menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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venerdì 14 ottobre 2016

Cantare il Rinascimento

Paolo Buonvino & Skin – Renaissance (dalla serie TV “I Medici”)



http://www.insr.it/
La classica interpretazione, che ha avuto molta fortuna, da parte di Burckhardt, vuole contrapposti un Medioevo profondamente religioso e un Rinascimento irreligioso, paganeggiante e antropocentrico. Più tardi però verà rifiutata questa tesi e si propenderà più per la riscoperta di un Rinascimento anch’esso religioso, ma che accoglie la spiritualità in maniera rinnovata.  Sarà la critica più recente, con a capo Garin, che abbandonerà lo studio dettagliato della struttura interna del Rinascimento e si concentrerà nella ricerca di una “originalità nella continuità”.
http://www.studiculturali.it/index.php



giovedì 11 agosto 2016

CARAVAGGIO IN CITTÀ: LA STREET ART DI ANDREA RAVO MATTONI

Può mai esistere un Caravaggio all’interno di un sottopassaggio? Ebbene, la risposta è sì. Grazie allo street artist Andrea Ravo Mattoni, un comune e anonimo sottopasso sito in viale Belforte a Varese si è trasformato in un frammento di museo a cielo aperto. Nell’ambito del progetto “Urban Canvas“, l’artista varesino in collaborazione con il comune di Varese e l’ordine degli architetti della provincia di Varese, ha realizzato una riproduzione in versione street art della celebre “Cattura di Cristo” dipinta da Caravaggio nel 1602 e oggi conservata presso la National Gallery of Ireland a Dublino.
Il progetto a cui Mattoni ha partecipato ha permesso di riqualificare, attraverso l’arte, zone periferiche e defilate della città portando una ventata di bellezza e di meraviglia nel grigiore abitudinario. Con l’ausilio della vernice spray che non consente ripensamenti in fase di esecuzione, a differenza della pittura a olio, lo street artist ha creato un piccolo capolavoro in parte personalizzato mediante la scritta “we will all be forgotten” (saremo tutti dimenticati), riferita all’episodio del ritrovamento della tela in questione dopo 400 anni di anonimato (nel 1990). Un capolavoro dimenticato per molto tempo e riemerso grazie al capo curatore della National Gallery of Ireland, Sergio Benedetti.

Classe 1981, Andrea Ravo Mattoni proviene da una famiglia di illustratori già affermati e ha trovato nella passione per i graffiti la sua principale espressività artistica. Pensiero dominante della sua comunicazione “writer” è quello di rendere l’arte, per quanto possibile, pubblica, accessibile e gratuita, incentivando privati e istituzioni a sostenere e dare maggiore attenzione a questa nuova forma di linguaggio artistico metropolitano. Completata nell’arco di una settimana, la creazione di Mattoni copia fedelmente immagini, colori e tensione emotiva dell’opera di Caravaggio e ci regala l’illusione che in una società in cui tutto tende ad uniformarsi ed appiattirsi, la bellezza rappresenti ancora una volta un’inafferrabile e intensa trasgressione sensoriale.
                                 Fonte: 
http://www.sociartnetwork.com/caravaggio-in-citta-la-street-art-di-andrea-ravo-mattoni/

mercoledì 1 giugno 2016

Biennale 2016: L’architettura non è un esercizio di stile



L’immagine scelta come icona della 15° mostra internazionale di architettura che ha aperto i battenti il 28 Maggio è molto emblematica dell’approccio che ha guidato il curatore cileno Alejandro Aravena nell’impostazione dell’edizione di quest’anno, dal titolo altrettanto significativo, Reporting from the front. Nella foto (di Bruce Chatwin) compare una donna in piedi su una scala di alluminio intenta a scrutare il paesaggio intorno a lei, a prima vista una sorta di ‘terra desolata’: è l’archeologa Maria Reiche che osserva dall’alto le linee Nazca. Ciò che a livello del terreno appare solo pietrisco sparso casualmente, da una diversa prospettiva forma figure di senso compiuto, animali, fiori, alberi. Ed è proprio un nuovo punto di vista quello che Aravena si è ripromesso di cercare: una nuova prospettiva, un modo diverso di affrontare le cose radicalmente pragmatico, che comprenda l’orizzonte anche etico del lavoro dell’architetto, coniugando alla dimensione creativa dell’architettura la componente di responsabilità di fronte alle questioni che riguardano l’uomo e la qualità della vita.
La Biennale di architettura si configura quest’anno quindi soprattutto come un’occasione per conoscere e condividere esperienze efficaci che hanno saputo trovare risposte a istanze non più rimandabili e di assoluta rilevanza: nodi critici come le periferie, l’accesso ai servizi sanitari, i disastri naturali, la carenza di alloggi, le migrazioni, il traffico, lo spreco, i rifiuti, l’inquinamento. Perché l’architettura può ‘fare la differenza’: il richiamo è a superare lo scollamento tra architettura e società civile, il soffermarsi sugli aspetti più superficialmente decorativi o spettacolari e a prendere in carico invece in primis gli aspetti pratici e concreti, i temi scomodi, i punti dolenti, intorno ai quali costruire soluzioni creative ed efficienti, coinvolgendo le comunità degli abitanti come parte attiva nella definizione degli spazi. E buon senso e creatività non sono affatto in opposizione, anzi. L’architettura è, e non deve dimenticare di essere, per sua natura una disciplina ‘sintetica’, nel senso che è chiamata a integrare esigenze diverse, a rispondere su più fronti, dalla dimensione culturale ed artistica a quella sociale, ambientale, economica.
La cifra che caratterizza la Biennale quest’anno rispecchia del resto il ‘DNA professionale’, del suo curatore: Aravena insieme ad alcuni soci ha fondato lo studio Elemental, che si occupa di “progetti di interesse pubblico e di impatto sociale”, con un approccio “partecipativo alla progettazione”, in cui gli architetti lavorano a stretto contatto con i destinatari del progetto: e da aprile Aravena ha reso scaricabili liberamente dal sito alcuni dei suoi progetti, per creare un sistema aperto, che consenta di incanalare e arricchire le risorse disponibili in modo efficace, per rispondere alle emergenze abitative in tutto il mondo.


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giovedì 31 marzo 2016

I murales di Blu, o cosa ne pensiamo oggi della distruzione dell’arte [By Graziano Graziani]

Quando si parla di opere d’arte distrutte, cancellate, la prima cosa che viene alla mente sono le epurazioni naziste della cosiddetta “arte degenerata”, i roghi di libri che hanno ispirato un grande classico come Fahrenheit 451 o tutt’al più l’atto sconsiderato di un vandalo. C’è la possibilità che la soppressione di un’opera d’arte cambi segno e diventi un gesto politico? Sembrerebbe di sì, se a farlo è lo stesso artista che ha creato l’opera, e se lo fa con un obiettivo preciso. Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre a Berlino sono scomparsi due grandi murales di Blu, artista italiano considerato tra i più importanti della street art internazionale. A riportarlo è un quotidiano berlinese on line in lingua italiana, Il Mitte, che già il giorno dopo avanza l’ipotesi che sia stato lo stesso artista a procedere alla cancellazione di “Chains” e “Brothers”, due opere che campeggiavano dal 2007 e  dal 2008 su quello scorcio di Kreuzberg, diventandone un segno distintivo.

Blu conferma su suo blog. Cosa è successo? Semplicemente: la città sta cambiano di segno, l’area sta subendo una gentrificazione massiccia e in quel punto di Cuvrystraße che affaccia sul fiume Sprea – dove fino a poche settimane fa risiedeva un “villaggio autonomo” di senza tetto e artisti oggi sgomberato – tra non molto verranno costruiti appartamenti di lusso. Blu, che da sempre utilizza la sua arte a sostegno e valorizzazione delle occupazioni (se fate un giro a Roma a via del Porto Fluviale trovate un bell’esempio) ha semplicemente scelto di anticipare quello sarebbe stato il probabile destino dei due lavori: la cancellazione. C’è anche chi sostiene la possibilità che le due opere potessero essere “inglobate” nella metamorfosi di quel pezzo di città, divenendo elemento decorativo e di una Berlino più “cool”, e che dunque Blu avrebbe voluto con la cancellazione sottrarre le due opere a questo destino. Si parlava infatti della costruzione di appartamenti con vista panoramica su quello scorcio di Sprea. Quale che sia la ragione, oggi su quei muri si può vedere soltanto una tinta nera uniforme.
La cancellazione di un’opera d’arte è qualcosa che ci impressiona. Siamo abituati a pensare all’arte come a un bene dell’umanità che va preservato ad ogni costo (e spesso è davvero così). Certo, nel caso della street art la scomparsa di un’opera va messa in conto, le città e i loro muri cambiano, sono soggetti alle intemperie a alla speculazione. Ma nel gesto volontario di Blu c’è un aspetto che ha a sua volta dell’artistico, che completa il senso delle sue opere – che sono apertamente schierate. C’è la volontà di sottrarsi al meccanismo che ingloba l’arte e la ricontestualizza nel mercato.
Una sottrazione che, all’epoca della grande influenza delle teorie sul postmoderno sembrava inapplicabile: non esiste un “fuori”, e questo ci autorizza ad ammiccare al “dentro” in una confusione di posizioni che rende impossibile qualsiasi presa di posizione. Mi ha ricordato, il gesto di Blu, l’incipit di uno spettacolo di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, a cui proprio ieri a Milano è stato assegnato il Premio Ubu come miglior novità drammaturgica. Anche lì si esordisce con una sottrazione, con un “no”. Gli attori entrano e spiegano al pubblico che non è stato loro possibile “rappresentare” quello che volevano rappresentare: la morte di quattro pensionate greche, suicide a causa della crisi e della conseguente impossibilità di condurre un’esistenza magari povera ma dignitosa.
L’immagine è tratta da alcune pagine di un romanzo, L’esattore dello scrittore greco Petros Markaris, e per quanto non sia una vicenda reale è resa in modo tale da essere comunque dirompente. Ma il meccanismo spettacolare si interrompe prima ancora di cominciare. Gli attori – che sono anche autori – si sottraggono alla rappresentazione dell’immagine e si lanciano in un ragionamento scoperto assieme al pubblico. Ovvio, si tratta di un artificio, siamo pur sempre in teatro e lo spettacolo è stato pensato come tale. Eppure qualcosa si sposta: l’opera, prima che oggetto di consumo o spettacolo, torna ad essere pensata come un processo che tiene in considerazione il contesto e le persone che la guardano.
Parliamo dunque di sottrazione e non di distruzione anche per le opere di Blu. L’iconoclastia, con il suo potenziale di scandalo nel contesto della società dell’immagine, può facilmente strizzare l’occhio all’iconolatria (come ha segnalato il critico Attilio Scarpellini). La distruzione di opere d’arte praticata dallo “young british artist” Michael Landy nel 2010 ha trovato, e giustamente, il suo posto presso la South London Gallery. Ora, non penso che la sottrazione sia la soluzione a tutti i mali: si può tranquillamente continuare a dipingere e a fare teatro. È però un segnale interessante, che ci dice che l’arte può tornare ad essere politica non perché si ispira a principi astratti, ma perché si pensa tale rispetto ad un contesto. E rispetto alle persone che quel contesto lo vivono quotidianamente.
Fonte: MINIMA&MORALIA
http://www.minimaetmoralia.it/wp/

sabato 27 febbraio 2016

We will forget soon, i luoghi dell’Armata Rossa in Germania (By Federica Crociani)

We Will Forget Armata Rossa
La storia è ciclica. Ma forse la memoria può aiutare a non commettere gli stessi errori. Questo è stato forse, oltre alla passione e alla curiosità, il fuoco che ha spinto i due fotografi italiani, Stefano Corso e Dario Jacopo Laganà, a percorrere con la loro piccola auto rossa quasi 8.000 km in due anni e a scattare qualcosa come 10.000 foto nei circa 300 luoghi esplorati.
We will forget soon fotografia sala di lettura Lenin base sovietica
La sala di lettura “Lenin”, presente in ogni base sovietica


L’idea era quella di documentare la presenza dell’Armata Rossa in Germania, che nella seconda guerra mondiale fu incisiva nella lotta contro il nazismo e nella conseguente liberazione di Berlino. Il progetto si è concentrato nel documentare  la presenza della potenza militare russa nella Germania dell’Est andando a scovare i luoghi in cui, in maniera più o meno evidente, era visibile il passato.

We Will Forget Soon fotografia Sotterranei dellArmata Rossa Wünsdorf
Sotterranei del quartier generale dell’Armata Rossa a Wünsdorf

Il progetto, che ha preso il curioso ed emblematico nome di  We will forget soon, si è poi concretizzato in una mostra fotografica itinerante che, partita nel maggio 2015 dall’ex Germania dell’Est ed ospitata dalla Berlin Art Week, approderà a Prora nel corso del 2016 nella sua 6° tappa. Ad agosto è stato pubblicato anche un libro fotografico, presentato a Roma in Campidoglio il 30 settembre scorso.
We Will Forget Soon fotografia Armata Rossa
Lo svanire dei simboli della propaganda


Aree abbandonate dove la natura si è riappropriata dei suoi spazi e luoghi “recuperati” che hanno trovato un nuovo modo di essere utilizzati. È questo che ha colpito i visitatori della mostra itinerante e la loro sensibilità. Perché è spesso solo l’apertura mentale che aiuta a vedere basi militari in luoghi che non esistono più e complessi ospedalieri prussiani in strutture di riabilitazione neurologica. Federica Crociani

lunedì 4 gennaio 2016

Caduta e ricostruzione della polis (Nota di Nicola Di Battista © riproduzione riservata)

Quanto accaduto a Parigi ci fa comprendere che la strada per arrivare a una pacifica convivenza dei popoli è ancora lunga e piena d’insidie; ma è anche l’unica strada possibile.
L’anno in corso si chiude con un ennesimo atto di barbarie contro la vita, orribile e straziante allo stesso tempo. Un atto violento e devastante compiuto da uomini contro altri uomini: un atto contro gente comune, avvenuto in luoghi comuni; un atto che ha seminato la morte in spazi pensati per la vita.
Di queste inaudite violenze è purtroppo piena la storia dell’umanità, ma quello che oggi maggiormente ci ferisce e rattrista è vedere che ancora possano accadere tali atrocità ed entrare a far parte del nostro quotidiano. Se poi è Parigi a essere colpita, allora ci sembra di tornare indietro di molti decenni. Questa volta, è stata colpita proprio la capitale francese, quella entità magistralmente descritta da Paul Valéry in un breve testo riproposto su Domus solo qualche mese fa, in cui ci racconta di una città che è di un “ordine più sofisticato” rispetto alle altre, di una città la cui funzione è necessaria ai parigini, ai francesi, agli europei e agli uomini tutti.
Quanto accaduto ci fa drammaticamente comprendere come la strada da percorrere per arrivare a una pacifica convivenza dei popoli sia ancora lunga e piena d’insidie; ci trasmette però anche la convinzione che per noi – così come speriamo per tanti – sia l’unica strada possibile: da questa prospettiva, allora, gli efferati avvenimenti mortali di questi giorni altro non fanno che rafforzare in noi la voglia di vita. Proprio di ciò vorrei parlare in questo editoriale: della vita degli uomini e dei luoghi pensati e costruiti da essi per viverla al meglio, e del dovere che abbiamo noi oggi di riconoscere, preservare, valorizzare e – se ne siamo capaci – anche di ampliare questi luoghi. 

L’occasione ci viene data dal ciclo d’incontri “Conversazioni sulle Rovine”, organizzato dal Teatro di Roma e dal suo direttore Antonio Calbi, che qui pubblicamente ringrazio per avermi invitato a partecipare a uno di questi colloqui. Si svolgono in un luogo straordinario, il Teatro Argentina di Roma, e si tengono la domenica mattina: tutto questo contribuisce a renderli speciali, connotandoli di una sorta di sacralità davvero incomparabile. Vedere quello splendido teatro affollato di oltre 800 persone, convenute lì non per assistere a una pièce teatrale, come normalmente ci si aspetterebbe, ma solo per ascoltare alcuni invitati conversare è già di per sé un fatto straordinario, un avvenimento capace di raccontare la voglia della gente di partecipare alla vita collettiva della città. 
A teatro, mi sono sempre trovato dall’altra parte, quella del pubblico, a guardare la scena; questa volta, invece, essere sul palco mi ha prima di tutto emozionato, ma mi ha anche dato la possibilità di constatare quello che a priori supponevo, vale a dire che la cosa più bella in una simile situazione sono le persone stesse, anzi i visi delle persone: tanti, centinaia, come in questo caso, ma in numero tale da poterli ancora guardare tutti, uno per uno, e riconoscerli; un’esperienza davvero unica ed esaltante.
Gli efferati avvenimenti mortali di questi giorni altro non fanno che rafforzare la voglia di vita
Essendo il tema della conversazione “Caduta e ricostruzione della Polis”, l’incontro si è caricato di significati squisitamente civili e politici: si è parlato di convivenza, di come la gente può vivere insieme in un luogo, in una comunità, in una città. Questo interessa molto le persone, perché ci si occupa della vita – della propria e di quella degli altri – e della possibilità che abbiamo di viverla nel miglior modo possibile. Devo anche dire che ho avuto la fortuna di essere sul palco insieme con ospiti di grande autorevolezza nei loro campi disciplinari e nei loro mestieri; persone vere e non finte, persone con storie da  raccontare: sulla polis, la città, l’esigenza e la possibilità per gli uomini di stare insieme. Ora, sarà stato il tema, sarà stata la sala, saranno stati gli ospiti, sarà stato il pubblico, ma in quell’occasione – domenica 22 novembre 2015 alle ore 11 del mattino – si respirava alto. Questo ci carica di responsabilità: prima di tutto, come cittadini, che cercano di raggiungere la massima consapevolezza possibile in merito all’idea di città che vorrebbero avere e che vorrebbero  abitare; vorrebbero comprendere con chiarezza cosa manca alle città reali vissute quotidianamente e cosa è indispensabile per vivere pienamente la loro vita. Come architetti, poi – se questo è il mestiere che facciamo –, la responsabilità diventa doppia e non possiamo più accontentarci di dire cosa non va; abbiamo il dovere di dire cosa va fatto e come farlo, anzi, come noi lo faremmo. Questo ci pone subito di fronte a un problema a cui sinora non si è prestata troppa attenzione: quello di definire ruolo e responsabilità dell’architettura, a priori, prima che essa si realizzi. A tale proposito, ci piace ricordare ancora una volta la precisa e lucida descrizione di Ortega y Gasset (Domus 977, febbraio 2014), dove dice che “[…] l’architettura non è, non può, non deve essere un’arte esclusivamente personale. È un’arte collettiva”. Basterebbe questo per differenziare l’architettura da tutte le altre arti, per riportarla alla sua realtà; per questo, ogni architetto ha l’obbligo di descrivere la propria architettura; di dire, per esempio, da dove essa venga, in che storia abbia l’ambizione d’inserirsi, cosa voglia innovare o ripetere. L’architetto deve fare questo soprattutto per poter condividere la  propria architettura prima che essa si realizzi, per discuterla con la committenza e, solo in seguito, per fissarla come il risultato ultimo di un lavoro collettivo e responsabile. In questa maniera, l’architetto non sarà più solo a difendere il proprio operato e avrà invece il privilegio di realizzare con la propria arte qualcosa che appartiene a tutti. Per questo, l’architettura non è, non può e non deve essere il frutto di una suggestione momentanea: è troppo importante per la vita degli uomini ed è impensabile che  possa darsi eludendo quanto descritto sopra. Se il rapporto con la committenza è sempre essenziale all’architetto per poter compiere il proprio lavoro, lo è in massima misura se si tratta di committenza pubblica, dove non è in gioco solo quello che riguarda il singolo – come nel privato –, ma quello che riguarda tutti. In questo caso, non avere una vera committenza all’altezza del compito può essere disastroso per il nostro vivere civile. Una comunità e una città che non riescano a realizzare i propri edifici e i propri spazi pubblici in maniera adeguata perderanno anche il senso della vita associativa e saranno invece più propense a richiudersi nella sfera privata e domestica. Si capisce come la questione sia davvero complessa e di grande rilevanza, molto difficile da affrontare, ma del tutto ineludibile e non semplificabile.

Ogni architetto ha l’obbligo di descrivere la propria architettura

A poco sono valse le scorciatoie intraprese da alcuni, che hanno preteso di misurare la qualità architettonica di un manufatto a partire dalle sue caratteristiche tecnico-prestazionali in merito alla sostenibilità, all’efficienza, al riciclo e altro ancora. È ovvio che oggi pretendiamo di realizzare edifici sostenibili ed efficienti, compatibilmente con le economie che abbiamo e con  l’ambiente e il contesto in cui lavoriamo. Quello che invece ci manca, e che cerchiamo, è molto di più: qualcosa che non si dà per legge, che non può essere misurato con una certificazione, che non è assicurato a priori, che non possiamo comprare. Stiamo parlando di quel qualcosa che i nostri antenati, in alcuni momenti, sono stati capaci d’introdurre nei loro manufatti, rendendoli magnifici al punto da essere ancora buoni per noi oggi. Queste nostre straordinarie città, che abbiamo ereditato dal passato, sono capaci di raccontarci tutto questo e c’incitano a ideare cose che possano rivaleggiare con esse. A questo punto, tornando al titolo della conversazione, “Caduta e ricostruzione della Polis”, possiamo constatare che almeno in  Europa – e sicuramente in grande rilevanza nel nostro Paese –, i due termini non sono mai stati in opposizione. Per meglio dire, possiamo affermare che da noi ogni generazione ha cercato di ricostruire la propria polis, almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso; ogni uomo ha sentito forte in sé il diritto e il dovere di farlo, ma non con l’arroganza di chi vuole cancellare il passato per imporre il proprio presente, piuttosto con la consapevolezza di chi è convinto che il passato gli appartiene: convinto che “la bellezza ricevuta” è un suo patrimonio e che il suo compito – che poi dovrebbe essere il compito di tutti gli uomini –, resta quello di accogliere questa bellezza del passato, preservarla e ampliarla con il proprio operato. Ogni uomo è costretto a ri-negoziare la propria appartenenza a questo mondo e alla comunità di cui fa parte e ogni volta è obbligato a ricostruire la propria polis, dal punto di vista sociale, civile, politico, culturale e anche architettonico, e può farlo solamente distruggendo metaforicamente, e qualche volta materialmente, quella del passato. I due termini per noi non sono stati quasi mai in opposizione, bensì sono le due facce della stessa medaglia e sono proprio le nostre città a rappresentare oggi questa immensa ricchezza; uno sterminato e inesauribile palinsesto, in cui convivono materialmente e formalmente il vecchio con il nuovo, l’antico con il moderno, il normale con l’eccezionale, il simile con l’estraneo, il domestico con il pubblico, ma anche il potere politico con quello religioso e il lavoro con lo svago. In una parola, possiamo vedere le nostre città come i palcoscenici perfetti per vivere pienamente la grande commedia della vita umana, dove ognuno può essere protagonista e può scegliere il luogo dove stare al meglio, nel bene e nel male, anzi con il bene e con il male. Non un Eden ideale, ma un luogo reale, buono per costruire e vivere le proprie storie.

Ogni uomo è costretto a ri-negoziare la propria appartenenza a questo mondo e alla comunità di cui fa parte e ogni volta è obbligato a ricostruire la propria polis

Purtroppo, da qualche tempo, tutto questo sembra essersi interrotto in favore di finte città, costruite come – improbabili – isole felici, con luoghi apparentemente protetti dai rischi della vita e miseramente diventati veri e propri ghetti, dove le singole parti si pongono contro l’insieme delle parti: in una parola, tutto il contrario di quello che la polis rappresenta. A noi e alla nostra Domus il tema della città sta molto a cuore, c’interessa molto, al punto da averlo voluto addirittura nel sottotitolo della testata, “La città dell’uomo”, e avergli dedicato nel corso di questa direzione più di una riflessione. Per questo, sono stato davvero contento di vedere che un argomento così delicato e importante per la vita di tutti possa uscire al di fuori delle barriere disciplinari e approdare a un dibattito pubblico, addirittura dentro l’incomparabile cornice di un teatro. Aver visto, poi, così tanta attenzione e partecipazione intorno a queste conversazioni, ci conforta e ci spinge a fare di più, a fare meglio e a proseguire  nel lavoro. Tutto questo, però, ci mette anche di fronte al forte debito che le discipline che oggi si occupano dell’abitare hanno nei confronti dell’opinione pubblica, nei confronti dei cittadini: abbiamo un forte debito di comunicazione rispetto a quello che l’architettura potrebbe e dovrebbe fare per migliorare la vita gli uomini. Non vogliamo più entrare nel futuro indietreggiando e per questo vogliamo batterci, non da soli ma insieme con le centinaia di persone che abbiamo trovato al Teatro Argentina, con i lettori di Domus, con gli studenti universitari e tanti altri ancora: vogliamo vivere.
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