menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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mercoledì 11 aprile 2018

Pensiero critico - Media education, come creare il “cittadino scientifico” nella società digitale

La Media Education concorre alla formazione del “cittadino scientifico” della network society proprio perché l’uso delle nuove tecnologie deve comportare un’attitudine critica e riflessiva nei confronti delle informazioni, l’uso responsabile dei mezzi di comunicazione, un interesse a impegnarsi in reti con scopi culturali.

Il pioniere degli studi sulla comunicazione sociale e precursore del World Wide Web, Marshall McLuhan, circa la non neutralità dei mass media affermò cheil medium è il messaggio” [1]. In altri termini: un insieme di risorse informative che la rete rende disponibili prevede una comunità di individui che usa consapevolmente Internet per comunicare, informarsi, apprendere ed effettuare transazioni; prevede un’organizzazione culturale delle conoscenze e competenze, immanenti all’insieme di risorse informative rese fruibili dalla rete, che possa esprimersi in modalità coscienziali.

La network society e le contraddizioni tra “pensiero” e “applicazioni”

Le contraddizioni tra procedure, tecnica (funzionalità) e pensiero critico (abilità che permette di indagare cercando riscontri oggettivi e di verificare le informazioni acquisite, di valutare e interpretare dati e esperienze al fine di giungere – autonomamente – a conclusioni chiare e precise), tra “efficacia operativa” e “razionalità” e, generalizzando, tra “lavoro manuale” e “lavoro intellettuale”, non sono storicamente una novità. Tuttavia, l’asse portante dell’attuale network society, sembra divaricare in modo accentuato la “fruizione” dal “senso”, il “lessico” dalla “semantica”, permeando le relazioni sociali con la peculiare dicotomia, pedagogicamente nociva per lo sviluppo culturale della società, tra le “abilità” e le “esperienze della riflessione”.

Nella contemporaneità, essere edotti sull’evidente contraddizione tra il “pensiero”, generato e sostenuto dal sistema tecnico-economico, e le “applicazioni” è di fondamentale importanza per saper valutare le informazioni che si vogliono gestire e ben progettare le azioni che si intendono intraprendere. Si tratta non di una velleitaria singola life skills, ma di un insieme organico di sotto skills che portano il soggetto a saper svolgere diverse operazioni:
  • la chiarificazione come capacità di vagliare e mettere a fuoco la questione e attribuire ad essa un significato
  • l’analisi come capacità ad articolare la problematicità della questione nei suoi aspetti diversi, analizzandone anche i punti impliciti
  • la valutazione, il saper accertare il valore delle fonti di informazione verificandone l’attendibilità, l’accordo tra esse, la credibilità
  • l’influenza come capacità di ampliare i dati di partenza, tramite inferenze e deduzioni
  • il controllo come abilità nel saper monitorare il ragionamento durante tutto il processo

Capacità di critica e gestione delle tecnologie: la Media Education

L’assenza della capacità di critica – nel campo dell’I. C. T. – si rileva, esemplificando, nella scarsa considerazione delle derive mercantili indotte dall’obsolescenza programmata, quella strategia produttiva che causa la “svalutazione economica di un bene o di uno strumento di produzione derivante dal progresso scientifico e tecnologico che ne fa immettere continuamente sul mercato di nuovi e più sofisticati”. Esercitare la critica, viceversa, vuol dire discernere, distinguere consentendo alla mente di suddividere gli oggetti di pensiero in ricevibili e non-ricevibili, di produrre rappresentazioni attendibili della realtà, di non cedere alla logica che rende precocemente obsoleto ciò che ha un ciclo di vita più esteso [2].
Il ragionamento allude ad una necessità storico-sociale: conciliare le prassi sociali di produzione e consumo (comprese le innovazioni tecniche) con lo sviluppo cognitivo e di personalità individuale e collettiva per definire in modo rigoroso una persona come digital-addicted.
La conoscenza e la capacità di padroneggiare e gestire strumenti tecnologici non è scindibile dalla capacità di veicolare ed interpretare i contenuti che vengono trattati con i diversi media, dai libri (strumenti quest’ultimi ben lontani dallo scomparire, anche perché spesso valido antidoto a certa superficialità mediatica) ai mezzi digitali.
Il potenziale scientifico insito nella riorganizzazione odierna dei sistemi di produzione  e riproduzione della formazioni economico-sociali ha posto le basi allo sviluppo delle reti di telecomunicazione, alla nascita dei circuiti integrati e dei microprocessori, allo sviluppo dei protocolli di comunicazione digitale e, infine, all’avvento di interNET (come infrastruttura di telecomunicazioni) e del WEB (come ragnatela di contenuti digitali legati tra loro attraverso collegamenti ipertestuali), ma non ha innescato contestuali percorsi di “cittadinanza scientifica”.
È così emersa la network societycome forma dominante di organizzazione socio-economica della nostra epoca -, ma ancora tardano ad apparire i “cittadini scientifici” essendo deficitari della consapevolezza necessaria nel distinguere l’alfabetizzazione digitale dell’essere online dal saper usare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informatica (TSI) in ambito lavorativo, comunicativo e nel tempo libero; nell’essere consapevoli di come le TSI possono incentivare la creatività e l’innovazione; nel comprendere le problematiche legate all’efficacia delle informazioni disponibili e dei principi giuridici ed etici che si pongono nell’uso interattivo delle TSI.
La Media Education [3] trova oggi il terreno di intervento nel concorrere alla formazione del “cittadino scientifico” della network society proprio perché l’uso delle TSI deve comportare – evitando “passività”, “alienazione”, “subalternità” -, un’attitudine critica e riflessiva nei confronti delle informazioni disponibili, l’uso responsabile dei mezzi di comunicazione interattivi, un interesse a impegnarsi in comunità e reti con scopi culturali, sociali e/o professionali.
È noto che esiste «una vera e propria funzione attiva o formativa messa in atto dai media sul pubblico, perché, al di là della discordanza tra le teorie degli effetti dei media, non si può dubitare del fatto che essi abbiano la capacità di trasmettere messaggi, fornire modelli di comportamento, mettere in risalto opinioni e valori» [4]; non è altrettanto chiaro che su questa dimensione empirica si debba innestare un’intenzionalità socializzatrice nonché d’istruzione e di coerenti percorsi curricolari didattici, educativa e formativa; non è del tutto condivisa la necessità di  introdurre processi semplici e lineari riassumibili in due cardini: “orizzontalità” e “knowledge experience”.

Media Education, media literacy e pensiero critico

L’attuale tematizzazione culturale e pedagogica della Media Education, a partire dall’uso stesso di questa efficace dizione, si deve a Len Masterman nei primi anni Novanta, collocandosi in una zona di incrocio fra Cultural Studies ed “educazione attiva”, il concetto di “Sistema formativo” e di educazione alla cittadinanza. L’aspetto  più recente della Media Education risiede nella sua identità epistemologica che tiene insieme l’alfabetizzazione (media litercy) e il “pensiero critico”, l’educazione dei soggetti come fruitori e come produttori di messaggi, la multimedialità come ricombinazione degli elementi della dimensione extragenetica, artificiale, culturale della condizione umana, come “attualità antropologica” che incorpora una strategia didattica pervasiva dove i media di longeva configurazione e nuova generazione interagiscono nei processi di socializzazione e, precipuamente, d’insegnamento e apprendimento [5].
Conseguentemente, l’orizzonte della Media Education non è riducibile al solo fare qualche “buona esperienza” utilizzando una certa strumentazione tecnologia, ma a come l’organizzazione sociale e le istituzione delegate alla formazione sono in grado di assumere i media come parte integrante della propria fisiologia d’inclusione sociale e di metodologie apprenditive, investendo risorse e competenze per migliorare la formazione nelle conoscenze e nelle competenze di cui la scuola ha la prerogativa pedagogica [6]. La Pedagogia della Media Education mette in evidenza la necessità di uscire dal paradigma difensivista, tipico di una cultura che vedeva nei media soprattutto i caratteri dell’aggressione culturale. La Media Education [7] oggi si propone come strategia di empowerment, di emancipazione culturale, persino di uscita dalla subalternità d’una gerarchia sociale cristallizzata.

La Media Education e l’oligarchia delle produzioni digitali

Ancor più efficace il ruolo della Media Education risalta quando si osservano fenomeni costitutivi d’una nuova e potente oligarchia planetaria delle produzioni digitali [8]. InterNET ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. La Media Education propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano l’immaginario umano a fini di profitto economico e di controllo sociale. Può mettere in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, ansie e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare forme di dominio, discriminazioni, esclusione scoiale. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione di beni e servizi Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione personale e collettiva per istituire nei luoghi ordinari della vita varchi di liberazione dall’ignoranza.
Ripercorrendo la micro-fisica dei processi innescati dai dispositivi digitali che mediano l’attività lavorativa – smartphone, piattaforme, sistemi gestionali, registri elettronici – si esplorano alcune metamorfosi radicali che, mentre rovesciano il rapporto millenario tra gli umani e i loro strumenti, sconvolgono ciò che fino a ieri è stato chiamato familiarmente chiamato “lavoro”. Alcuni territori chiave – la digitalizzazione della scuola, della professione medica, dei servizi, dei trasporti condivisi, dei grandi studi legali e delle banche – assunti come analizzatori, raccontano l’impatto trasformativo delle nuove tecnologie e il disorientamento dei lavoratori. Ma, nello stesso tempo, fanno emergere le linee su cui questo processo procede: la cattura degli atti, la dittatura dei dati, il trionfo della quantità e le narrazioni sostitutive con cui esso si racconta. Eventi di stringente attualità.
Proprio riflettendo su queste tendenze che velocemente attraversano la condizione umana fino al punto di chiamare in causa il singolo, infine, la Media Education può intervenire con efficacia per contrastare quattro pericolose tendenze generali – l’autismo digitale, l’obesità tecnologica, l’ethos della quantità, lo smarrimento dei limiti – e si chiede se non sia forse giunto il momento, dopo le ambigue interpretazioni del Novecento, di cominciare a distinguere il progresso sociale dal progresso tecnologico [9].

Note
[1]  Cfr. Understanding Media: The Extensions of Man, 1964.
[2] Cfr. A. Maestri, F. Gavatorta, Content evolution. La nuova era del marketing digitale, FrancoAngeli Edizioni, 2015.
[3] La Media Education è un’attività, educativa e didattica, finalizzata a sviluppare una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici, in grado di orientare verso l’uso consapevole dei media e dei dispositivi tipici dell’Information and Communications Technology.
[4] Rif. a D. Felini, Pedagogia dei media, Questioni, percorsi e sviluppi, Editrice La Scuola, Brescia, 2004.
[5] Cfr. a cura di R. Farné, Le buone pratiche di Media Education nella scuola dell’obbligoUna ricerca empirica in Emilia-Romagna, 2010; reperibile al link: http://www.corecomragazziemiliaromagna.it/pdf/media_education.pdf
[6]Op. cit.  Le buone pratiche di Media Education
[7] Rif. J. Gonnet, Educazione, formazione e media, Armando, Roma, 2001. P.C. Rivoltella, Media education. Modelli, esperienze, profilo disciplinare, Carocci, Roma, 2001. D. Buckingham, 2006, Media education. Alfabetizzazione, apprendimento e cultura contemporanea, Erikson, Trento, 2006.
[8]Approfondite analisi su questi temi sono contenute in R. Curcio, L’IMPERO VIRTUALE – COLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO E CONTROLLO SOCIALE, Sensibili alle foglie, 2015; a cura di R. Curcio, L’EGEMONIA DIGITALE – L’IMPATTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE NEL MONDO DEL LAVORO, Sensibili alle foglie, 2016; R. Curcio, LA SOCIETÀ ARTIFICIALE – MITI E DERIVE DELL’IMPERO VIRTUALE, Sensibili alle foglie, 2017.
[9] Cfr. opere citate in nota 8.
Fonte: 
AGENDA DIGITALE

venerdì 3 novembre 2017

A Cattolica torna la rassegna "Che cosa fanno oggi i filosofi ?"

Dal 5 Novembre 2017 al 4 Febbraio 2018 tornano gli incontri domenicali con studiosi che si interrogano sul tema scelto per quest'edizione: l'educazione

Dettagli dell'evento:

Quando dal 05/11/2017 alle 00:00 al 04/02/2018 alle 00:00

Dove Cattolica, Biblioteca comunale, Galleria

Recapito telefonico per contatti 0541 966603

Domenica 5 novembre alle 17, nella Galleria della Biblioteca comunale di Cattolica, lo storico Emilio Gentile, professore emerito dell'Università di Roma La Sapienza, terrà una conferenza dal titolo "Un'educazione senza storia?".
Inizia così il nuovo ciclo della rassegna "Che cosa fanno oggi i filosofi?" che sotto gli auspici di Umberto Eco ha avuto luogo per la prima volta nel lontano 1980.
Promossa dal Comune e organizzata dalla Biblioteca comunale di Cattolica, anche la nuova serie della rassegna è stata affidata allo storico ideatore, Marcello Di Bella, che ha proposto come tema l'educazione.

 Il programma

NOVEMBRE 2017
Domenica 5 novembre
EMILIO GENTILE, Professore emerito, Università di Roma La Sapienza
Un'educazione senza storia?


Domenica 12 novembre
MARIA PIA VELADIANO, Preside e scrittrice
Che cosa significa insegnare


Domenica 19 novembre
VALERIA DELLA VALLE, Professore di Linguistica, Università di Roma La Sapienza
Prima la parola


Domenica 26 novembre
ELENA CATTANEO, Professore di Farmacologia Università di Milano e Senatore a vita
Cosa significa conoscere scientificamente [Come conoscere le nostre cellule e smascherare i millantatori]



GENNAIO 2018
Domenica 7 gennaio 2018
DIEGO FUSARO, Docente di Storia della Filosofia Università San Raffaele Milano
Pedagogia unica? Critica del pedagogicamente corretto


Domenica 14 gennaio
FEDERICO CONDELLO, Professore di Letteratura Greca, Università di Bologna
Istruzione umanistica, istruzione classica: un capitale simbolico e il suo destino


Domenica 21 gennaio
MARCO GALLIZIOLI, Docente di Storia delle religioni
Il sacro può essere insegnato?


Domenica 28 gennaio
CARLO TOFFALORI, Professore di Logica Matematica nella Università di Camerino
Calculemus


FEBBRAIO 2018
Domenica 4 febbraio
REMO BODEI, Professore di Filosofia, Università of California, Los Angeles
Estetica


Ogni incontro prevede la proiezione di un breve estratto scelto tra i più rilevanti dall'archivio filosofico video della Biblioteca, pertinente per analogia o differenza.
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Cartolina

mercoledì 26 aprile 2017

Salone internazionale del libro - 2017 - Torino

 

IL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO

L'appuntamento con il Salone Internazionale del Libro di Torino si rinnova ogni anno a maggio nei quattro padiglioni di Lingotto Fiere. Un capolavoro di architettura industriale, il comprensorio del celebre stabilimento Fiat con la rampa elicoidale e la pista sul tetto. Disegnato fra il 1915 e il 1922 e ammirato da Le Corbusier, dal 1985 il complesso è stato trasformato da Renzo Piano in centro espositivo, congressuale e commerciale.
Il Salone è promosso dalla Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura presieduta da Mario Montalcini. Direttore Editoriale dal 1998 al 2016 è stato Ernesto Ferrero. Dal 14 ottobre 2016 è Nicola Lagioia.
Dai 100.000 passaggi dichiarati e 553 espositori della prima edizione nel 1988, il Salone è cresciuto fino ai 127.596 visitatori e i 1.000 espositori attuali.
Una forza fondata su quattro diverse identità in equilibrio fra loro. Il Salone di Torino è al tempo stesso la più grande libreria italiana del mondo, un prestigioso festival culturale, un essenziale punto di riferimento internazionale per gli operatori professionali del libro e un importante progetto educational dedicato alla promozione del libro e della lettura presso i giovani lettori.
Tutti elementi che, da sempre, gli permettono di affrontare con entusiasmo qualunque sfida all'insegna dell'innovazione e del cambiamento.

sabato 11 febbraio 2017

I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista

Dopo Teramo, Roma e Bolzano è esposta a Chieti la mostra “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista” realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo e curata dalla ricercatrice dell’Ateneo di Teramo Annacarla Valeriano e dallo storico Costantino Di Sante.

La mostra, promossa dall’associazione Chieti Nuova 3, si terrà nella sede del Liceo Classico “G.B. Vico” e sarà aperta al pubblico dal 2 al 19 febbraio dal martedì a domenica dalle 10.30 alle 12.30 e da martedì a venerdì anche dalle 17 alle 19.
La mostra foto-documentaria sarà inaugurata alla presenza dei curatori il 2 febbraio alle ore 17.30. Interverranno il preside del Liceo Classico “G.B. Vico” Paola Di Renzo, il direttore dell’Archivio di stato di Chieti Antonello De Berardinis e gli studenti del Liceo Classico.
L’idea di realizzare una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.
Ci è sembrato importante”, spiegano i curatori della mostra, “raccontare le storie di queste donne a partire dai loro volti, dalle loro espressioni, dai loro sguardi in cui sembrano quasi annullarsi le smemoratezze e le rimozioni che le hanno relegate in una dimensione di silenzio e oblio. Alle immagini sono state affiancate le parole: quelle dei medici, che ne rappresentarono anomalie ed esuberanze, ma anche le parole lasciate dalle stesse protagoniste dell’esperienza di internamento nelle lettere che scrissero a casa e che, censurate, sono rimaste nelle cartelle cliniche”.
È possibile prenotare visite guidate per studenti ai numeri 347 4521937 e 338 1734161.
I volti e le espressioni di donne internate in manicomio durante il regime, restituiti allo sguardo del visitatore da efficaci fotografie, condividono la sorte della condanna morale con il titolo dell’omonima opera di Baudelaire.
All’ingresso della sala ci accoglie “La geografia dei manicomi”, una cartina dell’Italia che traccia la presenza di tutte le strutture, sessantacinque manicomi distribuiti in diciassette regioni. La mostra è divulgativa e chiara, le testimonianze immediate. Occupa il primo piano, con una zona più ampia destinata alle foto e ai documenti cartacei originali, e una più piccola, delimitata da un cartongesso divisorio, che accoglie pannelli e locandine. Lo spazio è raccolto, l’esposizione è armonica nei colori. Nonostante i medico-tecnicismi dell’epoca, restituisce il senso, risignifica, costruisce una narrazione con l’osservatore. Il taglio è differente rispetto agli spazi che solitamente sono dedicati alle vite che hanno popolato le istituzioni totali. Più che le pratiche di internamento, è il clima di repressione che conduce all’internamento a essere co-protagonista dei volti. Sulla stessa tela confluiscono il volto dell’alienata e la sua cartella medica, uno stralcio di suo scritto al quale è accompagnata una traduzione in digitale per favorirne la comprensione, la diagnosi del medico, le informazioni cliniche, lettere di familiari o amati. Un amaro sorriso compare sulla bocca quando sui diari clinici si leggono i sintomi concausa delle diagnosi: loquace, incoerente, erotica, capricciosa, eccitata, indocile, impulsiva, petulante, piacente, rossa in viso, dedita all’ozio.
Dalla parte opposta della sala si ritrovano i manifesti della donna “pro familia” e degli almanacchi della massaia fascista, così da non destare dubbio che quelli elencati potessero essere sintomi sufficienti. Ci sono testi che danno modo di orientarsi nel contesto storico, nel quadro normativo in materia di leggi razziali e di condotte morali. Le vicende delle internate si svolgono tutte in Abruzzo, nell’Ospedale psichiatrico di Teramo che nacque nel 1323 e inaugurò la sezione psichiatrica nel 1881. Ha chiuso il 31 marzo del 1998 per effetto della legge Basaglia. Si stima che in questo periodo siano passati per questo manicomio circa ventiduemila “folli”, con un picco durante il ventennio fascista, periodo in cui, tra i direttori, ritroviamo anche Marco Levi Bianchini, fondatore della Società Italiana di Psicoanalisi.
Questa è la storia di donne che non sono riuscite ad adattare il loro animo alla remissività e alla pubblica esaltazione della funzione riproduttiva, come volevano gli slogan fascisti. Donne che uscivano la sera, destando pubblico scandalo, ritenute anaffettive con i figli e disinteressate alla famiglia. Donne che, dopo i conflitti bellici, hanno vissuto una repulsione per ogni attività che aveva caratterizzato in modo perpetuo la loro esistenza. In gran parte massaie, casalinghe, nate e cresciute in piccoli paesi e comuni, alcune con volti di bambine, un’età compresa tra i dodici e sessanta anni, anche se non sono mancati casi di bambine con soli due anni di vita. C’è Paolina, venti anni, povera, rinchiusa per “immoralità costituzionale”; Crocifissa G., trent’anni, casalinga, rinchiusa nel 1905; Adelaide D., che raggiunge la sorella in manicomio per il morso di un gatto nero; Chiara D., zingara e anche strega. Molte di queste donne hanno scritto lettere, grida mai giunte a destinazione, che ritroviamo allegate alle cartelle cliniche, sequestrate dalla direzione medica a scopo diagnostico (lettere e cartelle cliniche si possono ritrovare sul sito della Fondazione della Università di Teramo).
Come ha scritto una di queste donne, Haidè B., quarantacinque anni, casalinga e una diagnosi di “psicosi isterica”, «come naufrago che in una tempesta si appiglia alla prima tavola che gli capita davanti, così io immersa nelle barbarie inaudite, sono costretta a chiedere aiuto».Voci che rimarranno inascoltate fino a quando la riforma Basaglia non porrà fine alla barbarie inaudita dei manicomi civili. Si esce alla luce del giorno e ripercorrendo le scale che portano al lungo fiume si ha la sensazione di un conflitto continuo che sottende gli “eserciti della morale”, che non ha conosciuto armistizi di pace, neanche a guerra finita.
Approfondimenti e video

martedì 10 gennaio 2017

Zygmunt Bauman, un pensiero errante nel flusso della società

È morto a Leeds, all’età di 91 anni, il sociologo e filosofo polacco. Sorridente, con il vezzo incessante di usare l’amata pipa per dare ritmo alle parole delle quali non era avaro. Da ieri, lo sbuffo di fumo che accompagnava le conversazioni di Zygmunt Bauman non offuscherà più il suo volto. La sua morte è arrivata come un colpo in pancia, inaspettata, anche le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi. E subito è stato apostrofato nei siti Internet come il teorico della società liquida, una tag che accoglieva con divertimento, segno di una realtà mediatica tendente alla semplificazione massima contro la quale invocava un rigore intellettuale da intellettuale del Novecento.

Spesso si inalberava. «Di liquido mi piace solo alcune cose che bevo», aveva affermato una volta, infastidito del suo accostamento ai teorici postmoderni o ai sociologi delle «piccole cose». La sua modernità liquida era una rappresentazione di una tendenza in atto, non una «legge» astorica che vale per l’eternità a venire. Per questo, rifiutava ogni lettura apocalittica del presente a favore di un lavoro certosino di aggiungere tassello su tassello a un puzzle sul presente, che avvertiva non sarebbe stato certamente lui a concludere. Bauman, infatti, puntava con disinvoltura a non far cadere nel fango la convinzione di poter pensare la società non come una sommatoria di frammenti o di sistemi autoreferenziali, come invece sostenevano gli eredi di Talcott Parson, studioso statunitense letto e anche conosciuto personalmente da Bauman a Varsavia nel pieno della guerra fredda.
OGNI VOLTA CHE PRENDEVA la parola in pubblico Bauman faceva sfoggio di quella attitudine alla chiarezza che aveva, non senza fatica, come ha più volte ricordato nelle sue interviste, acquisito negli anni di apprendistato alla docenza svolto nell’Università di Varsavia. Parlava alternando citazioni dei «grandi vecchi» della sociologia a frasi tratte dalle pubblicità, rubriche di giornali. Mettere insieme cultura accademica e cultura «popolare» era indispensabile per restituire quella dissoluzione della «modernità solida» sostituita da una «modernità liquida» dove non c’era punto di equilibrio e dove tutto l’ordine sociale, economico, culturale, politico del Novecento si era liquefatto alimentando un flusso continuo di credenze e immaginari collettivi che lo Stato nazionale non riusciva a indirizzarlo più in una direzione invece che in un’altra.
E teorico della società liquida Bauman è stato dunque qualificato. Un esito certo inatteso per un sociologo che rifiutava di essere accomunato a questa o quella «scuola», senza però rinunciare a considerare Antonio Gramsci e Italo Calvino due stelle polari della sua «erranza» nel secolo, il Novecento, delle promesse non mantenute.
Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia ebrea assimilata, aveva dovuto lasciare il suo paese la prima volta all’arrivo delle truppe naziste a Varsavia. Era approdato in Unione Sovietica, entrando nell’esercito della Polonia libera.
 
FINITA LA GUERRA, la prima scelta da fare: rimanere nell’esercito oppure riprendere gli studi interrotti bruscamente. Bauman fa suo il consiglio di un decano della sociologia polacca, Staninslaw Ossowski, e completa gli studi, arrivando in cattedra molto giovane. E nelle aule universitarie si manifesta il rapporto fatto di adesione e dissenso rispetto al nuovo potere socialista. Bauman era stato convinto che una buona società poteva essere costruita sulle macerie di quella vecchia. A Varsavia, la facoltà di sociologia era però un’isola a parte. Così le aule universitarie potevano ospitare teorici non certo amati dal regime. Talcott Parson fu uno di questi, ma a Varsavia arrivano anche libri eterodossi. Emile Durkheim, Theodor Adorno, Georg Simmel, Max Weber, Jean-Paul Sartre, Italo Calvino, Antonio Gramsci (questi due letti da Bauman in lingua originale). Quando le strade di Varsavia, Cracovia vedono manifestare un atipico movimento studentesco, Bauman prende la parola per appoggiarli.
È ORMAI UN NOME noto nell’Università polacca. Ha pubblicato un libro, tradotto con il titolo in perfetto stile sovietico Lineamenti di una sociologia marxista, acuta analisi del passaggio della società polacca da società contadina a società industriale, dove sono messi a fuoco i cambiamenti avvenuti negli anni Cinquanta e Sessanta. La secolarizzazione della vita pubblica, la crisi della famiglia patriarcale, la perdita di influenza della chiesa cattolica nell’orientare comportamenti privati e collettivi. Infine, l’assenza di una convinta adesione della classe operaia al regime socialista, elemento quest’ultimo certamente non salutato positivamente dal regime Ma quando, tra il 1968 e il 1970, il potere usa le armi dell’antisemitismo, la sua accorta critica diviene dissenso pieno. Gran parte degli ebrei polacchi era stata massacrata nei lager nazisti. Per Bauman, quel «mai più» gridato dagli ebrei superstiti non si limitava solo alla Shoah ma a qualsiasi forma di antisemitismo. La scelta fu di lasciare il paese per il Regno Unito.
Il primo periodo inglese fu per Bauman una resa dei conti teorici con il suo «marxismo sovietico». L’università di Leeds gli ha assicurato l’autonomia economica; Anthony Giddens, astro nascente della sociologia inglese, lo invita a superare la sua «timidezza». È in quel periodo che Bauman manda alle stampe un libro, Memorie di classe (Einaudi), dove prende le distanze dall’’idea marxiana del proletariato come soggetto della trasformazione. E se Gramsci lo aveva usato per criticare il potere socialista, Edward Thompson è lo storico buono per confutare l’idea che sia il partito-avanguardia il medium per instillare la coscienza di classe in una realtà dove predomina la tendenza a perseguire effimeri vantaggi.
TOCCA POI ALL’IDENTITÀ ebraica divenire oggetto di studio, lui che ebreo era per nascita senza seguire nessun precetto. La sua compagna era una sopravvissuta dei lager nazisti. E diviene la sua compagna di viaggio in quella sofferta stesura di Modernità e Olocausto (Il Mulino). Anche qui si respira l’aria della grande sociologia. C’è il Max Weber sul ruolo performativo della burocrazia, ma anche l’Adorno e il Max Horkheimer di Dialettica dell’illuminismo. La shoah scrive Bauman è un prodotto della modernità; è il suo lato oscuro, perché la pianificazione razionale dello sterminio ha usato tutti gli strumenti sviluppati a partire dalla convinzione che tutto può essere catalogato, massificato e governato secondo un progetto razionale di efficienza. Un libro questo, molto amato dalle diaspore ebraiche, ma letto con una punta di sospetto in Israele, paese dove Bauman vive per alcuni anni.
CAMMINARE NELLA CASA di Bauman era un continuo slalom tra pile di libri. Stila schede su saggi (Castoriadis e Hans Jonas sono nomi ricorrenti nei libri che scrive tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Novecento) e romanzi (oltre a Calvino, amava George Perec e il Musil dell’Uomo senza qualità). Compagna di viaggio, come sempre l’amata Janina, morta alcuni anni fa. Manda alle stampe un saggio sulla globalizzazione che suona come un atto di accusa verso l’ideologia del libero mercato. E forte è il confronto, in questo saggio, con il libro di Ulrich Beck sulla «società del rischio», considerata da Bauman un’espressione che coglie solo un aspetto di quella liquefazione delle istituzioni del vivere associato. La famiglia, i partiti, la chiesa, la scuola, lo stato sono stati definitavamente corrosi dallo sviluppo capitalistico. Cambia lo «stare in società». Tutto è reso liquido. E se il Novecento aveva tradito le promesse di buona società, il nuovo millennio non vede quella crescita di benessere per tutti gli abitanti del pianeta promessa dalle teste d’uovo del neoliberismo. La globalizzazione e la società liquida producono esclusione. L’unica fabbrica che non conosce crisi è La fabbrica degli scarti umani (Laterza), scrive in un crepuscolare saggio dopo la crisi del 2008.
SONO GLI ANNI dove l’amore è liquido, la scuola è liquida, tutto è liquido. Bauman sorride sulla banalizzazione che la stampa alimenta. E quel che è un processo inquietante da studiare attentamente viene ridotto quasi a chiacchiera da caffè. Scrolla le spalle l’ormai maturo Bauman. Continua a interrogarsi su cosa significhi la costruzione di identità patchwork (Intervista sull’identità, Laterza), costellata da stili di vita mutati sull’onda delle mode. Prova a spiegare cosa significhi l’eclissi del motto «finché morte non ci separi», vedendo nel rutilante cambiamento di partner l’eclissi dell’uomo (e donna) pubblico. La sua critica al capitalismo è agita dall’analisi del consumo, unico rito collettivo che continua a dare forma al vivere associato.
È MOLTO AMATO dai teorici cattolici per il suo richiamo all’ethos, mentre la sinistra lo considera troppo poco attento alle condizioni materiali per apprezzarlo. Eppure le ultime navigazioni di Bauman nel web restituiscono un autore che mette a fuoco come la dimensione della precarietà, della paura siano forti dispositivi di gestione del potere costituito, che ha nella Rete un sorprendente strumento per una sorveglianza capillare di comportamenti, stili di vita, che vengono assemblati in quanto dati per alimentare il rito del consumo.
BAUMAN NON AMAVA considerarsi un intellettuale impegnato. Guardava con curiosità i movimenti sociali, anche se la sua difesa del welfare state è sempre stata appassionata («la migliore forma di governo della società che gli uomini sono riusciti a rendere operativa»). Nelle conversazioni avute con chi scrive, parlava con amarezza degli opinion makers, novelli apprendisti stregoni dell’opinione pubblica, ma richiamava la dimensione etica e politica dell’intelelttuale specifico di Michel Foucault, l’unico modo politico per pensare la società senza cade in una arida tassonomia delle lamentazioni sulle cose che non vanno.
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Osservare e raccontare le principali dinamiche sociali dell’ultimo mezzo secolo ha portato Zygmunt Bauman all’elaborazione di un pensiero organico sull’epoca in cui stiamo vivendo. E probabilmente il suo pensiero è il più lucido e valido a cui possiamo affidarci oggi. Nato in Polonia nel secondo decennio del Novecento da una famiglia di origini ebree, Bauman ha assistito all’occupazione nazista del suo Paese ed è fuggito in territorio sovietico, dove si è arruolato per opporsi al dominio tedesco. Al termine della guerra, ha studiato sociologia e ha cominciato ad occuparsi di sociologia del lavoro, di socialismo e delle relazioni tra pensiero moderno e Olocausto (Modernità e Olocausto, 1992). Inizialmente di impostazione marxista, Bauman si è avvicinato progressivamente alle posizioni gramsciane e ha così cominciato a pubblicare i suoi studi su riviste destinate a un pubblico vasto, di certo non specialistico, per contribuire alla formazione di una cultura compartecipata e aperta alle masse. Nel corso degli anni si è occupato anche di negazionismo e ci ha messo in guardia contro il pericolo dell’autoassoluzione e della rimozione delle responsabilità storiche che hanno portato all’eccidio del popolo ebraico – e, si potrebbe aggiungere, a tutti gli eccidi degli ultimi due secoli.
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La «società liquida». È soprattutto a partire dagli anni Novanta, tuttavia, che Bauman intravede quei processi di trasformazione che si sono pienamente sviluppati negli ultimi decenni. In quel periodo lo studioso si accinge a descrivere e a spiegare ciò che nota, mettendo i suoi contemporanei davanti allo specchio senza ombre di un’analisi acuta. Nel 1995 pubblica Life in Fragments. Essays in Postmodern Morality, nel 2000 Liquid modernity (Modernità liquida, Laterza, 2002), nel 2005 Liquid life (Vita liquida, Laterza). Insieme al nuovo millennio nasce l’espressione “società liquida”, che Bauman conia per usarla in opposizione alla “società solida”, dotata di ideologie di riferimento, e caratterizzante la modernità novecentesca. Il postmoderno, l’epoca degli anni zero, è invece un tempo senza gerarchie, un tempo “mobile” e incerto, in cui i legami tra gli esseri umani sono diventati labili (Liquid love è il titolo di un altro saggio del sociologo). Nella società liquida l’individuo non è più un “produttore”, bensì un “consumatore”. Non sogna più di possedere quanto è necessario per la sua esistenza, ma vuole avere il superfluo, poiché gli status symbol sono diventati essenziali per l’accettazione sociale. I saggi del ’95 e del 2000, a cui si potrebbe aggiungere anche Globalization. The human consequences (Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone), uscito nel 1998, costituiscono le pietre angolari della sociologia contemporanea e continuano ad essere validi anche oggi. La grandezza di Zygmunt Bauman è espressa dalla sua capacità di rendere consapevole il prossimo di ciò che sta vivendo.
La vita online e offline. Il 18 e il 19 settembre è stato ospite del Festival Filosofia, una kermesse itinerante che si svolge in Emilia Romagna, da Carpi a Sassuolo. Insieme a lui è intervenuto anche Ezio Mauro, direttore di la Repubblica, con il quale Bauman ha scritto a quattro mani Babel, di recentissima pubblicazione. Il soggetto messo a fuoco all’evento emiliano è quello degli effetti del mondo virtuale sul mondo reale, sull’educazione e sulle relazioni tra persone. Nel corso del suo intervento, Bauman ha parlato di due “quartieri”, quello fisico in cui risiediamo, e quello online, a cui accediamo tramite Internet. Nel primo siamo sottoposti a una serie di condizioni che ci è impossibile cambiare e a una serie di regole (di convivenza civile) da cui non si può sfuggire. Nel secondo, invece, siamo noi a dettare le regole. La rete virtuale è un sistema che controlliamo interamente: decidiamo con chi tenerci in contatto, chi annettere ai nostri “Amici”, chi cancellare dalla lista. Non possiamo fare lo stesso con i vicini che abitano alla porta accanto. La loro presenza non dipende da una selezione del mouse. La realtà, dunque, tende ad essere avvertita dall’uomo internauta come una dimensione impositiva che sfugge a qualsiasi tipo di controllo. Al contrario, la virtualità della rete è completamente controllabile, dunque gratificante e piacevole. Freud avrebbe parlato di opposizione del principio di realtà al principio del piacere. Ma ciò che in psicoanalisi si definisce trasgressione (reale) alle regole di vita sociale e familiare, in sociologia è diventato, al suo stadio più grave, alienazione. Bauman afferma: «Tutti noi senza eccezione viviamo adesso, a intermittenza ma assai spesso simultaneamente, in due universi: online e offline». Ciò ci conduce all’interno di un labirinto di specchi, in cui la nostra immagine ci viene restituita moltiplicata e deformata. La doppia esistenza che conduciamo influisce sulla nostra identità, su ciò che decidiamo di privilegiare, il profilo di un account social o l’aspetto con cui ci presentiamo alle altre persone. La scissione della vita in due luoghi, di cui uno è tangibile, mentre l’altro è meglio definito come “non-luogo”, è lesiva nei confronti della formazione di identità forti.

Identità, morale, società. La debole definizione delle identità personali, un processo che avviene attraverso l’auto-riconoscimento e il confronti con l’altro, conduce, a sua volta, alla disgregazione della società, per come la conoscevamo, vale a dire, la società intesa come aggregazione di individui consapevoli di lavorare e collaborare per il benessere comune e il mantenimento dell’ordine. Per spiegare meglio quest’ultimo passaggio, occorre rifarsi a ciò che Bauman intende con “morale” – e che ha rielaborato a partire da altri filosofi: la morale è l’impulso ad essere per l’altro, a darsi all’altro qualsiasi sia il comportamento da questi tenuto. Un atto morale, per essere tale, implica però la presenza di un “io” che decide autonomamente di affidare il controllo ad un “tu”, che in ultima analisi coincide con la società intera – essendo la società un “Tu” plurale con cui ogni soggetto entra in contatto. Perciò, se manca un “io”, manca anche l’atto morale, e con esso una società in grado di agire a favore degli individui che la compongono.
Favorire l’interdipendenza (reale). Il venir meno dell’identità impedisce anche di andare incontro all’altro non come a una persona dramatis, cioè come a una maschera, ma come a un volto, a un’altra identità. E questo aspetto è riscontrabile nell’atteggiamento di alcuni soggetti e di interi Stati nei confronti dei migranti. L’intervento di Zygmunt Bauman a Modena (18 settembre, con Ezio Mauro) e a Carpi (19 settembre) può essere idealmente integrato da un’intervista cronologicamente anteriore e rilasciata a Antonello Guerrera, per la Repubblica. Bauman aveva espresso la sua opinione in merito al dramma dei migranti e aveva osservato che l’unico modo possibile per uscire dall’emergenza sarebbe stato quello di raggiungere l’«interdipendenza», a livello europeo, ma non solo: «Trovare vere soluzioni ai problemi reali». Ora, l’“interdipendenza” di cui si parla è, ovviamente, una interconnessione reale e tangibile, non quella della rete online. Anzi, per raggiungere una vera interdipendenza tra popoli, o una «fusione degli orizzonti», come direbbe Bauman, occorre che l’individuo si riappropri del posto che gli spetta all’interno del suo quartiere cittadino, uscendo pertanto da quello virtuale. Bauman sembra volere sfruttare le dinamiche di interdipendenza del web, per applicarle tuttavia come “medicina” alle fratture del mondo moderno. Bisogna perciò uscire dalla «prigione del benessere» e rinunciare alla finta sicurezza della dimensione virtuale, per ritrovare il vero dialogo.
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sabato 8 ottobre 2016

Convegno internazionale su DECISION MAKING

Decision Making in Economic and Social Sciences between traditions and innovations

Si terrà dal 13 al 16 Ottobre 2016 a Resita (Romania) il Convegno internazionale su "Decision Making in Economic and Social Sciences between traditions and innovations" - ("Decisioni in economia e nelle scienze sociali fra tradizione e innovazione"), organizzato dall'Università di Resita (Romania), insieme all’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e dalla Mathesis, Società Italiana di Scienze Matematiche e Fisiche.
Ci sarà una vasta partecipazione come relatori di Docenti di Università italiane, romene e della Repubblica Ceca, oltre a Docenti della Mathesis. La Mathesis è soggetto qualificato per la formazione del personale della scuola ai sensi del DM n. 177/2000 e della Direttiva n. 90 del 2003, come risulta dal D.M. del 26 luglio 2007. Ai sensi della Nota MIUR -Direzione Generale del Personale della Scuola Prot. n. 0003096 del 02/02/2016 “le iniziative formative promosse da soggetti definitivamente accreditati come enti di formazione da parte del MIUR ai sensi della Direttiva 90/2003 sono riconosciute dall'Amministrazione Scolastica e quindi non necessitano di specifico esonero. Le stesse considerazioni valgono per ciascuna delle due Università di Resita (Romania) e di Chieti-Pescara. 
Il Convegno si propone di fare il punto sui modelli decisionali in ambito economico e sociale e di confrontare le culture e le tradizioni di Romania, Italia e Repubblica Ceca. Una particolare attenzione sarà rivolta alle decisioni in ambito scolastico, ad aspetti pedagogicie al recupero / valorizzazione delle tradizioni, viste come espressione della cultura dei popoli e punto di partenza per ogni processo innovatore. La parola chiave "decisione" è stata utilizzata per esprimere la volontà non solo di studiare e approfondire i vari aspetti culturali, economici, sociali ed educativi, ma anche di formulare proposte concrete per l'innovazione nel rispetto delle caratteristiche di ogni popolo. 
Il pomeriggio del 13 Ottobre sarà dedicato alla accoglienza dei partecipanti, alla reciproca conoscenza dei gruppi dei tre paesi e alla presentazione di particolari aspetti culturali e sociali. La mattina del 14 Ottobre vedrà la presenza delle autorità accademiche e scolastiche, ci sarà la presentazione di conferenze generali legate alle tematiche della pianificazione e delle decisioni nelle Scienze sociali, delle attuali problematiche economiche e del valore delle tradizioni. Seguiranno nel pomeriggio del 14 Ottobre numerosi interventi che riguarderanno le varie problematiche della società, della scuola, del welfare, e molte altre. La giornata del 15 Ottobre, mattina e pomeriggio, sarà dedicata alla scoperta delle tradizioni popolare romene, al loro confronto con quelle italiane, allo studio dell’ambiente e del territorio, anche con visite guidate nel territorio dell’Università ospitante. Coordinatori del Convegno sono la Professoressa Cristina Ispas, Docente di Pedagogia dell’Università di Resita, il Professore Gabriele Di Francesco, Presidente del corso di laurea in Servizio sociale dell’Università di Chieti-Pescara, e il professore Antonio Maturo, in rappresentanza della Mathesis (Società Italiana di Scienze Matematiche e Fisiche dal 1985), Ente nazionale di formazione degli insegnanti. I risultati attesi sono la formazione a livello europeo degli insegnanti dei vari ordini di scuola, la messa a punto dello stato dell’arte sui processi decisionali in atto nel sociale ed i recenti trend. Il focus del Convegno verte sul tema delle decisioni nelle scienze sociali, tema interdisciplinare per tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado, per il cui profilo professionale sono rilevanti il problema delle decisioni nell’organizzazione della classe e dei collegi deliberanti, delle decisioni nella valutazione, nella progettazione, nelle strategie didattiche, e la conoscenza delle varie esperienze in ambito nazionale e internazionale.
Il tema delle decisioni viene illustrato in modo interdisciplinare da relatori di diverse aree scientifiche in un confronto di esperienze europee, con la partecipazione come relatori del Convegno di esperti di diverse nazioni.

sabato 1 ottobre 2016

Alta formazione, tante contraddizioni


L’Università tra apocalittici e integrati

di Massimo Carlo Giannini

Un recente articolo di Sergio Rizzo ha puntato l’indice contro il familismo che alligna nell’Università italiana, facendo alcuni esempi impressionanti di figli, mogli e mariti che lavorano nei medesimi Dipartimenti. La denuncia nasce da alcune frasi di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anti-corruzione, circa i numerosi esposti sui concorsi universitari e il fatto che la fuga dei cervelli sarebbe legata alla chiusura dell’Università al merito. Il medesimo “Corriere della Sera” pubblica anche l’intervista a Roberta d’Alessandro, una studiosa italiana che insegna a Leida e racconta la sua esperienza di emigrazione accademica. La questione è stata poi ripresa da altri quotidiani in un fuoco di fila di denunce e racconti di casi personali, di fronte ai quali è facile cadere nella consueta disputa tra favorevoli e contrari, puntualmente manifestatasi nei social network. Da un lato, coloro i quali condannano la decadenza dell’Università italiana, sentina di ogni vizio nazionale, a cominciare dal familismo dei “baroni”. Dall’altro, coloro i quali affermano che si tratta di un attacco ingiusto, frutto di un complotto per screditare l’Università, e che il vero problema risiede nel sotto-finanziamento della ricerca.

I meccanismi della comunicazione, come è noto, giocano su sentimenti elementari: empatia o indignazione. In questa contesa tra apocalittici e integrati, per rubare la celebre definizione coniata da Umberto Eco, si rischia, però, di perdere di vista alcuni elementi importanti e di non compiere alcuna analisi costruttiva. In primo luogo, è sotto gli occhi di tutti il sostanziale fallimento della legge Gelmini di riforma dell’Università, varata nel 2010, che, lungi dall’abbattere il potere dei “baroni”, lo ha ampliato e cristallizzato. La legge prevede il divieto di assumere coniugi e parenti nel medesimo Dipartimento universitario. Ma è davvero questo il principale problema? Secondo i dati forniti da Giuseppe De Nicolao sul sito Roars parrebbe di no. Il vero guaio è che la legge Gelmini non solo ha chiuso le porte della stalla quando i buoi erano fuggiti, ma ha consentito (casualmente?) che la scelta dei docenti fosse demandata, in pratica, all’arbitrio di rettori e direttori di Dipartimento. Questi agiscono senza alcun contrappeso né responsabilità, purché riescano a soddisfare gli interessi dei gruppi d’interesse e di potere.
Dobbiamo dunque guardare ai meccanismi di reclutamento. Accanto all’abilitazione scientifica nazionale - una sorta di patente per la docenza universitaria, cui non corrisponde, però, un posto - concessa senza alcun tetto, la legge Gelmini ha previsto un sistema cervellotico di concorsi locali: alcuni riservati agli abilitati “interni” (coloro i quali già lavorano nell’Università che bandisce il concorso), altri “aperti” (interni ed esterni all’Ateneo che bandisce il concorso) e altri ancora, una percentuale infima, riservati ai soli “esterni”. Il fatto stesso che ogni singola Università abbia norme diverse per tali concorsi ha finito per creare una condizione di assoluta opacità, che favorisce, da un lato, chi detiene le leve del potere accademico e, dall’altro, impedisce la mobilità dei docenti fra Atenei, l’ingresso di “outsider” e di studiosi non italiani, all’insegna del più ferreo localismo. Con quali esiti sulla meritocrazia tanto evocata da ministri e rettori è facile intuire. Questa situazione è stata ulteriormente complicata dal fatto che i diversi governi hanno preferito aggiungere svariati canali straordinari di reclutamento (le varie tipologie di “chiamate” dall’estero): meccanismi che non hanno risolto la crisi della docenza universitaria e, a ben vedere, sono un vero e proprio monumento all’incapacità di metter mano a riforme incisive.
Rappresentare l’Università come il concentrato di tutti i mali italiani ha il sapore dell’ipocrisia in un Paese in cui si ama parlare di promozione del merito solo se riguarda qualcun’altro. Spesso poi si discetta di ciò che non si conosce: ad esempio i mass-media raccontano che i “cervelli in fuga” all’estero conquistano posizioni e stipendi molto più elevati di quelli che elargisce l’Università italiana, come se ciò fosse la riprova della corruzione accademica. In realtà essi ignorano che, da almeno due decenni, l’Italia paga i docenti di Scuola e Università molto meno di quanto faccia il resto dei paesi industrializzati. E, allo stesso modo, nel resto del mondo, si vincono le cattedre universitarie, in un’età che il sistema gerontocratico italiano definisce “giovane” (fra i 30 e i 40 anni). Insomma chi ha ottenuto un posto all’estero non è pagato di più perché più bravo di molti colleghi italiani, ma solo perché all’estero i docenti universitari sono assunti nell’età di maggior capacità intellettuale e pagati per ciò che sono e non come impiegatucci cui far timbrare il cartellino. Quello che fa la differenza - e tanto - è il sistema di selezione, che in Italia non riesce a uscire dalle secche di una cooptazione poco trasparente.
Come uscire da questa situazione? Se proviamo a ragionare a mente lucida, vediamo che le ricorrenti campagne di denuncia contro il familismo distolgono l’attenzione dal fatto che esso va affrontato con pragmatismo. Nelle tanto esaltate Università degli USA, la scelta dei professori è discrezionale - sulla base del curriculum - ed è prassi normale e perfettamente logica consentire all’eventuale partner del vincitore di trovare lavoro nelle medesime strutture universitarie, nel settore amministrativo, oppure, ove ne abbia le competenze, come docente. Alla base vi è l’idea che, se al Dipartimento interessa una o un docente, deve metterla/o nelle condizioni di avere anche una vita familiare serena, così da poter ottenere da lei/lui il massimo. Il tutto avviene nella massima trasparenza, senza alcuno scandalo. Nel caso italiano, al contrario, tutto è lasciato al retto sentire di rettori, direttori di Dipartimento e delle commissioni di concorso. Il che significa che regna l’irresponsabilità: le commissioni valutatrici - se vogliono - possono consentire l’ingresso nei ranghi accademici a personaggi degni del cavallo di Caligola fatto senatore, perché nessuno sarà chiamato a rispondere delle sue decisioni. Con l’effetto che basta un solo caso scandaloso a gettare discredito su tutto e tutti senza distinzione.
Un primo rimedio, se si vogliono impedire dinastie e localismi, sarebbe stabilire per legge che l’accesso ai vari ruoli (ricercatore, professore associato e professore ordinario) non possa avvenire nella medesima Università, né all’interno della stessa regione. In questo modo si incentiverebbe una mobilità virtuosa che farebbe circolare aria nuova nell’Università italiana e, forse, la renderebbe interessante per gli studiosi stranieri o emigrati.
La soluzione più semplice e radicale sarebbe poi sbaraccare il farraginoso e opaco sistema di reclutamento, in cui leggi e regolamenti servono solo a essere regolarmente aggirati, per liberalizzare la scelta dei docenti. Se il Dipartimento X vuole come professore un asino, che sia libero di chiamarlo. Ciò deve avvenire alla luce del sole e a patto che la produzione scientifica del vincitore sia sottoposta a una valutazione a posteriori da superare con almeno un “buono”. Qualora i risultati in termini di produttività e di qualità della ricerca del vincitore non fossero adeguati, la commissione che l’ha selezionato e il Dipartimento che l’ha scelto dovrebbero subire una penalizzazione economica: perché no, una significativa decurtazione dello stipendio ai selezionatori e ai fondi del Dipartimento. In questo modo sarà salva l’insindacabilità del giudizio scientifico delle commissioni di concorso, i cui membri saranno, però, finalmente responsabili delle loro scelte di fronte alla collettività.

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