menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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domenica 19 aprile 2020

Grazie Luis


Ironia e realtà nei libri di Sepúlveda

In una intervista, Luis Sepúlveda dichiarava di considerarsi “scrittore di stampo cervantino, un ‘nipotino’ del grande Cervantes, colui che più di chiunque altro è stato un maestro nell’uso dello strumento dell’ironia, un’ironia intelligente e sensibile, al contrario del sarcasmo - che è sempre vigliacco e offensivo” 1.
Il ridondante ricordo pubblico di questi questi giorni e la sovrabbondanza di “conoscitori” dell'opera sepúlvediana, dopo la sua morte, fa capire che dell'ironia c'è bisogno.
A proposito di Luis Sepúlveda Calfucura, scrittore, giornalista, sceneggiatore, poeta, regista e attivista cileno naturalizzato francese, analizzando tutti gli scritti - effettivamente letti - dello scrittore e passando in rassegna certa pubblicistica minore (stampa, aneddotica divulgata radio-televisivamente, post sui social network), risulta che di parte della produzione letteraria, artistica, testimoniale e del repertorio di interventi ed interviste, espressione nel corso degli anni della biografia sepúlvediana, della violenza subita, dell’orientamento rivoluzionario, della lotta anti-sistema, della sua militanza per le libertà, delle sue idee e dei suoi comportamenti, non c’è traccia.
Forse, in queste pittoresche circostanze, Luis, spettatore del tramestio intorno al suo trapasso, avrebbe abbandonato la pura ironia di cui è stato capace, per usare un “sano” sarcasmo.
É l'ironia, invero, il notevole lascito socio-culturale di Luis, un metodo corrosivo di lettura veritiera della realtà umana che conduce sovente a rilevare l'infondatezza di certi stereotipi sulle differenze, sulle discriminazioni e sui confini che, separando, escludono; ironia che permette di rintracciare il carattere di mera opinione, subdola ed interessata, spacciata per conoscenza, del caratteristico linguaggio del potere e delle élite. Inoltre, l'ironia è anche la chiave per entrare nel suo universo creativo ed emotivo che aiuta, husserlianamente2, a Wirwollen auf die “Sachen selbst” zuŗcückgehen !
Luis non vuole affatto accontentarsi di pure e semplici parole, pur cesellate ad arte, perché la scrittura è vita, perché la vita “parla”, basta saperla ascoltare, saperla interrogare. La sua narrazione non s'avvale di intuizioni indirette, d'una potente architettura razionale all'uopo dispiegata, non è perizia da sceneggiatore, tanto meno fantasia obbligatoriamente illogica, viceversa è un prezioso voler tornare “alle cose stesse”, un lavoro, antropologico prima che letterario, di riduzione eidetica, ovvero un sublime comunicare – ossia, nobile umana commistione di abnegazione “nello scavo” e fervore solidaristico – attrezzato nel “dire” generoso. Si tratta del suo genuino rappresentare con la scrittura il passaggio dalla considerazione cronachistica delle vicende come tali alla loro essenza nel vissuto personale e sociale che le coglie incastonandole e collocandole abilmente nella memoria.
In un altro passo dell'intervista richiamata, Sepúlveda afferma: “Io cerco di scrivere dal punto di vista di una sana ironia fatta di amor e umor. In più sono cileno, e devo dire che una particolarità dell’uomo cileno è quella di ironizzare sempre soprattutto su se stesso - a differenza degli argentini. Se un argentino viene lasciato dalla moglie cercherà subito uno psicanalista e al massimo scriverà un tango tristissimo, un cileno invece darà una festa per gli amici per raccontare, trasformare l’abbandono cercando delle spiegazioni e ridere anche di questo. Negli anni del carcere, che vi assicuro sono stati molto duri, non ci trattavano bene, ci torturavano e una delle torture più comuni era quella di strapparci le unghie dei piedi, ma anche lì quando tornavamo alle nostre celle con i piedi sanguinanti e dolenti non era raro sentire qualcuno che diceva “Sono stato dal podologo stamani, una vera bestia, ma non gli ho certo lasciato la mancia!” [ … ] “I romanzi non vengono scritti dall’autore ma dai personaggi, lo scrittore si limita a seguirli nel loro percorso”.
La “trilogia dell'amicizia” della quale “Gabbianella” fa parte assieme a “Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza” (Ugo Guanda Editore, 2013) e “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà” (Ugo Guanda Editore, 2015) è una delle espressioni migliori di intima connessione tra scrittura e vita, di una concezione dell'arte del raccontare storie come atti umani perché politici, mai evasione consolatrice o alienante, d'una determinata ed autorevole convinzione di voler tornare alle cose stesse, di un impegno etico nello spronare il genere umano a fornire una migliore prova di sé.
In particolare, nell'emblematico libro “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (Salani Editore, 1996) Luis narra l'inverosimile favolistico, ma con una inusitatamente efficace aderenza alla realtà. È l'altrove che descrive, eppure è dell'immanenza che sa trattare perché svela l'oggettiva valenza della diversità palesandola come utopia, come qualcosa che non è stato ancora compiutamente apprezzato, presentando una fratellanza da realizzare ancora, tuttavia presente, constatabile, quindi possibile e che può germogliare grazie alla “coscienza”, alla forza dei proponimenti soggettivi, alla messa in valore dell'ardimento individuale e all'affezione personale per l'altro di cui ciascuno è ricco.
Ecco, l'assenza dell'empirico che nasconde il “senso”, del quotidiano algoritmico accadere, del banale prevedibile, evoca energicamente un desiderio, mai fuga dalla realtà, che ha le sembianze della manipolazione benefica dell'argilla; esattamente come quel vero e proprio imprinting esistenziale che contraddistingue l'infanzia, quell'operare con le mani che i bambini iniziano molto presto, come forma di conoscenza degli oggetti: da sempre al centro dell’interesse e della loro curiosità, costituisce uno strumento, per maturare identità, autonomia e autentica conoscenza, che pare smarrirsi con la “adultità” e che Luis recupera e indelebilmente dona ai lettori come prescrizione non autoritaria.
A questo proposito, la trama va ricordata, perché la metafora scuote ancora. Il libro s'apre con l'impeto di Kengah, una gabbiana che cerca pesce per nutrirsi nel mare del Nord ricco di giacimenti di petrolio e di gas naturale, mentre penetra le onde. Lasciata sola nell'impresa dallo stormo che s'allontana, riemersa dai flutti, scopre d'essere impedita nel volo da una chiazza di petrolio che rischia di tarpargli le ali penetrando nella pelle. A fatica, con il greggio addosso, ascende verso il cielo e giunge ad Amburgo, precipitando tramortita su un balcone di una casa.
Qui Kengah incontra Zorba, un gatto, esemplare d'una specie dissimile di cui non diffida, a cui lei lascia in custodia, al culmine estremo d'una lucidità che sta per perdere, l’uovo che depone. La gabbiana, perdendo le forze strappa una promessa al gatto: maturare l’uovo, prendersi cura del nascituro e di insegnargli a volare. Il gatto si rende conto della follia dell'ultima esigenza dichiarata dalla gabbiana morente; certo, può tentare l'accudimento e avere successo nell'occuparsi del pulcino, può essere un riferimento nella sua vita, ma, senza dubbio, non sa insegnargli a volare, visto che è un gatto e non ha idea di come si faccia.
Zorba capisce che la gabbiana sta per morire e delira, ma quella che sembrava una richiesta impossibile da esaudire, pazientemente comprendendola, pare potersi realizzare. Il gatto, avvalendosi dei suoi amici Diderot, Colonnello e Segretario, tutti strambi personaggi, con dedizione e inclinazione sentimentale, riesce nell'impresa prendendosi cura di Fortuna, la piccola gabbianella, “come se fosse uno di loro, una loro figlia”. Tuttavia, resta l'ardua esperienza dell'insegnargli a volare. Per quanti sforzi facciano, Zorba e i suoi amici da soli non riescono a far spiccare il volo alla gabbianella, hanno bisogno di qualcuno che sia in grado di dargli una mano. A questo punto i gatti sono costretti a rompere un tabù e a parlare in una lingua diversa dalla loro, vanno così a chiedere aiuto all’unico individuo che pensano sia in grado di far mantenere la promessa: un uomo, un poeta dall’animo nobile e sensibile che riesce a comprendere la loro richiesta. Luis, riesce a porre l’accento sul doppio volto dell’uomo, che oltre a essere il responsabile dell’inquinamento dei mari, è in grado di fornire il suo aiuto e cambiare le cose, mostrando la sua parte sensibile e il suo rapporto simbiotico con l’ambiente circostante (rif. a Rossella Caso, Tra gatti e gabbiani. Un incontro tra infanzia e intercultura, Aracne, 2013; saggio incentrato sulla lettura pedagogica della favola di Luis Sepúlveda).
Questo è solo un aspetto della storia, poiché nel libro sono tanti i protagonisti e tante le contraddizioni che costringono ad intessere legami, a costruire rapporti che si susseguono, primo tra i quali quello della scoperta della diversità e della necessità di trovare un punto comune che riesca ad avvicinare (rif. a Rossella Caso, op. cit.), partendo dalla problematica esercitazione della comunicazione e della condivisione. Un vero e proprio “festeggiare le differenze”, come accade talvolta nella vita sociale, come dovrebbe accadere sempre nella scuola pubblica alla quale bambini e adolescenti vengono affidati. Il messaggio, apparentemente onirico, bensì utopistico, veicola, facendo breccia, la categoria del “possibile”. L'opera di Luis agisce come specchio rivelando l'indole di ciascuno, lo spessore morale, la capacità di accantonare l'ego per far posto al “noi”.
Tanti piccoli gabbiani nelle nostre scuole (rif. a Rossella Caso, op. cit), una realtà incontestabile, un'evenienza che fa comprendere che ogni relazione, ogni convivenza è sempre un incontro interculturale, un'amalgama tra diversi.
Ci si deve chiedere: i nuclei familiari e la scuola sono pronti a collaborare e ad accogliere la “diversità” come un'opportunità antropologica ? Non sempre di questo compito si è tutti consapevoli; le forme ed espressioni della relazione tra diversi non è impostata, in modo scontato, per attuare l'inclusione.
La “cura” degli studenti che le figure genitoriali ritengono debba essere svolta dagli insegnanti a volte non corrisponde alle intenzioni dell'integrazione solidale. Gli insegnanti educano alla libertà ed alla responsabilità, altri disfano la tela policromatica. La scuola pubblica, costituzionalmente orientata e improntata ad un un principio etico interculturale, spesso viene smentita, nel suo operato, da altre più influenti agenzie diseducative.
Che si renda evidente grazie allo scotimento di Luis, senza ipocrisie o cedendo al fascino delle rimozioni, questo dato di fatto: la scuola pubblica è e deve continuare ad essere un ambiente interculturale - che va salvaguardato per quello che è - nel quale gli stereotipi, quasi come piante velenose, non devono mettere radici, strutturando percorsi di incontro e sviluppando il pensiero divergente. Il romanzo di Sepúlveda, classico della letteratura non solo per l’infanzia, racchiude una straordinaria visione della “civiltà”, dai toni tenui, struggenti, ma anche vigorosi; abbiamo tra le mani un capolavoro che rende protagonista il lettore sospingendolo a riflettere e ad agire inglobando esigenze culturali ed etiche, a partire dai binomi di notevole rilevanza quali identità/alterità, noi/loro, accoglienza/rifiuto (rif. a Rossella Caso, op. cit). La gabbiana morente è il mondo adulto, i gatti sono l'équipe educante protesa nell'attività di insegnamento, la gabbianella rappresenta la generazione prossima, esito e causa, all'unisono, dei miglioramenti a portata di mano.
Un testo così polisemico e immaginifico che, come nella migliore tradizione delle fiabe, si apre per regalarci un ventaglio di significati sui quali poter ampiamente rappresentare prioritariamente quelli smarriti e discutere poi come poterli recuperare.
Pertanto, così Kengah diventa paradigma di ogni migrante che — come tragicamente sappiamo — non riesce a realizzare il suo desiderio e trova la morte in circostanze avverse. L'altro interpellato e che interviene nella vita però offre una seconda opportunità: la gabbiana assegna agli altri il dono di un modo inedito e migliore di convivere fra diversi. La condizione di orfanezza della gabbianella che si crede un gatto; la società felina che si interroga su questa strana creatura ma non la discrimina, anzi la protegge e la guida; i cattivi topi che guardano con altezzosità e intolleranza ciò che i gatti stanno facendo: un microcosmo che replica simbolicamente ciò che accade nel mondo, le cui dinamiche evidenziano la difficoltà del confronto, del dialogo e dell’integrazione. Dunque un libro che può essere proficuamente — e, aggiungiamo, gioiosamente — usato per insegnare a pensare ai nostri figli e alunni in maniera critica e intelligente, a riflettere proiettando sentimenti ed emozioni in un mondo distante che tuttavia è vicino all’immaginario dei meno “educati”, i più giovani (rif. a Rossella Caso, op. cit).
Luis, in definitiva, esorta alla collaborazione nell'abbattere i muri. Collaborazione innanzitutto tra chi elabora pedagogicamente per mestiere l'inclusione, progetta la formazione posta nella concreta prassi della vita scolastica di ogni giorno e coloro che dovranno accogliere i frutti di tale prezioso lavoro.
Il lascito socio-culturale, di cui all'inizio, può essere riassunto in questa massima, nota allo scrittore cileno al quale siamo grati: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Questa frase, resa celebre da Karl Marx, è in realtà presa dagli Atti degli apostoli (cfr. At 4, 35).
È Luis stesso a dircelo dando la parola alla vita, rispondendo alla domanda circa il ruolo della produzione letteraria (Intervista a Luis Sepúlveda di Elena Torre, cit. in nota) ed alludendo all'impegno nella costruzione di reti interculturali contro tutte le forme di oppressione, di colonizzazione e di razzismo: “La letteratura ha una missione etica o serve solo a raccontare storie ?” Credo innanzitutto che uno scrittore debba narrare non da un punto di vista individuale ma collettivo: deve avere come punto di partenza un generoso ‘noi’. L’opera di uno scrittore trova la sua più profonda giustificazione etica non tanto nelle cose grandi, ma in quelle piccole nella forma e grandi nel contenuto. Qualche anno fa uscivo da una libreria di Parigi e venni avvicinato da un ragazzo che avrà avuto vent’anni. Mi disse che aveva letto Un nome da torero, forse uno dei miei romanzi dove ho messo più di me stesso. Mi chiese se avevo un minuto da dedicargli e dal momento che ce l’avevo siamo andati a prendere un caffè. Vedevo che era molto emozionato, non riusciva a parlare così l’ho spronato a farlo. Mi ha raccontato di essere il figlio di Perez, massimo dirigente del Mir, ucciso dalla dittatura. Mi ha raccontato dell’odio che provava per suo padre perché era sempre assente, perché non lo accompagnava alle partite di calcio, non lo andava a prendere a scuola come tutti i suoi compagni. Leggendo il mio libro aveva capito chi fosse stato realmente suo padre e per cosa si era battuto, per cosa era morto. E allora non solo aveva capito, ma lo aveva amato, rispettato e di lui era divenuto orgoglioso. Ho realizzato proprio in quel momento la carica etica profonda della letteratura, un dovere a cui non posso certo sottrarmi”.
Giovanni Dursi © Aprile 2020
Docente M. P. I. di Filosofia e Scienze umane

1 Intervista a Luis Sepúlveda di Elena Torre, http://www.mangialibri.com/.
2 Si utilizzano le opere di E. Husserl in traduzione italiana, in questo caso con riferimenti alle edizioni della Husserliana. La traduzione italiana di Ricerche logiche è di G. Piana, Il Saggiatore, Milano 1968, 19823, vol. I,p. 267.

martedì 10 luglio 2018

“Conservazione”, “progresso”. “Destra”, “Sinistra”. La verità oltre lo storytelling

Realtà: L’ISTAT certifica l’aumento della povertà assoluta in Italia. I dati, riferiti al 2017, riguardano circa 5 milioni di individui, l’8,3% della popolazione residente, in espansione rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% del 2008. Le famiglie in povertà assoluta sono 1,8 milioni, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008). La ripresa dell’inflazione nel 2017 spiega circa la metà (tre decimi di punto percentuale) dell’incremento dell’incidenza della povertà assoluta, la restante parte deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà (Fonte: Presidente dell’ISTAT, Giorgio Alleva, in scadenza di mandato – 14 Luglio 2018 – con indennità di carica di 240.000,00 € lordi annui).
Complessivamente, si stima che nel 2017 siano in povertà assoluta 154 mila famiglie e 261 mila individui in più rispetto al 2016. Dal punto di vista territoriale, i dati provvisori mostrano aumenti nel Mezzogiorno e nel Nord, e una diminuzione al Centro. L’aumento delle famiglie in povertà assoluta è, inoltre, sintesi di una diminuzione in quelle in cui la persona di riferimento è occupata, e di un aumento in quelle in altra condizione.
Inoltre, un milione di famiglie è senza lavoro, sono raddoppiate in 10 anni. Nel 2017 in 1,1 milioni di famiglie italiane “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione”, pari a 4 famiglie su 100, in cui non si percepiva dunque alcun reddito da lavoro, contro circa la metà (535mila) nel 2008. “Di queste, – dice Alleva – più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)” (Fonte: ANSA).
Politica: … Ehm. Secondo il timbro col quale viene pronunciata può sottolineare un moto di incertezza, di imbarazzo, di incredulità, o di indifferenza, riassumere una larvata minaccia (Non si lasci scappar parola… altrimenti… ehm! aveva detto uno di que’ bravi – “I promessi sposi” di A. Manzoni, 1827) o semplicemente servire di avvertimento per qualcuno che parla a interrompere o cambiar discorso.
Conservazione”, “progresso”. “Destra”, “Sinistra”. La verità oltre lo storytelling
«Ogni nuova verità nasce nonostante l’evidenza», Gaston Bachelard
Per avviare il discorso sulla “conservazione” nella società contemporanea, si propone qui una riflessione sui cambiamenti economico-sociali e politico-culturali in atto che riguardano, prevalentemente, la forma e non la sostanza dei rapporti sociali. Più precisamente, si ritiene che all’orizzonte non sia affatto possibile scorgere nuove strutturazioni e/o ribaltamenti gerarchici nella “composizione” [1] e “situazione” [2] di classe su scala planetaria; semmai, alcuni aspetti di costume “politically correct” hanno distolto l’attenzione dai processi di emancipazione storico-sociale, ritenuti ormai quasi inessenziali, considerata, con pervicacia antistorica ed antiteorica, l’inalterabilità della dimensione mercantile ed interdipendente delle formazioni economico-sociali nell’odierno capitalismo globale [3].
Tra l’altro, le alternative di costume [4] – apparenze fenomeniche di mutamenti affatto fondativi di un inedito vivere sociale – non procurano gli effetti auspicati, bensì sono esse stesse congegnate come perfettamente funzionali all’attuale consolidamento del cosiddetto capitalismo post-borghese e post-proletario. Ecco perché la categoria filosofico-politica della “conservazione” è quella che meglio s’adatta all’odierno scenario nell’interpretare le tipiche dinamiche delle attuali formazioni economico-sociali. Infatti, “conservazione” non significa “inazione”, “immobilismo”, “stasi”, “blocco nostalgico”; palesa semanticamente, viceversa, l’azione del “mantenére”, l’agire in modo che il presente, con le sue caratteristiche, duri a lungo, perduri appunto, rimanga in essere e in efficienza; questa accezione mette in rilievo l’intenzione, l’opera, i mezzi volti a tal fine; evidenzia, dunque, il ruolo indispensabile della soggettività che orienta i comportamenti nel far rimanere la situazione sociale in una determinata stabile condizione, oltre la quale non vuole andare.
Le battaglie sociali di retroguardia – quelle sui “diritti” sociali e politici, ad esempio –, rispetto a quella centrale per il “potere”, sono diventate, quindi, veri e propri ostacoli culturali per l’elaborazione di un pensiero e di una cultura efficacemente anticapitalistiche e delle correlate prassi antagoniste.
Concentrare su questo tema – la “conservazione” – il pubblico dibattito è arduo perché si rischia il fraintendimento o il linciaggio da parte delle vestali della realpolitik ignare queste ultime, in verità, del fallimentare problem solving connesso al “pragmatismo” che avrebbe dovuto secolarmente generare.
Le critiche a questa analisi sono fin troppo chiaramente presenti nella coscienza di chi scrive; tuttavia, rinunciare non favorirebbe il superamento del pregiudizio tardo-illuminista, veicolato dal positivismo e contrastato dal marxismo, secondo cui non potrebbe essere realizzato se non ciò che storicamente si realizza. Scrive a suo modo, in proposito, Il giovane favoloso (rif. al film del 2014 diretto da Mario Martone), Giacomo Leopardi (rif. al Canto XXXIV – La ginestra, o fiore del deserto, 1836): Dipinte in queste rive Son dell’umana gente Le magnifiche sorti e progressive. Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco, Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti, e volti addietro i passi, Del ritornar ti vanti, E proceder il chiami. Distaccandosi dal lirismo, più in generale, le definibili magnifiche sorti e progressive ci portano ad affermare che, secondo il pregiudizio tardo-illuminista, l’umanità avrebbe operato indefessamente, pur nell’affiorare di contraddizioni, pur nell’inevitabilità dei conflitti e del fiorire di dilemmi teorico-pratici, per il progresso economico, tecnico, scientifico, sociale e politico dei popoli. A questa errata convinzione è necessario opporre domande obiettive riguardo alla realtà della condizione umana 5 e sulla sua configurazione attuale circa il possesso d’una specifica dimostrazione di verità sul raggiunto “progresso”. Pertanto, ci si propone di scomporre questi interrogativi in due delimitate questioni, che saranno affrontate in successione.
  • La prima può essere così formulata: esiste una comprensione “obiettiva” dell’idea di progresso consegnataci dalla rivoluzione socio-culturale, prima che politico-istituzionale, dell’intraprendente borghesia del Settecento europeo? Esiste, cioè, un’ermeneutica super partes di questa nozione, capace di metterne in luce aspetti nuovi e originali rispetto a quanto farebbero l’organizzazione economica della società, la filosofia o le scienze, di chiarire eventuali ambiguità o esplicitarne meglio le implicazioni?
  • La seconda quaestio alla quale si giunge è la seguente: può l’interpretazione di classe, il punto di vista partigiano, aiutare a comprendere i rapporti che intercorrono fra progresso economico-sociale, scientifico e progresso umano, la dinamica delle loro interazioni, ma anche le condizioni richieste per una loro convergenza?
In ambedue i casi ci si chiede, in definitiva, cosa il tempo presente possa aggiungere ad un ragionamento sul “progresso” e, specularmente, sulla “conservazione”.
Come chiosa a queste riflessioni, si riferisce la formulazione, per certi versi la più avanzata nonostante l’aspetto feuerbachianamente alienato, dell’idea di progresso decodificata come “sviluppo umano”: secondo la definizione dell’United Nations Development Programme, esso consiste in «un processo di ampliamento delle possibilità umane che consenta agli individui di godere di una vita lunga e sana, essere istruiti e avere accesso alle risorse necessarie a un livello di vita dignitoso», nonché di godere di opportunità politiche economiche e sociali che li facciano sentire a pieno titolo membri della loro comunità di appartenenza.
Gli obiettivi generali dello sviluppo umano sono i seguenti:
* promuovere la crescita economica sostenibile, migliorando in particolare la situazione economica delle persone in difficoltà; * migliorare la salute della popolazione, con attenzione prioritaria ai problemi più diffusi e ai gruppi più vulnerabili; * migliorare l’istruzione, con priorità all’alfabetizzazione, all’educazione di base e all’educazione allo sviluppo; * promuovere i diritti umani, con priorità alle persone in maggiore difficoltà e al diritto alla partecipazione democratica; * migliorare la vivibilità dell’ambiente, salvaguardare le risorse ambientali e ridurre l’inquinamento.
Al posto degli indicatori che si riferiscono alla sola crescita economica (come il prodotto nazionale lordo), che nulla dicono degli squilibri e delle contraddizioni che stanno dietro alla crescita, l’U.N.D.P. utilizza dal 1990 un nuovo indicatore di sviluppo umano (ISU o HDI nell’acronimo inglese).
Bisogna riconoscere che corrispondere in maniera conoscitiva alle problematiche poste va incontro ad alcune difficoltà. Nei riguardi della prima, circa l’esistenza di una specifica ermeneutica teleologica di progresso, va osservato che molte delle visioni filosofico-politiche sul tema affondano le loro radici proprio nel pensiero classista borghese e in alcuni casi ne rappresentano sviluppi, ma anche derive e radicalizzazioni.
Sarebbe difficile scrivere una storia dell’egemonia economica e culturale della borghesia, fino all’assetto globale della contemporaneità, eterodiretto dall’Occidente, senza chiamare in causa categorie originariamente elaborate dal processo rivoluzionario che ha fatto i conti con l’ancien régime (ricordiamo che con il colpo di Stato del 9 termidoro, il 27 Luglio del 1794, le vicende volgono verso altre mete determinando l’ascesa di Napoleone); se non lo si fa è perché queste vengono di solito implicitamente assunte, non più tematizzate verificandone l’applicazione storica, o in alcuni casi perfino espropriate dei loro originari significati.
In merito alla seconda domanda, quella inerente le eventuali luci che i principi di uguaglianza, libertà e fratellanza, precocemente abbandonati, avrebbero gettato sul rapporto fra progresso economico-sociale, scientifico, tecnico e progresso umano, la difficoltà nasce da alcune visioni oggi non più compresse e non più comprimibili nell’ideologia della classe dominante, come ad esempio quella di una supposta dialettica armonia fra ragione capitalistica e democrazia, fra materialità dell’esistenza e sistema giuridico-valoriale, fra scienza e umanesimo, fra poteri e popoli, che finisce col condizionare anche la comprensione del rapporto fra ciò che è umanamente rivendicabile e ciò che è ritenuto oggetto di immodificabile, totalitaria organizzazione (secondo il criterio di naturalizzazione dei fatti storici) dei rapporti di produzione e di riproduzione della vita sociale. Desiderando sintetizzare, si può dire che la tela può più volte essere dipinta, ma sempre all’interno d’una stessa cornice, mentre è il perimetro del quadro oltre che l’effige a caratterizzarne la qualità; nel caso in questione, l’estensione del capitalismo e la tutela di società e natura (rif. a K. Polanyi).
Solo lasciando alla storia e non alla storiografia la libertà di impiegare le proprie potenzialità piuttosto che affidarsi alla retorica ed all’apparato teorico categoriale, sarà possibile superare alcuni schemi predeterminati e giungere perfino a suggerire, come si mostra in questo intervento, che progresso economico-sociale ed emancipazione umana sono, per la ricerca non prezzolata, intimamente legati. Un vero progresso non può che essere progresso sociale, ed una vera emancipazione umana non può che includere in sé, come sua dimensione costitutiva, un vero ed irreversibile avanzamento nelle forme storiche dei rapporti sociali.
Pertanto, vigente tutt’ora il sistema capitalistico-borghese [6] (i cui prodromi sono di epoca remota e affondano alcune delle proprie radici nell’Europa tardo-medioevale, in particolare in quel protocapitalismo finanziario e commerciale incarnato dalla figura dei mercanti imprenditori e dalla fenomenologia dell’accumulazione originaria), nient’altro si può affermare che la sussistenza strutturale d’una compatibilità tra “conservazione” e regime politico planetario. Tale compatibilità non è mai stata scalfita in oltre quattro secoli, nonostante la legislazione sociale, il Welfare State universalistico, la fuoriuscita nominale dallo schiavismo che autorizza alcuni a ritenere avvenuto un miglioramento delle condizioni di vita senza precedenti nella storia dell’umanità mettendo sotto silenzio in quali circostanze e come avesse avuto origine e come continua tutt’ora l’accumulazione di ingenti somme di danaro che sole hanno potuto avviare e consolidare la grande produzione capitalistica e la “società di massa”.
Per valutare quale contributo la borghesia abbia recato all’idea di progresso non è la concezione imprenditoriale della tecnica o del lavoro umano che va messa a tema, perché un rapporto fra capitalismo e progresso coinvolge comunque in primis la concezione della storia e della libertà, e solo secondariamente l’emancipazione umana dallo sfruttamento e la riconciliazione tra lavoro manuale ed intellettuale nella generalità delle persone. Questo perché la “rivoluzione borghese”, nell’ambito dell’affermazione definitiva del modello capitalistico, ha sostituito funzioni ed inventato “figure” sociali, ma non ha alterato la gerarchia del comando politico a difesa dei propri interessi economici sussumendo, nella logica del profitto, le classi subalterne.
Forgiata soprattutto nella “modernità”, l’idea di “progresso” contrapposta a quella di “conservazione”, viene ampiamente perfezionata nel Seicento da Francesco Bacone e da Cartesio, allo stesso modo nel Settecento con la fondamentale stagione illuministica che si immette nell’indirizzo di pensiero positivista di Comte e trova, successivamente, un importante crocevia rappresentato dall’Idealismo hegeliano il cui portato filosofico darà più tardi origine a commistioni con le utopie veicolate nell’Ottocento dal socialismo non scientifico. Nel crocevia idealistico-hegeliano avviene la contaminazione di tutti i discorsi filosofico-politici provenienti da altri “luoghi” teorici e delle diverse opzioni culturali al punto tale da agevolmente incorporare nei pur disparati impianti teorici lo sviluppo dello Spirito come concettualità aprioristica assumendone, ciascun impianto, conseguentemente, i caratteri del determinismo, dell’autorealizzazione e della totalità.
Il punto in questione è che tutte queste visioni, da Bacone fino alla “rottura epistemologica” (rif. a Gaston Bachelard e, in particolare, a Louis Althusser) di Marx, nascono e prendono forma grazie a concezioni e categorie introdotte dal superamento dell’oscurantismo medievale, o che hanno comunque in esso le loro radici oppositive [7]. Inoltre, non poche delle risorgenti utopie politiche o sociali dell’epoca moderna con propaggini nella contemporaneità, anch’esse fondate sull’idea di progresso, si basano su idee e concezioni proprie di un idealismo borghese alle quali però, come da tempo è stato osservato (rif. a Romano Guardini ne La fine dell’epoca moderna, 1950), è rimasto solo il guscio esteriore e sono pertanto condannate a esaurirsi o ad impazzire, venendo a mancare, a motivo del materialismo e della secolarizzazione, la linfa spirituale che le sosteneva e che generava con il misticismo logico l’equazione tristemente nota tra “ragione “ e “realtà”.
Guardare l’andamento storico obiettivo delle vicende umane significa fare esperienza del movimentato assetto della “conservazione”, della conoscenza scientifica mediante la diuturna osservazione dell’attitudine alla riconferma del potere classista statuito, del recepire lo storytelling del comando sociale come “conoscenza” delle contraddizioni e non come “l’adattivo ed omologante racconto di un’esperienza”, efficace per manipolare le menti ottenendone la subalternità e passività. La conoscenza operativa genera una possibilità: avanzare alla volta di un effettivo oltre, dirigendosi collettivamente verso un obiettivo di irreversibile liberazione.
Giovanni Dursi
Note
[1] Ci si riferisce all’elemento soggettivo, leggendo lo stesso sviluppo capitalistico, la tecnologia, l’organizzazione del lavoro posto come esito perennemente in divenire dei rapporti di forza tra le classi; pertanto, l’accumulazione non è governata esclusivamente da leggi oggettive, ma riflette il continuo gioco tra iniziativa del capitale e comportamenti dei proletari. Come è stato osservato (intervento di Salvatore Cominu all’incontro sulla “composizione di classe” nel ciclo COMMONWARE di autoformazione di Piacenza, 3 Marzo 2014 ), Sergio Bologna, all’epoca giovane militante e in seguito promotore di una delle principali esperienze intellettuali del marxismo degli anni Settanta, la rivista Primo Maggio, al precedente ciclo di incontri COMMONWARE, ha fornito della composizione di classe la seguente definizione“capire”: «la classe per come si dà “nel processo produttivo e in rapporto con l’organizzazione tecnica, ma anche per cosa pensa, come vive, di quali valori, desideri, aspettative è portatrice”. E certamente l’idea che l’operaio taylor-fordista fosse diverso, per valori, atteggiamento verso il lavoro, l’azienda, la professionalità, dalla vecchia generazione in possesso di un “mestiere”, ha rappresentato la principale intuizione politica dei Quaderni Rossi». Fonte: COMMONWARE – GENERAL INTELLECT IN FORMAZIONE (web site).
[2] Si ritiene adeguata la seguente definizione: “Il sistema delle disuguaglianze strutturali di una società, nei suoi due principali aspetti: quello distributivo, riguardante l’ammontare delle ricompense materiali e simboliche ottenute dagli individui e dai gruppi di una società e quello relazionale, che invece ha a che fare con i rapporti di potere esistenti tra essi” (rif. A. Bagnasco, 1997).
[3] Rif. a “Capitalismo e globalizzazione”, di Nerio Nesi e Ivan Cicconi, Prefazione di Luciano Canfora, biblio-sitografia e contestualizzazione a cura di Giovanni Dursi, Koinè Nuove Edizioni, 2002
[4] In questa sede ci si riferisce alla potenzialità del classico tradeunionìsmo di mobilitazione e di unificazione di diverse soggettività sociali, all’interno della complessa organizzazione della vita pubblica, la cui azione rivendicativa non intacca il carattere di merce dei beni prodotti dal lavoro e delle relazioni di mercato che vengono estesi anche a moneta, terra, ambiente, non più fuori dalla produzione, alle attività di cura e sociali.
[5] Per approfondimenti, si propone la lettura di Mutamenti della struttura di classe in Italia di Alberto Baldissera, il cui testo integrale è in https://journals.openedition.org/qds/1470.
[6] Per capitalismo (termine entrato in vigore solo nei primi decenni del XIX secolo) si intende un insieme di condizioni e relazioni socioeconomiche quali: la proprietà privata dei mezzi di produzione; la libertà di perseguire il profitto, in conseguenza dell’investimento del proprio capitale nel giro degli affari, con criteri di razionalità e quindi di efficienza; l’esistenza di una manodopera che vende al capitalista la propria forza lavoro in cambio di un salario; il comando, da parte del detentore del capitale, sulle modalità del processo produttivo e di accesso dei prodotti stessi al mercato; la propensione all’investimento di nuovi capitali per l’innovazione delle tecnologie; la logica dell’allargamento del mercato come conseguenza del progresso e come presupposto per l’accaparramento di materie prime; il proseguimento e l’allargamento dell’impresa in un contesto globale segnato dalla concorrenza tra imprese. Non vi è dubbio che il capitalismo in quanto sistema assunse una sua fisionomia compiuta tra XVIII e XIX secolo, durante la rivoluzione industriale, trovando la sua più tipica espressione nella fabbrica come luogo di concentrazione delle macchine, del ciclo di lavorazione e degli operai salariati inquadrati in una definita organizzazione del lavoro. Di qui il concetto e la realtà del capitalismo industriale.
[7] Sarebbe sufficiente una lettura dei capitoli centrali delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel (postume, 1837) per rendersene conto: qui la fenomenologia dello Spirito che si realizza nella storia, giungendo alla sua autocoscienza come Assoluto, è spiegata in costante dialogo, quasi in parallelo, con il fine soprannaturale della religione cristiana, tanto il processo di perfezionamento ascetico del singolo, come quello di universale glorificazione di Dio.
FONTE
https://www.mentinfuga.com/

venerdì 14 ottobre 2016

Cantare il Rinascimento

Paolo Buonvino & Skin – Renaissance (dalla serie TV “I Medici”)



http://www.insr.it/
La classica interpretazione, che ha avuto molta fortuna, da parte di Burckhardt, vuole contrapposti un Medioevo profondamente religioso e un Rinascimento irreligioso, paganeggiante e antropocentrico. Più tardi però verà rifiutata questa tesi e si propenderà più per la riscoperta di un Rinascimento anch’esso religioso, ma che accoglie la spiritualità in maniera rinnovata.  Sarà la critica più recente, con a capo Garin, che abbandonerà lo studio dettagliato della struttura interna del Rinascimento e si concentrerà nella ricerca di una “originalità nella continuità”.
http://www.studiculturali.it/index.php



giovedì 13 ottobre 2016

A Bob Dylan il Nobel per la letteratura 2016

«Ha creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana» LINK: 

La scelta di Bob Dylan, al secolo Robert Allen Zimmerman, 75 anni, è sicuramente condivisa da gran parte di quella generazione, che, tra gli anni ’60 e ’70, si trovò sulle spalle il fardello della ricerca di nuovi ideali sui quali basare la società del futuro, ideali che, in parte vennero cantati dal folk singer americano, che a sua volta si era ispirato ai cantautori che già sventolavano la bandiera del pacifismo, della difesa dei diritti umani e dell’ambiente.

- Bob Dylan - Hurricane Live 1975



- Mr. Tambourine Man (Live at the Newport Folk Festival. 1964)

lunedì 4 luglio 2016

Note per la cultura - 6 - A volte capita di pensare, scrivere, agire ...

Serietà, a proposito della fatica del concetto. Gli stereotipi sulla realtà confliggono con il rigore di un pensiero esplorativo, indagatore, che tutto è propenso a spiegare senza pretendere di poterlo, esaustivamente, fare. La serietà risiede nella consapevolezza dei limiti, di lucide demarcazioni e dell'empiria e della ragione. L'esperienza conoscitiva non può che essere soggettiva, mai risolvendosi nel solipsismo. L'uso adeguato della ragione consente di superare i confini del “soggettivismo” aprendosi all'accertamento dimostrativo, alla diagnosi dei fatti dei quali ci si occupa, alla conquista di verità che allude all'oggettività, stabiliti metodi, criteri, lessico esplicativo e verificata la tenuta teorica di quanto si va ad apprezzare cognitivamente. 
Serietà intellettuale è, dunque, un sistema che integra l'intelligenza all'etica, genera le condizioni della ragione, orienta verso un atteggiamento disciplinato che non si fa irretire da scorciatoie pseudoculturali, da suggestive intuizioni, da esigenze personali, da squallidi interessi di supremazie pseudointelletuali. Serietà è umiltà, è immersione nella realtà, priva di forzature o velleità, è pronta revisione di percorsi erronei di conoscenza, è aprirsi all'incondizionato. La premessa alla serietà è la libertà, come autonomia di giudizio e come assunzione esplicita di responsabilità. Ogni deroga interpretativa presta il fianco all'ambiguità, ad una semantica distorcente, deviante, compromissoria. La matrice della conoscenza è l'onestà intellettuale, il libero ricercare che si oppone all'accondiscendenza o all'ignavia. La fatica del comprendere la realtà è spia rivelatrice d'una serietà colta operativamente nel suo incedere autorevole ed utile stratificando informazioni, creando un palinsesto – suscettibile di modifica ed integrazione – di significati che apre al “senso” ultimo dell'attività conoscitiva umana. La verità è dentro (si nasconde) un ricettacolo di artefatti di pensiero, un contenitore gnoseologico dell' “umano”, rappresentando la linea di separazione tra la logica e l'approssimazione retorica, tra dialettica ed i dogmi.

giovedì 31 marzo 2016

G T

Gianmaria Testa, classe 1958, viveva nelle Langhe in Piemonte, eppure c’è voluta la Francia per scoprirlo (Nicole Courtois Higelin, la sua prima produttrice francese) ... Da quando ha mandato al Festival di Recanati la sua cassetta registrata chitarra e voce, vincendone il primo premio una prima volta nel ’93 e poi di nuovo nel ’94, sono passate un bel po’ di cose: sei dischi -Montgolfières (1995), Extra-Muros (1996), Lampo (1999), Il valzer di un giorno (2000), Altre Latitudini (2003) e l’ultimo Da questa parte del mare (2006)-, più di 1500 concerti in Francia, Italia, Germania, Austria, Belgio, Canada, Stati Uniti, Portagallo, quattro serate tutte esaurite all’Olympia e una lunga teoria di articoli omaggianti sui principali giornali (“Le Monde” in testa).
In Italia il percorso è stato un po’ più complicato e difficile perché condotto davvero senza compromessi, con pochissime apparizioni Tv o passaggi radiofonici e nessun tipo di pubblicità. La sua vera forza è stata ed è ancora il passaparola. Chi va ad un suo concerto non riesce a dimenticarlo: l’emozione nasce palpabile e si divide tra tutti; Gianmaria scherza coi suoi musicisti ed è naturalmente comunicativo; i testi sono belli, sono semplici, sono piccole poesie che parlano della vita e che vivono anche al di là della musica; e lei, la musica, insieme ad una voce che si muove tra rauche asprezze e teneri velluti, i testi li trasporta, li puntualizza, li sottolinea.

Perché le cose cominciassero a cambiare anche in Italia c’è voluto -paradossalmente- Il Valzer di un giorno, quarto disco della sua carriera e il primo di produzione totalmente italiana, che è forse il suo lavoro più ‘difficile’: canzoni riportate alla loro forma più nuda ed essenziale, due chitarre e voce soltanto.

A seguito dell’uscita del disco, nella Stagione 2000/2001 Gianmaria Testa ha realizzato una tournée che l’ha portato in alcuni dei più importanti e prestigiosi teatri italiani: dal Teatro Regio di Torino al Valle di Roma, dal Duse di Bologna, alla Pergola di Firenze, per non citarne che alcuni.

Nel marzo 2001 Il valzer di un giorno è uscito anche in Francia e nel resto d’Europa con l’etichetta Harmonia Mundi, riscontrando un unanime consenso di critica e pubblico. Ad oggi ha superato le 100 mila copie vendute in tutta Europa.

Moltissime le collaborazioni con altri musicisti italiani del jazz e del folk: da Gabriele Mirabassi e Enzo Pietropaoli a Paolo Fresu; da Rita Marcotulli a Riccardo Tesi (col quale ha dato vita al “Progetto Saramago”, una sorta di omaggio al grande nobel per la letteratura); da Enrico Rava (insieme al quale ha presentato con grande successo per Fuorivia Guarda che luna!, spettacolo dedicato alla figura di Fred Buscaglione che ha visti protagonisti, oltre a loro, la Banda Osiris, Stefano Bollani, Enzo Pietropaoli e Piero Ponzo) a Battista Lena per il quale ha fatto la voce recitante e ha cantato nel suo ultimo lavoro discografico (I cosmonauti russi) dedicato alla navicella spaziale MIR, sempre prodotto da Fuorivia.
A settembre 2003 un’altra esperienza importante: lo spettacolo Attraverso realizzato al Festival della Letteratura di Mantova per Produzioni Fuorivia con Erri De Luca, Marco Paolini, Mario Brunello, Gabriele Mirabassi.
Il 24 ottobre 2003 è uscito in tutta Europa, Canada e Stati Uniti un nuovo disco, Altre Latitudini (Harmonia Mundi / Ird),14 canzoni di amore trovato o perso per le quali hanno suonato alcuni grandissimi musicisti (Mario Brunello, Enrico Rava, Rita Marcotulli, David Lewis, Gabriele Mirabassi, Luciano Biondini, Fausto Mesolella, ecc.). Altre Latitudini è stato presentato in Francia per una settimana al Café de la Danse di Parigi e in Italia per una settimana al Teatro Gobetti di Torino. A questi hanno fatto seguito naturalmente altri concerti (al Nuovo Auditorium di Roma, al Teatro Rossini di Pesaro, al Teatro Alfieri di Asti, ecc.). In estate è stato presentato anche in Canada, al Festival di Québec, oltre che in Germania, Austria e Olanda. Nel novembre 2005 è stata programmata un’importante tournée negli Stati Uniti (New York, Los Angeles, Cleveland e Chicago) che ha riscosso molto successo.
Da ricordare, per il 2004, due altre produzioni importanti alle quali Gianmaria ha preso parte: RossinTesta, viaggio surreale con Paolo Rossi e Chisciotte e gli invincibili, da un testo inedito di Erri De Luca. Quest’ultimo ha girato per 4 stagioni con grande successo in Italia e nel 2008 ha iniziato anche un suo percorso francese con spettacoli a Grenoble, Parigi, Calais… e un dvd edito da Gallimard.
Alla fine ottobre 2005 è stata distribuita una nuova versione, completamente rimasterizzata e con una nuova veste grafica dell’album Extra-Muros, ormai introvabile sul mercato
Il 13 ottobre 2006 è uscito il suo nuovo lavoro discografico, DA QUESTA PARTE DEL MARE, un concept album totalmente dedicato al tema delle migrazioni moderne, una riflessione poetica, aperta e senza demagogia sugli enormi movimenti di popoli che attraversano questi nostri anni. Sulle ragioni, dure, del partire, sulla decisione, sofferta, di attraversare deserti e mari, sul significato di parole come “terra” o “patria” e sul senso di sradicamento e di smarrimento che lo spostarsi porta sempre con sé. A qualsiasi latitudine. Prodotto da Paola Farinetti per Produzioni Fuorivia, ha la direzione artistica di Greg Cohen. Da segnalare la presenza di Bill Frisell accanto a quella dei musicisti che da sempre collaborano con Gianmaria: Gabriele Mirabassi, Paolo Fresu, Enzo Pietropaoli, Philippe Garcia, Luciano Biondini, Claudio Dadone, Piero Ponzo.
Da questa parte del mare ha ricevuto la TARGA TENCO 2007 come miglior album dell’anno. Dopo una presentazione a Parigi (L’Européen dal 17 al 21 ottobre 2006), il nuovo disco sarà presentato anche in Italia (il 25 ottobre al Teatro Regio di Torino, il 26 ottobre al Teatro Modena di Genova, il 27 e il 28 ottobre alla Galleria Toledo di Napoli, ecc.), in Germania e Austria (dicembre 2006), in Olanda (The Hague Jazz Festival – 18 e 19 maggio 2007) e in Canada (Festival di Québec – 15 luglio 2007). Il 25 maggio 2008 è stato presentato anche al Joe’s Pub di New York con un bel sold out.
Per l’inizio del 2009 è prevista l’uscita di un nuovo cd: per la prima volta Gianmaria presenterà un LIVE -“SOLO-dal vivo”, il titolo dell’album- frutto della registrazione di un concerto in solo all’Auditorium di Roma. Il disco uscirà in Italia il 19 gennaio con EGEA RECORDS e nel resto del mondo il 12 febbraio con l’etichetta HARMONIA-MUNDI / LE CHANT DU MONDE. La presentazione al pubblico avverrà nel mese di MARZO 09 con concerti a Parigi, Milano, Roma, Bruxelles, Amsterdam, Berlino, Vienna e in altre città.
Per ulteriori notizie, dal sito del cantautore: gianmaria TESTA
Alcune opere  di Gianmaria Testa

Da questa parte del mare Album musicale di Gianmaria Testa
http://www.gianmariatesta.com/news-italiano/