, le misure che contrastano l’inflazione finiscono poi per comprimere i salari, in particolare i salari bassi e precari. Persino il salario minimo orario è destinato a significare ben poco per chi lavora in modo intermittente.
Nel regolare l’occupazione e i salari nell’Europa continentale eccelleva il Partito socialdemocratico tedesco. Con la sua cosiddetta Agenda 2010 il primo governo (1998-2002) del socialdemocratico Schröder (cancelliere dal 1998 al 2005) compiva un duro lavoro: tagli alla previdenza sociale, ossia al sistema sanitario, all’assegno di disoccupazione, alle pensioni, irrigidimento delle regole nei confronti di quanti cercano lavoro: salari passabili nei settori ad alta produttività, pochi euro all’ora per gli altri, in parte stranieri e straniere e in parte pure tedeschi e tedesche. Anche se il Partito socialdemocratico ha pagato tale operazione con le sconfitte elettorali a partire dal 2005, di fatto l’erculeo Schröder ha acquisito benemerenze imperiture presso i partiti conservatori di Germania ai quali, una volta arrivati al governo, è poi rimasto il più facile compito di passare con lo strofinaccio sul «mercato del lavoro». A Schröder il padronato internazionale ha poi mostrato la sua gratitudine perdonando in men che non si dica i giri di valzer con Putin e i lauti proventi lucrati grazie all’operazione Northstream, che porta il gas dalla Russia alla Germania attraverso il mare del Nord, evitando la Polonia.
In realtà i socialdemocratici tedeschi hanno fatto scuola, dimostrando agli altri governi delle più svariate gradazioni nell’Eurozona, compresi i governi italiani, che la compressione salariale è possibile a condizione di procedere con cautela e di cominciare a operare i tagli dagli strati più deboli. Questa è vecchia e sordida politica europea. Quando nel 1931 Pierre Laval, allora primo ministro francese (e futuro primo ministro filonazista del regime di Vichy), andava dicendo che la Grande Depressione non toccava la Francia sottintendeva che, con il benevolo concorso dei poteri pubblici e privati, la crisi stava già ricadendo sulle spalle degli immigrati e di quei francesi che non disponevano di strumenti politici per contrastare il deterioramento sociale. Oggi non c’è più il Laval del 1931 ma ci sono i disoccupatori e i precarizzatori dell’Eurozona su commissariamento di Bruxelles. In breve, pare che sia diventato decente che quanti siedono al comando nell’Eurozona si mostrino affranti dalla disoccupazione e dalla precarizzazione, molto meno affranti dai profughi.
http://www.asterios.it/
 La cifra cruciale di questa «preoccupazione» ha un nome e si chiama NAWRU (Non-Accelerating Wage Rate of Unemployment), il tasso di disoccupazione (e precarizzazione) tale da non generare pressioni salariali. Questo potere di contenimento delle cosiddette spinte inflative attraverso la disoccupazione e la precarizzazione è in realtà l’imbrigliamento dei salari, con il loro spostamento progressivo nell’area del lavoro precario. Annualmente la Commissione europea appioppa a ogni Paese un suo NAWRU, ossia un tasso di disoccupazione tale da non generare aumenti salariali: per il 2015 il NAWRU ha varcato la soglia del 10% per l’Italia, è salito al 25% per la Spagna, all’11% per la Francia ed è sceso al 5% per la Germania. Al fine di assicurare una certa tranquillità ai poteri finanziari, la Commissione fissa il NAWRU sempre più in alto per i Paesi «a rischio», arrogandosi un potere predittivo che nessuna istituzione le ha concesso. Nell’ovattato, generale riserbo sull’argomento spicca il ritegno della BCE, un’elegante autocensura nei confronti dei massimi sostenitori del NAWRU che si annidano tra le aquile del cancellierato e della Bundesbank.
Fin dagli anni 1990 la struttura di potere in Italia ha cercato con alterne vicende di seguire la ricetta praticata prima da Reagan e Thatcher e poi applicata più prudentemente dai socialdemocratici tedeschi. Il ritmo di applicazione della ricetta è venuto accelerando negli anni recenti. In realtà, le grandi manovre italiane erano cominciate già nel 1992, erano proseguite sia con il piano di riduzione delle pensioni attraverso la conversione del sistema retributivo nel sistema contributivo (governo Dini, 1995) sia con una prima prova sul mercato del lavoro (governo Prodi, 1996). Sulla scia del governo Schröder, in Italia le grandi manovre avevano ripreso vigore con la vittoria della destra al governo (governo Berlusconi, 2001-2006). La destra si era esposta nel 2002 decidendo di aggredire lo Statuto dei lavoratori e in particolare di abrogare l’articolo 18 che vietava il licenziamento senza giusta causa. Seguivano gli inevitabili sorrisi dei socialdemocratici tedeschi che sanno fare più cautamente e meglio. Le manifestazioni di milioni di oppositori in tutta Italia nel marzo 2002 mettevano in quarantena l’attacco frontale all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma non mettevano fine alle macchinazioni revansciste del padronato. In altri termini, la strategia della famosa «cauta prudenza» che l’Uomo di Arcore aveva adottato per sventare i controlli contro l’evasione fiscale del suo elettorato (primo governo Berlusconi, 1994-95) non valeva nei confronti dello Statuto dei lavoratori. La sconfitta del 2002 è risultata bruciante ma non definitiva. Prima sono stati rimessi insieme i cocci e poi sono stati chiamati a raccolta i poteri economici, politici e mediatici, i quali nell’arco di una dozzina d’anni hanno ridotto l’articolo 18 a un guscio vuoto fino alla sua abolizione (2014).
Lo stillicidio di misure e ancor più di pratiche quotidiane contro la forza-lavoro ha deteriorato non soltanto le condizioni ma anche i rapporti di lavoro tra compagni/e di lavoro, desocializzando ambienti dove in precedenza la solidarietà aveva a lungo prevalso, nonostante il clima di crisi. Inoltre, la frustrazione che ne è seguita si è ritorta ulteriormente contro il sindacato, dissolvendo diffusamente i legami che si erano già indeboliti fin dagli anni 1980, ossia da quando il sindacato aveva cercato di pilotare a favore dei suoi fedelissimi le liste degli ammessi e degli esclusi dalla cassaintegrazione. La posta in gioco diventava dunque il monopolio delle decisioni riguardanti le maestranze. Il datore di lavoro andava riprendendosi il diritto assoluto di assumere e licenziare. La parentesi della più che quarantennale limitazione all’arbitrio del licenziamento grazie all’articolo 18 volgeva al termine, cancellata dalla insindacabilità del licenziamento. Esclusa così di fatto la magistratura da gran parte delle decisioni in materia, rimane la monetizzazione del licenziamento a mezzo di una semplice indennità pecuniaria. Per un’azienda in Italia un normale licenziamento può essere trattato poco più che come una questione di voucher.
Domandiamoci: qual è il modello verso il quale il capitale odierno, in Europa come altrove, intende avviarsi? Semplificando, il modello è quello del lavoro migrante: in breve, scarsi diritti civili, precarietà lavorativa e abitativa, difficoltà e addirittura impossibilità di trasmettere la vita per chi percepisce i salari da lavoro migrante. L’esercizio di quel che resta dei diritti politici e sindacali è messo in naftalina, la perdita del posto di lavoro è deciso su di un pezzo di carta padronale, e – contrariamente a gran parte della schiavitù moderna – il diritto di trasmettere la vita è rimandato a tempi migliori – e di fatto negato ai molti che hanno perso la speranza di ottenere un salario adeguato a mantenere la prole.
Oggi in Italia i grandi mezzi di comunicazione nazionali gongolano per la previsione della produzione di 650mila auto all’anno. Pochi notano che le nascite sono scese ben al di sotto di tale cifra: 509mila nel 2014, la più bassa natalità dall’unità d’Italia. Il saldo naturale della popolazione del 2014 è negativo (meno 100mila unità), cifra del biennio di guerra 1917-18. Si tratta di una tendenza internazionale che trova il suo centro in Cina e nel suo regime di fabbrica-dormitorio ma che va estendendosi per varie cause – tra cui le forme della precarietà del lavoro e dei regimi lavorativi – in molti paesi industrializzati e in via d’industrializzazione. Al fondo della compressione della forza-lavoro e della sua precarietà è in gioco il diritto alla generatività, il diritto alla vita e alla trasmissione della vita.

PREFAZIONE DI FERRUCCIO GAMBINO



sabato 9 aprile 2016

Basaglia, la rivoluzione dell'inclusione (By Luca Spanu)

L’11 marzo 1924 nasceva a Venezia Franco Basaglia.

A 92 anni di distanza, l’anniversario della sua nascita è l’occasione per sfogliare “L’Istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2000”, curato da Franco Rotelli. 
Rotelli, successore di Basaglia alla direzione del manicomio di Trieste e poi direttore generale dell’Azienda sanitaria della città friulana, ripercorre in questo imponente volume, a volte un po’ troppo oscuro per il lettore medio e con un po’ troppi refusi, le intense vicende che portarono alla chiusura dell’ospedale psichiatrico triestino. In realtà il lavoro di Rotelli nasce dall’esigenza di testimoniare la complessità dell’esperienza di Trieste, non tanto concentrandosi sul periodo della rivoluzione basagliana (di cui già esiste una ricca storiografia) quanto ricordando ciò che è successo dopo la promulgazione nel 1978 della legge 180, quando c’è stato da “inventare” l’istituzione, dopo averla, giustamente, “negata”. Il succedersi di fatti, testimonianze, citazioni di Basaglia e cronache, suscita un turbine di emozioni e di riflessioni. La storia che ci viene raccontata da Rotelli è la storia della lotta contro ciò che sembrava inattaccabile e che da secoli distruggeva identità e dignità umana. E fu anche e soprattutto una storia di coraggio, di quell’immenso coraggio che ti porta innanzitutto a mettere in discussione te stesso, il tuo potere, il potere del tecnico. È stata certo una liberazione dei matti ma anche e soprattutto, come ricordavano Basaglia e Sartre, liberazione dell’intellettuale e presa di coscienza del suo essere ingranaggio del sistema, del suo essere complice della negazione dell’uomo. Nelle pagine dell’almanacco troviamo la violenza psichiatrica, l’oppressione, la contenzione fisica, le reti, ma anche l’intenso lavoro, la passione, il clima febbrile e i conflitti di chi si sta rendendo conto, in quel momento e in quel posto che, pur tra mille resistenze, si sta facendo qualcosa d’importante. Si sta cambiando il mondo dalla periferia del mondo. Si sta per diventare un modello destinato a essere ammirato e a insegnare la sconfitta dello stigma e una nuova psichiatria a giovani medici brasiliani, argentini, greci. Trieste, terra di confine da cui si superano altri confini, è il teatro dove si distruggono le istituzioni totali e vi sostituisce rispetto e produzione di cultura e creatività, diviene il luogo in cui concetti troppo spesso astratti si concretizzano in lotta sul campo: partecipazione, democrazia, diritti, cittadinanza, inclusione, smettono di essere involucri vuoti. Rotelli rivendica giustamente il merito che quella parola, inclusione, fa parte oggi delle agende di molti governi e di organismi internazionali, ma ci ricorda che allora tutto doveva essere conquistato e lo fu a caro prezzo, passando per infamie, processi, momenti di tensione. E la psichiatria è stata soltanto il punto di partenza per una più generale discussione e organizzazione del modello sanitario triestino, l’inizio di una de-istituzionalizzazione e di de-ospedalizzazione che lentamente sono andate avanti, seguendo un concetto di territorialità, di cittadinanza attiva grazie all’attività di una molteplicità di soggetti diversi: medici, operatori sociali, associazioni culturali, cooperative, anche di ex internati. Se la battaglia è stata vinta, certamente la guerra è ancora lunga.

http://www.istituzioneinventata.it/


Si racconta qui, con parole e immagini l’esperienza di un vasto gruppo di persone che, a Trieste, dapprima con Franco Basaglia e poi per trent’anni dopo la sua morte, ha cambiato la storia delle istituzioni psichiatriche non solo in Italia. Scriveva Enzo Paci nel 1968: “La contraddizione tra istituzioni chiuse e istituzioni aperte è forse la dialettica fondamentale della nostra epoca.”
Tutta l’ esperienza qui raccontata si muove dentro quella dialettica.“Rotelli racconta nella Istituzione inventata/Almanacco. Trieste 1971-2010 l’esperienza collettiva per cui – pezzo dopo pezzo, atto dopo atto – vengono soppressi i luoghi classici, gli spazi chiusi della follia e si snoda e libera il lento riscatto dei protagonisti del disagio psichico, della anomalia e della marginalità – dall’isolamento familiare e sociale, dalla marginalità ribelle e povertà, alla quotidiniatà comunitaria. E si rifonda il sistema sanitario complessivo”.
P. Del Giudice

 FONTE: © Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata



domenica 14 febbraio 2016

Nel nome di Giordano Bruno

Giordano Bruno venne ucciso brutalmente, perché non voleva conformarsi, sottomettersi a Verità presupposte ed assolute. Eretico, pertinace, impenitente. Questa la condanna emessa dal tribunale della Santa Inquisizione, presieduto personalmente dal papa. Ma eresia vuol dire scelta! E per questo vogliamo essere eretici, perché come Bruno siamo consapevoli che solo nella conquista dell’emancipazione umana dalla soggezione mentale ed economica possiamo aspirare ad una società di liberi e uguali. 

COMUNICATO  STAMPA

Anche quest’anno, l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” ricorderà mercoledì 17 febbraio 2016, a Roma in piazza Campo dei Fiori, a partire dalle ore 17.00, il grande filosofo Giordano Bruno, che qui venne arso vivo il 17 febbraio del 1600, per volere della Santa Inquisizione.

Giordano Bruno venne ucciso brutalmente perché non voleva sottomettersi a verità supposte ed assolute. Quel tribunale, presieduto dal Papa-re in persona, lo dichiarò eretico.

Ma eresia vuol dire scelta! E noi vogliamo continuare ad essere eretici, perché come Bruno abbiamo il “vizio” di pensare. Nell’orgoglio laico del dovere dell’emancipazione da dogmi e padroni. Perché il diritto umano alla libertà per la dignità di ciascuno sia realizzato ed esteso ovunque.

Di fronte ai risorgenti integralismi e alla violenza del terrorismo jihadista, questo anniversario del martirio di Giordano Bruno, vuole rimettere al centro più che mai il valore della Laicità.

Perché occorre chiamare ogni cittadino all’impegno democratico contro la sopraffazione di chi, accampando finanche copyright divini, vuole la soggezione individuale e sociale degli esseri umani.

Accade nei regimi teocratici, dove il fanatismo religioso arriva a diventare con i macellai dell’Isis pornografia della tortura e della morte.

Accade in casa nostra, dove il sogno di elevare a legge dello Stato i propri precetti non sembra ancora dismesso, e diventa patetica pretesa di sigillare in stereotipi sessisti e omofobi l’esclusione dal diritto di avere diritti.

La Laicità è valore fondante delle democrazie e la nostra Costituzione repubblicana la pone a suo principio supremo. Dobbiamo difendere questa conquista, perché senza laicità non c’è democrazia, ma solo sopruso. Siamo chiamati allora, a non smettere mai di vigilare sulle garanzie costituzionali, perché le regole democratiche non vengano né aggirate, né manomesse. 

 

Di tutto questo parleremo a Piazza Campo de’ Fiori il 17 febbraio 2016, a partire dalle ore 17.00 tenendo vivo lo straordinario insegnamento progressista e libertario della filosofia bruniana.

Dopo la cerimonia di deposizione delle corone di alloro con l’accompagnamento della Banda Musicale del Corpo di Polizia Municipale del Comune di Roma e i saluti istituzionali del Comune di Roma e di Nola, si svolgerà il convegno, “Nel nome di Giordano Bruno. Senza Laicità non c’è Democrazia. Libertà  Diritti  Dignità Uguaglianza”.

Relatori: Giuliano Montaldo, Maria Mantello, Elena Coccia, Antonio Caputo; Luigi Lombardi Vallauri.  Partecipazione artistica del Centro studi Enrico Maria Salerno. Presenta Antonella Cristofaro.

 

Maria Mantello,

Presidente della Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” 

Né dogmi, né padroni! È il motto dei Liberi Pensatori in tutto il mondo. Ed è impegno etico-politico-sociale per la realizzazione della civile convivenza democratica, perché libertà e diritti non sono oggetto di transizioni: né per il cielo, né per la terra! Pensare, giudicare, scegliere significa essere proprietari della propria vita. Tutto questo si chiama autodeterminazione. Valore non negoziabile, che solo la laicità garantisce. Niente è più ambizioso della laicità perché permette il rispetto umano che ci dà dignità, che come aveva ben capito Bruno, non è la proiezione ideologica di una presupposta “sacralizzata” idea di dignità, ma diritto alla ricerca della propria felicità nell’unica vita biologica di cui abbiamo certezza. Il pensiero di Giordano Bruno costituisce infatti un insuperabile monito per l’affermazione del diritto inalienabile alla dignità umana il cui baluardo è oggi la nostra Costituzione repubblicana. La Costituzione, contro la cui manomissione ci battiamo e che vogliamo sia applicata a partire da quel suo principio supremo che è la laicità dello Stato.Non è un caso che la Costituzione lo ponga a suo supremo valore. Non è un caso, perché senza laicità c’è solo sopruso. Oggi siamo chiamati a pretenderne la compiuta realizzazione, perché nessuno venga più discriminato. Come scriveva Giordano Bruno nello Spaccio della bestia trionfante: «non è possibile che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta». Ecco, per questo dovere alla parità di accesso ai diritti lottiamo... nel nome di Giordano Bruno. (Maria Mantello)

 

 di Maria Mantello

Il 17 febbraio del 1600, dopo lunghi anni di carcere e terribili violazioni alla sua dignità, Giordano Bruno veniva fatto bruciare vivo perché “eretico, pertinace, impenitente”... come recitava la condanna del tribunale della Santa Inquisizione Romana presieduto personalmente dal papa. Nello stesso giorno del suo martirio anche i suoi libri venivano dati alle fiamme sul sagrato della basilica di S. Pietro. Il filosofo veniva ucciso e i mandanti speravano di annientarne anche il pensiero. Non a caso fu condotto al rogo con la lingua inchiodata nella mordacchia. Ultima violenza, ultima profanazione al bene che egli considerava massimo: la dignità di aver parola! La sua rivoluzionaria filosofia faceva paura, fa ancora paura perché è dinamite. - Al principio divino, sostituisce la natura: materia madre che non dipende da altri che da se stessa. È quindi perfetta, divina, nella sua infinita vitale capacità di produrre forme. - Alla conoscenza prefissata nel modulo dell’anima creata, sostituisce la fisicità della mente corpo funzione biologica. Insomma come dirà Crick, lo scopritore insieme a Watson della catena del DNA: «come la bile è una secrezione del fegato, l’anima è una secrezione della mente». - Contro il confessionalismo del precetto, rivendica la libertà dell’etica nella sua autonomia ed autodeterminazione per ciascun essere umano. Perché ognuno è proprietario della propria vita. Responsabile del progetto di vita che vuole per sé. Comunque e sempre. - Ad un’estetica di maniera che fagocita il contenuto nella pedanteria della regola, contrappone il “pittore-filosofo”, che espropria all’ombra le cose e le definisce e ridefinisce nella vertigine delle possibilità combinatorie di significato e significante. - Alla politica del potere di alcuni, contrappone quella della cittadinanza nel diritto di avere diritti per tutti.

Il pensiero di Giordano Bruno è elogio del dubbio e dell’antidogmatismo. Un pensiero che rivoluziona ogni cosa e per questo ha fatto paura e fa paura ancora a molti per la sua attualità straordinaria, costringendo a fare i conti con le proprie piccolezze e ristrettezze mentali. Perché non ammette zone grigie. Perché è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono, scrive Bruno, il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana».
La sua filosofia fa paura perché è una condanna inappellabile per chi vorrebbe l’umanità eterna minore: “gregge”, “asino”, “pulcino”, “pulledro”. In uno stato di perenne infantilismo alla ricerca di padri, padroni, padreterni.
Un’umanità in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che «stabiliscono il mio e il tuo» e nelle simoniache alleanze sguazzano.

Bruno mette a nudo i meccanismi psicologici e consolatori, che riducono gli uomini ad asini obbedienti che si fanno «guidare – scrive – con la lanterna della fede, cattivando (imprigionando, ndr.) l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addirizza e guida». «Figlio del Vesuvio e della collina di Cicala, filosofo e poeta italiano, unico spirito veramente libero», lo definisce Cyrano de Bergerac nel suo L’altro mondo, ovvero gli Stati e gli imperi della Luna e del Sole (1657-1662), ma neppure lui, che pure è filosofo libertino, osa pronunciare ancora il nome di Giordano Bruno.
Il Nolano non è stato sentito fratello neppure dal grande Galilei, che per la sua teoria della relatività primaria attinge a piene mani dalla Cena delle Ceneri di Bruno, ma non lo cita.
Contaminato dalla rivoluzionaria filosofia del Nolano è Shakespeare. L’universo bruniano con un cielo infinito e la materia creatrice, è infatti più che un semplice sogno d’amore nel suo Antonio e Cleopatra. E ancora in un’altra sua operetta, Pene d’amore perdute, la concezione dell’autonomia dello Stato dal confessionalismo è chiara ripresa dello Spaccio della bestia trionfante di Giordano Bruno. Ma neppure Shakespeare, che certamente ha conosciuto il Nolano alla corte di Elisabetta, lo nomina.

Giordano Bruno è un intellettuale scomodo perché condanna la menzogna e l’ipocrisia, soprattutto quando vengono dal riverito ‘mondo della cultura’, trasformato dai servili pedanti in accademia di pensiero unico. Bruno polemizza continuamente e pubblicamente con costoro. Li ridicolizza nei suoi dialoghi: «più nun sanno e sono imbibiti (imbevuti) di false informazioni più pensano di sapere», e danno i loro principi «conosciuti, approvati senza demonstrazione».  Giordano Bruno è scomodo perché alle baronie familiste degli intellettuali di regime sbatte in faccia la loro responsabilità per la decadenza politica e morale che lui, pellegrino «in fuga dalla vorace lupa romana», tocca con mano in un’Europa dilaniata dalle guerre di religione: «La sapienza e la giustizia iniziarono a lasciare la terra dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che ... gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi ... e ai popoli».
Giordano Bruno avrebbe potuto vivere tranquillamente la sua carriera di docente, ma il tomismo gli andava stretto. L’ideologia cristiana tutta gli andava stretta e ne denuncia l’impianto fideista che schiaccia ragione e autodeterminazione.
Bruno vuole un mondo di individui pensanti e liberi. Per questo accoglie con entusiasmo il copernicanesimo. Vi vede il trampolino di lancio per l’emancipazione umana. Usciti dalla gabbia del geocentrismo, dove «gli erano mozze l’ali», gli esseri umani possono finalmente spiccare il volo e «liberarse de le chimere» di un cielo superiore e una terra inferiore. E il Nolano chiama ognuno ad usare le ali della ragione: a sperimentare le infinite possibilità di pensare, conoscere, agire. A diventare, «possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l’ingegno», «cooperatori dell’operante natura». Penetrandone le leggi fisiche. E in questo si è maghi. Si è dei a se stessi.

La magia di Bruno è conoscenza. È sviluppo della capacità di indagine e ricerca per analizzare i legami chimici degli elementi naturali, i profondi nessi causali tra tutte le cose: «magia è la contemplazione della natura e perscrutazione dei suoi segreti». Grazie alla scienza fisica e chimica: «Approvo quello che si fa fisicamente e procede per apotecàrie (farmaceutiche) ricette... Accetto quello che si fa chimicamente»; «Ottimo e vero è quello che non è sì fisico che non sia anche chimico e matematico». Questa è la magia per Giordano Bruno contro quella dei cialtroni (ridotta a ridicola macchietta nel Candelaio). Una «magia di disperati» - la chiama – «di chi invoca supposte intelligenze occulte con riti preghiere formule». La magia è allora arte della conoscenza, magia di conoscenza, «potenza cogitativa» che sa tessere interralazioni rappresentative. È memoria ragionata, che sviluppa pensiero problematico e consapevolmente giudica addentrandosi in sentieri inesplorati, perché – scrive Bruno – “seleziona”, “applica”, “forma”, “ordina”. Un processo che è cibo per la mente, come ancora oggi si usa dire: «la ricerca ragionata dei dati particolari, è il primo accostarsi al cibo, la loro collocazione nei sensi esterni ed interni, è una forma di digestione» per «progredire nelle operazioni dell’intelligenza», per «vedere con gli occhi dell’intelligenza». È questo un incessante processo di scomposizione e ricomposizione di «atomi corporei-mentali». Un processo che stimola nuove sinapsi, come si direbbe oggi, per conquistare al pensiero analitico critico sempre maggiori aree cerebrali. Ma perché questo accada, bisogna superare «l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza». Bisogna spazzare via “la bestia trionfante” della passività, dell’omologazione, della rassegnazione al pensiero a una dimensione.
Ecco allora che la libertà di pensiero diventa per Bruno prerequisito e metodo. Procedura di continua trasmigrazione concettuale. Cicli conoscitivi, che si riaprono in una sorta di pitagoriche trasmigrazioni al divenire di diversificate acquisizioni... Per capire ...e riscattarsi da ogni soggezione.

Bruno ha sacrificato la sua vita perché l’umanità uscisse dalla rassegnazione di minorità per costruire una società più giusta e libera. Ha denunciato l’arroganza e l’ingiustizia di un mondo dove la libertà è il regno della tracotanza di chi nega emancipazione e autodeterminazione altrui. Non c’è libertà senza solidarismo delle libertà. Non c’è libertà senza giustizia. Senza il rispetto della dignità individuale di esseri proprietari della propria esistenza. Questo afferma Giordano Bruno. Perché dignità è il diritto di avere diritto alla gestione del proprio individuale progetto esistenziale. E questo implica pubblico riconoscimento, che significa anche impegno privato e pubblico per far sì che ognuno si emancipi dalla sudditanza mentale, economica, politica, sociale. E il fine della Nolana filosofia è proprio costruire una società di liberi e di uguali in dignità, dove finalmente, come dirà poi la filosofa contemporanea Hannah Arendt, «nessuno sia escluso dal diritto di avere diritti». E Bruno per questo chiama ognuno di noi a «investire tutte le facoltà e le forze che abbiamo ottenuto da la natura per operare bene e mettere a frutto e numero delle intelligenze che abbiamo».

Ecco allora la sua Riforma in sintesi:
- fornire l’istruzione a tutti perché ognuno possa emanciparsi;
- rimuovere gli ostacoli degli svantaggi individuali, sociali ed economici;
- togliere i privilegi;
- deporre i tiranni;
- scegliere governanti onesti...
Già governanti onesti! E non è purtroppo ancora oggi questione di cui dobbiamo occuparci? Bruno, dal canto suo, aveva denunciato come l’orgia del potere generi corruttela generalizzata: «quel che era già liberale, doviene avar, da quel c’era mite, è fatto insolente, da umile lo vedi superbo, da donator del suo è rubato ed usurpator de l’altrui, da buono è ipocrita, da sincero maligno ... Pronto ad ogni sorta d’ignoranza e ribalderia… che no può essere peggiore».

Bruno denunciava le rendite parassitarie, i privilegi e lo sfruttamento di quanti «dissipano, squartano e divorano»; e chiamava all’impegno civico per impedire che a costoro «non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate»...
Già i beni comuni, che oggi dobbiamo difendere. E si chiamano istruzione in scuole statali, diritto al lavoro, diritto all’acqua pubblica, diritto a non morire contro la nostra volontà in un letto irto di tubi, diritto alle pari opportunità, diritto a non essere ingabbiati in stereotipi sessisti che torturano... Beni comuni, perché la salvaguardia dignità individuale è il bene comune.
Dipende da noi, perché «è la voluntade umana che siede in poppa», ripeteva Giordano Bruno, consapevole che libertà e giustizia non sono un dono, ma conquista civile che chiede impegno, vigilanza, verità, lotta se occorre.

E dipende da noi! In uno straordinario passo dello Spaccio della bestia trionfante, Bruno usa la metafora della fortuna cieca in modo assai originale per sottolineare che all’inizio tutti sono uguali. Non c’è differenza all’atto della nascita. L’ineguaglianza è costruzione tutta umana.
«Io che getto tutti nella medesima urna della mutazione e moto, sono equale a tutti, […] e non remiro alcuno particolare più che l’altro […]. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inequalità, ogni iniquitade». E se queste ineguaglianze ci sono la colpa è dei governi e governanti che vi date: «quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser principe o ricco, non è per colpa mia , ma per inequità di voi altri che, per esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste prima. O non lo spoltroniste o sforfantaste al presente, o almeno appresso […]. Non è errore che sia fatto un prencepe, ma che sia fatto prencepe un forfante».
La giustizia è un diritto e un dovere: «due son le mani per le quali è potenza a legare ogni legge, – scriveva Giordano Bruno – l’una è quella della giustizia, l’altra è della possibilità; (...) atteso che quantunque molte cose sono possibili che son giuste, niente però è giusto che non sia possibile».
È una questione di dignità!