menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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venerdì 14 ottobre 2016

Cantare il Rinascimento

Paolo Buonvino & Skin – Renaissance (dalla serie TV “I Medici”)



http://www.insr.it/
La classica interpretazione, che ha avuto molta fortuna, da parte di Burckhardt, vuole contrapposti un Medioevo profondamente religioso e un Rinascimento irreligioso, paganeggiante e antropocentrico. Più tardi però verà rifiutata questa tesi e si propenderà più per la riscoperta di un Rinascimento anch’esso religioso, ma che accoglie la spiritualità in maniera rinnovata.  Sarà la critica più recente, con a capo Garin, che abbandonerà lo studio dettagliato della struttura interna del Rinascimento e si concentrerà nella ricerca di una “originalità nella continuità”.
http://www.studiculturali.it/index.php



lunedì 4 luglio 2016

Note per la cultura - 6 - A volte capita di pensare, scrivere, agire ...

Serietà, a proposito della fatica del concetto. Gli stereotipi sulla realtà confliggono con il rigore di un pensiero esplorativo, indagatore, che tutto è propenso a spiegare senza pretendere di poterlo, esaustivamente, fare. La serietà risiede nella consapevolezza dei limiti, di lucide demarcazioni e dell'empiria e della ragione. L'esperienza conoscitiva non può che essere soggettiva, mai risolvendosi nel solipsismo. L'uso adeguato della ragione consente di superare i confini del “soggettivismo” aprendosi all'accertamento dimostrativo, alla diagnosi dei fatti dei quali ci si occupa, alla conquista di verità che allude all'oggettività, stabiliti metodi, criteri, lessico esplicativo e verificata la tenuta teorica di quanto si va ad apprezzare cognitivamente. 
Serietà intellettuale è, dunque, un sistema che integra l'intelligenza all'etica, genera le condizioni della ragione, orienta verso un atteggiamento disciplinato che non si fa irretire da scorciatoie pseudoculturali, da suggestive intuizioni, da esigenze personali, da squallidi interessi di supremazie pseudointelletuali. Serietà è umiltà, è immersione nella realtà, priva di forzature o velleità, è pronta revisione di percorsi erronei di conoscenza, è aprirsi all'incondizionato. La premessa alla serietà è la libertà, come autonomia di giudizio e come assunzione esplicita di responsabilità. Ogni deroga interpretativa presta il fianco all'ambiguità, ad una semantica distorcente, deviante, compromissoria. La matrice della conoscenza è l'onestà intellettuale, il libero ricercare che si oppone all'accondiscendenza o all'ignavia. La fatica del comprendere la realtà è spia rivelatrice d'una serietà colta operativamente nel suo incedere autorevole ed utile stratificando informazioni, creando un palinsesto – suscettibile di modifica ed integrazione – di significati che apre al “senso” ultimo dell'attività conoscitiva umana. La verità è dentro (si nasconde) un ricettacolo di artefatti di pensiero, un contenitore gnoseologico dell' “umano”, rappresentando la linea di separazione tra la logica e l'approssimazione retorica, tra dialettica ed i dogmi.

sabato 18 giugno 2016

“Across Chinese Cities”, tra Marco Polo e Calvino


È un ponte tutto di pietra largo otto passi e lungo duemila che è la larghezza del fiume stesso. Porta ai due lati per tutta la loro lunghezza colonne di marmo che sostengono il tetto del ponte: e il ponte è coperto da un tetto di legno tutto istoriato e dipinto riccamente. Ci sono su questo ponte da una parte e dall’altra molti casottini di legno dove si vendono mercanzie e prodotti vari, ma non sono stabili: si montano la mattina e si smontano la sera. E qui si fa il commercio per il Gran Signore e vi sono quelli che riscuotono la sua rendita cioè il diritto che egli ha sulle mercanzie che si vendono sul ponte. E sappiate che il diritto del ponte si può calcolare in un valore minimo intorno ai mille bisanti d’oro per giorno.
Marco Polo, Il Milione cap. CXV, 1298 (scritto in italiano da Maria Bellonci, 1982)

Marco Polo insegna, sempre. La sua descrizione del Ponte Anshun (letteralmente ‘Pacifico e fluente’) a Chengdu potrebbe aver ispirato la costruzione, nella prima metà del XV secolo, di due file di negozi sul Ponte di Rialto - lungo solo 48 metri, ma per secoli cuore nevralgico dei commerci - all’epoca nella versione in legno strutturale risalente al 1250 circa. Quel che è certo è che i proventi derivanti dall’affitto dei negozi venivano riscossi dalla Tesoreria di Stato della Repubblica Serenissima di Venezia con modalità simili a quelle attuate dal Gran Kan a “Sindufu”, come Polo denomina la città capoluogo della provincia Sichuan.
A oltre sette secoli dal viaggio che il mercante e ambasciatore veneziano descrisse nel Milione - la prima vera enciclopedia geografica - la Cina torna da grande protagonista a Venezia, in occasione di Biennale Architettura 2016, e non solo per la mostra "Daily Design Daily Tao" curata da Liang Jingyu che trova spazio nel Padiglione governativo all’Arsenale: nella sede IUAV di Ca’ Tron, sul Canal Grande, c’è l'Evento collaterale "Across Chinese Cities - China House Vision". Entrambe le esposizioni sono state inaugurate dal viceministro della Cultura Yang Zhijin, arrivato a Venezia per ribadire “gli stretti legami con questa città piena di poesia, modello di integrazione tra civiltà antica e moderna, come un luogo sacro del tardo Rinascimento”. A fare gli onori di casa, la veneziana Laura Fincato - cittadina onoraria di Suzhou, ha ricevuto il Cultural Exchange Contribution Award del Ministero della Cultura Cinese conferito dalla Vicepremier Liu Yandong - la quale ha sottolineato che “grazie anche al lavoro di Zheng Hao, vicedirettore del ministero della Cultura, negli ultimi quattro anni 80 delegazioni di importanti città sono venute a Venezia per mantenere e rafforzare i rapporti di amicizia. Desideriamo tutti, come veneziani, come italiani, che queste relazioni diventino sempre più profonde e importanti”. Principi ribaditi anche da Massimiliano De Martin, assessore comunale all’Urbanistica, che ha sottolineato come "Marco Polo non costruì solo la via della seta: ridusse le distanze tra culture e popoli. Ora siamo qui per parlare di contemporaneità". Parole pronunciate alla presenza di media cinesi nella Sala Giunta grande di Ca’ Farsetti, dove sono state ricevute le delegazioni di “Across Chinese Cities” e di Chengdu (città ospite 2016), che vanta 4.500 anni di storia ed è riconosciuta dall’Unesco sia per il suo patrimonio culturale che per quello naturale: è il regno dei panda. Chengdu ha 13 milioni di abitanti, ma sono 17 milioni nell’area: è la quarta città della Cina per popolazione, turismo ed economia. “Ci auguriamo che questo incontro segni l'inizio di relazioni per scambi nei settori istruzione, cultura, cibo" hanno risposto Bo Luo, vicesindaco esecutivo di Chengdu, e Houlei Duan, direttore generale dell’Information Bureau della provincia di Sichuan.
“Across Chinese Cities” è parte dell’omonimo programma internazionale organizzato e promosso dalla Beijing Design Week (BJDW) guidata da Vittorio Sun Qun, che si prefigge di generare ricerca e contenuti inediti relativi al produrre, pensare e vivere la ‘condizione urbana’ della Cina contemporanea, e così offrire accesso al sapere pratico e teoretico che scaturisce dall’incontro delle sue incessanti sfide ed ambizioni.
Curata da Beatrice Leanza (BJDW) e da Michele Brunello (DONTSTOP Architettura), la mostra costituisce una iterazione dal progetto “House Vision”, piattaforma Panasiatica di ricerca e sviluppo pluridisciplinare lanciata e co-curata dai designer Kenya Hara (direttore creativo del brand Muji) e Sadao Tsuchiya in Giappone dal 2013. “House Vision” è una esplorazione in ‘futuribilità applicata’ nel campo dell’abitare domestico, esercitato da team formati da progettisti nell’architettura e industrie leader di vari settori, accoppiate al fine di realizzare nuove visioni di ‘casa e forme dell’abitare’ che rispondano a complessità urbane esistenti, trasformazioni degli stili di vita e necessità umane. Una riflessione sulla condizione abitativa del futuro, soprattutto in Asia: dopo il lancio di House Vision China a Milano in occasione di Expo 2015, quest’anno a Venezia vengono mostrati i primi risultati delle ricerche svolte da 12 studi di architettura dislocati in tutta la Cina.
"L’allestimento di 'Across Chinese Cities - China House Vision' disegna uno spazio domestico e pubblico, lanciando la sfida di cambiare le città a partire dalla liberazione dei desideri individuali che si proiettano sulla casa, al di fuori di ogni omologazione - spiega Brunello -. Quello che oggi costituisce la differenza sociale, e cioè la personalizzazione della propria casa secondo i propri desideri, concessa spesso solo ai più abbienti, in futuro potrebbe diventare accessibile a tutti ed elemento costitutivo del progetto residenziale adatto a tutte le possibilità economiche, a tutte le scale e a tutte le latitudini. L’obiettivo, oggi come ieri, rimane ridurre le differenze; la novità è che oggi si può provare a farlo moltiplicando le differenze".
Entrando a Ca’ Tron si incontrano prima di tutto gli spazi riservati a Chengdu: curati dal Beijing Center for The Arts (BCA), sono interamente dedicati alla cucina. ‘The Floating Kitchen’ di Kengo Kuma ci riporta alla cucina tradizionale cinese, che vanta tra gli ingredienti principali quelle spezie che fecero la fortuna dell'antica Repubblica di Venezia: sembra di viaggiare con Marco Polo, tra oggetti vintage e video istallazioni che mostrano cuoche all’opera, in ambienti simili a quelli delle nostre trattorie. È quindi un balzo quasi epocale quello che ci fa fare ‘The Infinity Kitchen’ di Winy Maas: una lunghissima cucina tutta trasparente che punta ad elevare la nostra consapevolezza sui singoli procedimenti del cucinare, celebrandone i rituali in modo poetico.
Tanta poesia si trova anche al piano nobile di Ca’ Tron, dove si sviluppa la sezione principale di “Across Chinese Cities – China House Vision”. Poesia nello stile di Italo Calvino, che ne Le città invisibili fa dire a Marco Polo in un dialogo con Kublai Kan: “Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”. Qui in realtà troviamo soprattutto desideri.
Per citare solo alcuni esempi, Yungo Chang ci propone ‘The Bike House’, istallazione che nasce dal suo amore di tutta la vita: la bicicletta, il cui utilizzo per il trasporto urbano viene ora promosso dall’Amministrazione municipale di Pechino. ‘The Bike House’ propone progetti di abitazioni per ciclisti, con spazi interni in cui muoversi comodamente in sella alla bici, e nuovi spazi collettivi per comunità di appassionati della bicicletta.
‘Back Home’ di Liang Jingyu si ispira a valori di autosufficienza e interconnessione tra Uomo e Natura, concetti cari agli antichi canoni etici cinesi. Nasce dall’osservazione degli stili di vita in regioni rurali remote, dove la sincronicità di attività fisiche e spirituali viene tuttora praticata in una coesistenza armoniosa.
‘The House of Spontaneity’ di Hua Li esplora i rituali che donano il senso di ‘essere a casa’ agli spazi in cui viviamo: celebra la possibilità che l’abitazione del futuro incarni l’espressione individuale, e che la casa sia un luogo aperto al cambiamento e alla costante riconfigurazione.

Venezia, Ca’ Tron – fino al 23 settembre

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di Maristella Tagliaferro © Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

sabato 23 aprile 2016

A proposito di Shakespeare Lives


Cosa è Shakespeare Lives?
Shakespeare Lives é un programma globale di eventi e attività volti a celebrare - nella ricorrenza del 400mo anniversario della sua morte -  l’influenza di uno dei maggiori drammaturghi e poeti mai esistiti.

Shakespeare Lives, è anche un modo di esplorare, attraverso varie realtà, l’eredità globale di Shakespeare, riflettendo anche su come le sue storie, i temi raccontati e il suo linguaggio siano ancora rilevanti nel mondo attuale, e come debbano restare centrali anche per le future generazioni.
Un’opportunità per milioni di persone  in oltre 140 Paesi, quindi, di partecipare attivamente, online e non, e fare esperienza diretta del lavoro di Shakespeare, grazie a nuove e innovative produzioni teatrali, film, mostre, letture pubbliche e risorse dedicate al mondo della scuola e all’istruzione nel suo complesso. 
I partner della campagna GREAT Britain a capo di Shakespeare Lives sono il British Council, il Ministero degli Esteri britannico, UK Trade and Investment e VisitBritain.
Come posso partecipare?
Uno degli eventi principali sarà un progetto di partecipazione di massa dove le persone di tutto il mondo saranno invitate a rispondere in modo creativo alle scene delle opere di Shakespeare. L’iniziativa culminerà con una reinterpretazione digitale dei lavori di Shakespeare da parte della comunità virtuale.
Tante altre opportunità di partecipare agli eventi e seminari di Shakespeare sono disponibili sul sito Shakespeare Lives
Segui l’evento su Twitter #ShakespeareLives.


Gli eventi Shakespeare Lives in Italia


Il British Council Italia presenta, durante tutto il corso del 2016, una serie di eventi che sono una parte integrante e particolarmente vivace del programma Shakespeare Lives.




A lecture on the nature of Shakespeare’s ten plays on English kings and their coverage of 400 years of power struggles.

William Shakespeare, chi era davvero il grande poeta?

A 400 anni dalla morte di William Shakespeare non si sa né il vero nome, né il viso, né la storia. Era comunque il più grande poeta... inglese? Forse. Italiano? C'è chi lo pensa. Ecco chi era davvero William Shakespeare.

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Nessuna certezza. Un ritratto di Shakespeare (1564-1616) che viene fatto risalire al 1610: molti ritengono perciò che sia l’unico dipinto “dal vero” del poeta inglese. In realtà non ce n’è certezza.
Tra gli studiosi c’è chi, analizzando la sua firma, ha sostenuto che non fosse neppure capace di leggere e scrivere. E uno studioso italiano afferma anche che Shakespeare non fosse altro che un prestanome di John Florio, poeta di origine italiane, attivo in Inghilterra nel '600.
Scaltro e ignorante paesanotto, socio di una fortunata associazione letteraria, o geniale autore dei drammi e dei sonetti che resero grande la letteratura inglese elisabettiana? Sono passati 400 anni dalla sua morte, eppure i misteri che avvolgono William Shakespeare (nato nell'aprile del 1564 a Stratford-upon-Avon e morto il 23 aprile 1616) continuano a infiammare accademici e studiosi. E il fatto che su di lui esistano solo pochissimi documenti non fa che aumentare la curiosità: il figlio del guantaio di Stratford-upon-Avon fu davvero l’autore di opere immortali come Romeo e Giulietta, il Mercante di Venezia, Otello? O il Dante d’Inghilterra è solo quella che lo scrittore Henry James definì nel 1903 “la più grande e più riuscita frode che sia mai stata realizzata nei confronti di un mondo paziente”?

La più fedele alle fonti resta la lapidaria biografia del critico letterario settecentesco George Steevens: “Nacque a Stratford-upon-Avon, si fece là una famiglia, andò a Londra, fece l’attore e lo scrittore, tornò a Stratford, fece testamento e morì”. Il resto solo ipotesi. Persino il suo volto resta un mistero: i dipinti e le sculture che lo raffigurano furono realizzati solo dopo la sua morte, da artisti che mai l’avevano conosciuto. Con una sola eccezione: il busto sul suo monumento funebre, fatto costruire dal genero nella chiesa della Santissima Trinità a Stratford, tra il 1616 e il 1622.

Dal sacco alla penna d’oca. Shakespeare vi appariva accigliato, con barba e baffi all’ingiù, le mani appoggiate su un sacco di grano. O almeno questo è ciò che si vede nei due disegni che ritraggono l’originale prima che venisse modificato, nel 1720, quando i critici ne avevano fatto il più importante autore della letteratura inglese. Allora il poeta assunse i lineamenti dell’uomo raffinato con il pizzetto che conosciamo: nella mano destra gli fu messa una penna d’oca, nella sinistra un foglio di carta.

Eppure il William dei documenti giudiziari e commerciali, gli unici finora rinvenuti, era molto più simile al rozzo commerciante barbuto: all’Università di Aberystwyth (Galles) si è scoperto che comprava grano durante le carestie per rivenderlo a caro prezzo, che era un usuraio e un evasore fiscale.

Questa mancanza di spirito filantropico è confermata dal suo testamento: nell’atto William non nomina alcun patrimonio librario, né fa accenno alle sue opere. Si concentra invece sui beni materiali, destinando alla moglie Anne Hathaway “il secondo letto con il mobilio”. Da qui nascono le speculazioni sul matrimonio infelice di Shakespeare. Chi vuol difendere l’onore del poeta, ricorda che all’epoca in una casa inglese il primo letto era quello degli ospiti, il secondo quello maritale: l’eredità sarebbe stata quindi un romantico ricordo della loro unione. Come il sonetto 145, in cui il verso “hate away”, letteralmente “lontano dall’odio”, richiamerebbe il cognome della moglie, cui sarebbe dedicato.

Le malelingue invece notano che quando la coppia si sposò (1582), Anne era già incinta della primogenita Susannah e che, forse, il suo era stato un matrimonio riparatore. Sappiamo poi che, dopo l’ulteriore nascita di due gemelli (1585), Shakespeare lasciò Stratford: pare lo avesse fatto per sfuggire al processo intentatogli da un signorotto che lo aveva pizzicato mentre cacciava di frodo (o, forse baciava la figlia del guardacaccia) nella sua proprietà.

Comunque siano andate le cose, è da questo momento che si perdono le sue tracce: come trascorse i cosiddetti “anni perduti”, tra il battesimo dei figli e la sua comparsa sulle scene londinesi (1592)?

William Shakespeare
Secondo un altro studio, sarebbe questo ritratto, ingrandito sulla copertina di un erbario del 1597, l’unico “dal vero” di William Shakespeare. | Reuters
Da stalliere ad attore. Le alternative ipotizzate dagli studiosi sono diverse: si aggregò a una delle compagnie teatrali capitate a Stratford intorno al 1587, cominciando così la sua carriera da attore, o impiegò quel tempo per farsi una cultura (sempre ammesso sapesse scrivere, come obiettano alcuni esperti che hanno studiato a fondo la sua firma)? «Più probabilmente, arruolatosi volontariamente o coscritto, dovette attendere la fine delle ostilità tra l’Inghilterra e i Paesi cattolici prima di trovarsi una qualsiasi occupazione a Londra, si presume nel 1589», afferma Corrado Panzieri, studioso di Shakespeare.

Come scrisse nel XVIII secolo uno dei suoi biografi, l’inglese Robert Shiels, William “era un giovane ridotto sul lastrico, che si guadagnava da vivere a Londra prendendosi cura dei cavalli dei gentiluomini che si recavano a teatro”. Shiels però aggiunge che, colpiti dalla sua parlantina, alcuni attori lo avrebbero raccomandato ai gestori del teatro, dandogli l’occasione di calcare finalmente le scene e di ottenere la fama, “più come scrittore che come attore”.

Nella capitale sarebbe rimasto fino al 1613, ma allora perché non intrattenne con i colleghi letterati scambi epistolari, allora diffusi quanto lo sono ora i post di Facebook? E perché alla sua morte nessuno scrisse un elogio funebre in sua memoria? Viene proprio da chiederselo: Shakespeare fu davvero il celebrato autore elisabettiano? Troppi dati non tornano, dicono gli esperti di ieri e di oggi. E infatti, fin dalla metà dell’Ottocento, gli studiosi hanno pensato di intravvedere fior di papabili autori nascosti dietro quel nome: fra i più famosi il filosofo Francis Bacon, lo scrittore Christopher Marlowe, il colto Edward de Vere conte di Oxford, la contessa Mary Sidney di Pembroke (sorella del poeta Philip) e persino la regina Elisabetta. Tutti inglesi, ovviamente. Tranne l’ultimo e attualmente più gettonato candidato: John Florio, letterato di origini italiane, docente a Oxford, con incarichi di prestigio alla corte della regina d’Inghilterra.

Aiutato dal padre. «La verità è che certezze non ce ne sono, ma una congerie di nuove informazioni ricavate dallo studio di documenti d’archivio, fa ritenere che chi scrisse quelle opere non fu Shakespeare. Potrebbe essere stato invece John Florio che, avvalendosi degli appunti, dei racconti e dei testi portati dall’Italia dal padre Michelangelo e grazie alla collaborazione della cerchia di colti parenti e amici e di altri drammaturghi emergenti, avrebbe creato le opere che oggi vengono attribuite al poeta di Stratford», dice Panzieri, cofondatore dell’Istituto di studi floriani di Milano e autore di una biografia sui Florio, in corso di pubblicazione.

Lo confermerebbero le tracce lasciate fra le righe delle tragedie shakespeariane: i neologismi inventati da John per le traduzioni inglesi delle opere italiane; l’ambientazione nelle nostre città e nei luoghi al di fuori dell’Inghilterra frequentati dal padre; le storie romanzate di personaggi che il colto fiorentino aveva conosciuto. Jane Grey, per esempio, regina d’Inghilterra per 9 giorni e allieva di John quando insegnava letteratura italiana presso la famiglia reale, ispirò a Michelangelo un racconto del 1561 da cui il figlio avrebbe tratto Romeo e Giulietta.
William Shakespeare
Shakespeare è un nome di fantasia? Il più celebrato drammaturgo di tutti i tempi secondo qualcuno in realtà non è mai esistito. Di lui, in effetti, si conosce ben poco. Ma ciò non significa che non sia stato un personaggio reale. I più dubbiosi si chiedono come potesse avere sviluppato una così grande abilità letteraria, data la sua estrazione sociale, e come avesse potuto acquisire conoscenze tanto precise di politica, legge, scienza e geografia, presenti nelle sue opere, non avendo viaggiato più in là di Londra. Forse, è la conclusione, non si trattava di una persona, ma soltanto di uno pseudonimo.
Solo un prestanome. Ma se furono i Florio a scrivere le opere, Shakespeare che c’entra? Gli italiani, suggeriscono gli studiosi, volevano mantenere l’anonimato: il padre, uomo di chiesa che aveva abbracciato il riformismo di Lutero, perché temeva ancora le persecuzioni dei cattolici; il figlio, uomo di prestigio a corte, perché all’epoca era considerato sconveniente firmare le opere del teatro popolare. Ed ecco cosa c’entra William. «Per venderle e rappresentarle avevano bisogno di un socio come Shakespeare: un tipo volitivo, concreto e intraprendente, già inserito nelle compagnie teatrali», nota l’esperto. La loro collaborazione però non sarebbe rimasta segreta: il drammaturgo Robert Greene, offeso dalle arie che si dava quel prestanome, denunciò in un libello l’arroganza di “un corvo appena venuto alla ribalta, che (...) benché sia in tutto e per tutto uno Johannes Factotum (per alcuni il soprannome di Florio), si crede il solo Shake-scene (“scuoti-scena”) del paese intero”.

Un segreto di Pulcinella, insomma, forse ancora sepolto fra i 340 volumi e gli scritti dei Florio. John, infatti, lasciò tutto in eredità al conte William III di Pembroke, ma tuttora gli eredi si rifiutano di aprire le porte della loro biblioteca agli studiosi. Forse, per continuare a difendere il falso mito letterario d’Inghilterra.


Maria Leonarda Leone per Focus 281

sabato 12 marzo 2016

Note per la cultura - 5 - A volte capita di pensare, scrivere, agire ...

1. Sulla peculiarità della definizione ontologica della persona umana

Il dato di partenza della problematicità, enigmaticità o «ambiguità» dell'esperienza umana nel mondo rischia di collocare ogni definizione (meglio dire, intenzionalità chiarificatrice) nel contesto di una “metafisica influente” che ha dominato in modo contraddittorio e drammatico le vicende socio-culturali del ‘900, secolo nel quale le generazioni adulte dell’attuale contemporaneità sono cresciute e si sono formate culturalmente. Tuttavia, nel confronto e nell’onesta aspirazione all’accertamento delle verità sulla condizione umana, l'uomo viene collocato di necessità all'interno di un rapporto originario con l' “essere” e, solo all'interno di questo rapporto, può essere compreso e la sua esperienza acquista un senso.

La specifica collocazione umana nel mondo, la sua «situazione», è una via d'accesso che consente di indagare l'essere e se stesso nell’individualità e soggettività date, vale a dire in quella configurazione esistenziale tipicamente umana, artificiale ed extragenetica, definibile “cultura”. Altri tentativi – sempre possibili – aprono acriticamente all’influenza inestricabile d’una metafisica deteriore (teleologicamente dogmatica) secondo la quale l'uomo è in rapporto con l'essere, ma con un “essere” che resta alfine inoggettivabile, non circoscrivibile nella sua totalità, «altro» e, per certi versi necessariamente, trascendente. Questa inoggettivabilità dell'essere umano sta alla base di un’esauribilità di prospettive che da essa scaturiscono, tanto inopportune quanto inefficaci laddove lo scenario è la relazione d’aiuto, il sostegno e vicinanza alle giovani generazioni, la cura e la tutela dell’adolescenza, la rigenerazione dell’umano condividere, in una parola il “mutamento” d’emancipazione dalla tragedia novecentesca.
In secondo luogo, anche sostenendo che l'essere in cui l'uomo è collocato abbia i caratteri di un'ulteriorità irriducibile alla coscienza umana, sia dunque qualcosa di «altro», di «trascendente» rispetto all'uomo stesso poiché l'uomo non esaurisce mai la totalità dell'essere, ebbene l'essere è in questo senso presente nel rapporto, certo non nello stesso modo in cui è presente l'uomo. Uomo ed essere non sono due termini equivalenti, possono trovarsi antinomicamente uno di fronte all'altro, in una relazione di equipotenza o in una relazione estrinseca; in ogni caso, questa antinomia costitutiva di ogni osservabilità, di ogni atto conoscitivo, non può darsi una sussunzione dell’uomo all’essere.

2. Interpretazione ontologica sulle caratteristiche costitutive della persona


La questione di una ontologia della relazione è stata sollevata da Etienne Balibar in un testo del 1993 su Marx e più precisamente nel commento della VI tesi su Feuerbach che, come è noto, recita: «Feuerbach risolve l’essenza religiosa nell’essenza umana. Ma l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà essa è l’insieme dei rapporti sociali»[Marx über Feuerbach], in Marx / Engels Gesamtausgabe, erste Abteilung, Band 5, hrsg. von V. Adoratskij, Glashütten im Taunus, Verlag Detlev Auvermann, 1970, p. 534; tr. it. di M. Rossi, in F. Engels, Ludwig Feuerbach, Roma, Editori Riuniti, 1985 (I ed. 1950), p. 84]. L’essenza umana è das ensemble der gesellschaftlicher Verhältnisse. Marx rifiuta, secondo Balibar, tanto la posizione nominalista che la posizione realista: «quella che vuole che il genere, o l’essenza, preceda l’esistenza degli individui, e quella che vuole che gli individui siano la realtà primaria, a partire dalla quale si astraggono gli universali»; in Marx sarebbe dunque presente in abbozzo una ontologia della relazione: la società sarebbe costituita/attraversata da una molteplicità di relazioni, cioè di «transizioni, trasferimenti, passaggi nei quali si fa e si disfa il legame degli individui con la comunità, che a sua volta costituisce essi stessi». Il solo contenuto effettivo dell’essenza umana starebbe nelle molteplici relazioni che gli individui intrattengono tra di loro. Balibar ritiene che così Marx prenda le distanze tanto dal punto di vista individualistico che da quello organicistico (olistico). Questa la ragione per cui Marx usa il termine francese «ensemble» e non quello tedesco «das Ganze». Allo scopo di rendere ancora più chiara la questione, Balibar propone di utilizzare una parola di Simondon per pensare il concetto di umanità nei termini marxiani: «il transindividuale». L’umanità sarebbe ciò che esiste tra gli individui. Balibar conclude: «le relazioni di cui parliamo non sono nient’altro che pratiche differenziate, delle azioni singole degli individui gli uni sugli altri». La più adeguata caratterizzazione costitutiva della “persona umana” scaturisce, pertanto, da un'affermazione difficilmente revocabile in dubbio che è rintracciabile nella Prefazione a "Per la critica dell'economia politica" (Gennaio 1859 - Opere complete, Vol. XXX, pagg. 298-299); Karl Marx, sostiene che «nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. 
E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca soprastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere costatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in una parola le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo». C’è una saldatura in itinere tra ontologia ed epistemologia che forgia la valenza problematica e le stesse categorie, entrambe connesse ai fondamenti, alle condizioni di validità, ai principi guida della conoscenza intorno all’uomo, ma soprattutto dalla conoscenza scientifica che distingue l’apprezzamento antropologico da una pur legittima Weltanschauung

3. Sul fondamento e caratteristiche della dignità della persona

Già in Hegel il problema dell'estraneazione – quello che in ultima istanza pare configurarsi come insieme d'ambiti individuativi d'indagine delle caratteristiche della dignità della persona umana - appare per la prima volta come problema della posizione dell'uomo nel mondo rispetto al mondo. Essa è tuttavia in lui, con il termine di alienazione (Entiiusserung), al tempo stesso la posizione di qualsiasi oggettività. L'estraneazione si identifica perciò, se viene coerentemente concepita, con il porre l'oggettività. Il soggetto-oggetto identico deve quindi, nella misura in cui supera l'estraneazione, superare al tempo stesso l'oggettività. Poiché tuttavia l'oggetto, la cosa, in Hegel, esiste soltanto come alienazione dell'autocoscienza, la sua riassunzione nel soggetto rappresenterebbe la fine della realtà oggettiva, quindi della realtà in generale. Anche in Storia e coscienza di classe Lukàcs sembra seguire Hegel nella misura in cui anche in questo libro l'estraneazione viene posta sullo stesso piano dell'oggettivazione (per far uso della terminologia dei Manoscritti economico-filosofici di Marx). Lo smascheramento nel pensiero dell'estraneazione era già allora nell'aria; ben presto esso divenne una questione centrale della critica della cultura che indagava la condizione dell'uomo nel capitalismo del presente. Per la critica filosofico-borghese della cultura, basti pensare a Heidegger, era del tutto ovvio sublimare la critica sociale in una critica puramente filosofica, fare dell'estraneazione per sua essenza sociale un'eterna "condition humaine", usando un termine invalso solo più tardi. È chiaro che questo modo di presentare le cose, benché avesse di mira tutt'altro, anzi l'opposto, favorì atteggiamenti di questo genere. L'estraneazione identificata con l'oggettivazione era bensì intesa come una categoria sociale - il socialismo avrebbe dovuto appunto superarla - e tuttavia l'insuperabilità della sua esistenza nelle società classiste e anzitutto la sua fondazione filosofica la rendevano vicina alla "condition humaine".  

Questa è appunto la conseguenza di questa falsa identificazione, su cui occorre ancora insistere, tra concetti fondamentali opposti. Infatti, l'oggettivazione è effettivamente un modo insuperabile di estrinsecazione nella vita sociale degli uomini. Se si considera che ogni obiettivazione nella praxis, e quindi anzitutto il lavoro stesso, è un'oggettivazione, che ogni modo di espressione umana, e quindi anche la lingua, i pensieri e i sentimenti umani, sono oggettivati, ecc., è allora evidente che qui abbiamo a che fare con una forma universalmente umana dei rapporti degli uomini tra loro. 

Come tale l'oggettivazione è naturalmente priva di un indice di valore; il vero è un'oggettivazione allo stesso titolo del falso, la liberazione non meno dell'asservimento. Solo se le forme oggettivate nella società ricevono funzioni tali da mettere in contrasto l'essenza dell'uomo con il suo essere, soggiogando, deformando e lacerando l'essenza umana attraverso l'essere sociale, sorge il rapporto oggettivamente sociale di estraneazione e, come sua conseguenza necessaria, l'estraneazione interna in tutti i suoi caratteri soggettivi. Si comprendono bene, da quest'ottica, le affermazioni marxiane secondo le quali “tutta la via sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa prassi.” (Tesi VIII - Tesi su Feuerbach nel 1843 ); “i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo” (Tesi XI - Tesi su Feuerbach nel 1843 ). 

Conseguentemente, non sembrano più necessari approcci volti a fondare il comportamento etico o su un potere trascendente (divino) o su una componente soggettivo-intuitiva o emotivo-sentimentale. A simili approcci è possibile contrapporre la concezione, secondo cui l’etica è da un punto di vista storico evoluzionistico un prodotto di auto-creazione umana; è la stessa etica materialistica ad esigere un fondamento ontologico. 
Anche se può considerarsi paradossale, la questione della dignità della “persona umana” va ancorata ad una tradizione culturale che lega l'etica a grandi opere come la Fisica di Aristotele (piuttosto che la Metafisica) o i Principia di Newton; esse hanno rappresentato per lunghi periodi il fondamento delle ricerche condotte, definendo problemi e metodi da considerarsi legittimi in un determinato campo e sono stati dei modelli che hanno dato origine a particolari tradizioni di ricerca scientifica. Riferendosi a queste tradizioni, Kuhn impiega il termine di “paradigma”; la scienza si sviluppa all’interno di un paradigma, mentre la rivoluzione scientifica è il passaggio da un paradigma all’altro. Kuhn impiega la definizione di “paradigma metafisico” per indicare ciò che nell’epistemologia contemporanea è chiamata “metafisica influente”. 

Un progresso dove l’incremento conoscitivo è guidato da un unico paradigma non fornisce garanzia di “una comprensione sempre più raffinata della natura” se non affermando di voler partire da piuttosto che andare verso. Questo atteggiamento è valido anche in campo etico.

4. L'importanza di una chiara visione personalista dell’uomo

L'adolescenza essendo considerata da un lato l'ultima fase dello sviluppo infantile, dall'altro come fase d'inserimento nel mondo adulto, comunemente va individuata in un arco di alcuni anni che stanno intorno alla maturazione sessuale, ma a cui corrispondono anche mutamenti d'atteggiamenti, di capacità, di partecipazione sociale e, pertanto, necessita d'una visione d'insieme. Il porre l'accento più sull'uno o sull'altro di questi mutamenti ha portato ad indicare come più ampio o più ristretto il periodo adolescenziale (per alcuni esso va dai 10 ai 16 anni circa, cioè corrisponde alla pubertà, per altri dai 13 ai 20 anni, cioè in accordo con la definizione ormai obsoleta anch'essa di “teen-ager”, per altri ancora è un periodo che si estende anche ulteriormente fino alle opportunità di lavoro, con il portato dell'autonomia e delle responsabilità piene sul piano sociale, ed alla vita coniugale, con il portato eventuale della maternità e paternità; ovviamente, negli ultimi decenni a cavallo del XX e XXI secolo in particolare, l'elaborazione identitaria si è, per così dire, deregolamentata, venendo meno le componenti esperienziali proprie della maturità equilibrata delle persone ed i ritmi peculiari di sviluppo sono fuori dagli schemi teorici; talvolta, proprio il terreno della life long learning restituisce – con il portato problematico della neotenia -, con risvolti drammatici, l'aspetto dei cambiamenti in atto circa il mondo giovanile). 

Certo l'adolescenza non è contraddistinta dalla sola maturazione puberale, fatto biologico rilevante; tuttavia, essa ha una connotazione tipicamente umana, cioè extragenetica, “artificiale”, culturale (i primi studi sistematici, come quelli di Satnley Hall, vedevano un parallelismo assoluto fra i due livelli della vita, o meglio, la riduzione del secondo al primo: l'adolescenza come una “nuova nascita” della coscienza, provocata dallo sviluppo puberale; tale sviluppo si iscriveva nella prospettiva di Darwin, secondo cui l'ontogenesi ricapitola la filogenesi: l'adolescenza, per l'individuo, come uomo totale, cosciente e responsabile di sé). La concezione che accentua l'aspetto biologico, infatti, è stata messa in crisi dallo studio delle differenze individuali e culturali, in particolare dagli studi antropologici come quelli della Mead, a dimostrazione di un reale relativismo nella fenomenologia adolescenziale (culture primitive, cultura “occidentale” …). Ciò ha indotto la ricerca a studiare non più l'adolescenza, ma diverse adolescenze mettendo in discussione l'universalità del fenomeno. Del resto, certa Psicologia (Wallon) o indirizzo psicoanalitico si sono opposti a questo apprezzamento dell'adolescenza considerando come certi aspetti biologici e psicologici siano connaturati con lo “sviluppo” della persona. 

La problematicità dell'adeguata visione dell'adolescente deriva proprio dal fatto che si esaltano, in certi campi d'indagine, gli aspetti maturativi, biologico-fisici, intellettivi o istintuali, più universali o supposti tali; altri orientamenti, viceversa, enfatizzano la socializzazione e l'acquisizione dei ruoli, relativamente ai diversi contesti sociali di appartenenza e formazione. Il tentativo più riuscito di tenere insieme gli “sguardi” sulla gioventù e sul divenire complesso delle persone è quello di Erikson che salda le fasi psicosessuali con quelle della socializzazione; costituisce un modello orientato all'integrazione dei “saperi” specifici che può sempre più avvalersi dell'empiria in stretta connessione con l'ampliarsi di un quadro concettuale teorico per certi versi indeterminato (non può oggi che essere così), nei confini della comprensione, altrimenti si rischia di perdere l'oggetto stesso. 

Pertanto, altra acquisizione, nel merito dell'obiettiva considerazione degli adolescenti come persone, è l'evitare di perseverare in punti di vista “specialistici”; ad esempio, insistere nell'importanza rivestita dalla relazione con la figura materna nel condizionare il successivo sviluppo creativo del bambino (Klein, Winnicott; quest'ultimo sottolinea come ineludibile sia la funzione di rispecchiamento svolta dalla madre, nella restituzione di affetti e vissuti che il bambino da solo non è in grado di rielaborare ed integrare all'interno del sé), in un contesto sociale di vita d'accentuato decentramento di figure di riferimento. Di fatto, la strutturazione della personalità spontanea e creativa è garantita dall'ambiente di sostegno rappresentato da una pluralità di soggetti interagenti, nell'ottica in cui non può esistere alcuna identità armoniosamente formata a prescindere da relazioni plurali. 

Il ruolo delle interazioni sociali nello sviluppo degli adolescenti può essere compreso solo se si coordinano i concetti e i dati derivanti dall'analisi di tipo sociologico con quelli relativi alle interazioni sociali concrete tra individui e alle caratteristiche funzionali di questi ultimi, a livello psicologico. Da un lato, infatti, le situazioni sociali specifiche che gli individui si trovano di fronte nella vita di ogni giorno sono determinate da un tessuto sociale e da un ambiente fisico assai ampi, dotati di significati e valori culturali loro propri maturatisi storicamente. Esse non possono essere ridotte ad un flusso della coscienza individuale o a conflitti psichici, ma richiedono uno studio in quanto strutture sociologiche, culturali e fisiche. Se in queste situazioni le interazioni sociali tra individui hanno una struttura, le forme e i contenuti che sono loro propri non sono riducibili a stimoli discreti che colpiscono la persona di momento in momento. Dall'altro lato, un individuo, nel corso del periodo adolescenziale, si trova ad aver vissuto almeno da una decina di anni, ed ha esperienza di interazioni sociali. A parte i casi di traumi precoci gravi, il bambino, in quanto maschio o femmina, ha stabilito delle relazioni all'interno di un milieu specifico, relazioni con il proprio corpo e con le proprie capacità, con oggetti e con valori sociali. Alcuni di questi legami antecedenti devono modificarsi durante l'adolescenza, lasciando alle spalle la dipendenza della prima infanzia per avviarsi a responsabilità, attività e modi di condotta tipici nella società di uomini e donne adulti. Contemporaneamente il corpo, ormai familiare, cresce ad un ritmo più rapido, e ciò si accompagna a modificazioni fisiologiche e strutturali che portano al corpo adulto di un uomo o di una donna. Il condensare questi due universali evolutivi in «incidenti» dell'analisi sociologica significa trascurare i contributi individuali alle interazioni sociali e il loro ruolo nello sviluppo. Il coordinare il sociologico e lo psicologico implica una sequenzialità di studio ben definita. La sequenza inizia con lo studio dello sviluppo delle interazioni sociali, una valutazione delle situazioni sociali reali che gli adolescenti si trovano di fronte, inclusa la situazione ambientale più ampia di cui fanno parte; infine considera il funzionamento individuale in rapporto a tali situazioni sociali e ai processi d'interazione. Il gruppo procura uno status simbolico autonomo.

In secondo luogo, gli adolescenti trovano nel gruppo uno status autonomo, fondato sulle proprie realizzazioni, che è loro negato nella società. Molti adolescenti vivono quanto possono in gruppo perché vi sono considerati persone autonome e non, come nei luoghi gestiti dagli adulti, bambini che devono esser guidati e controllati. L'esigenza di parità e di partecipazione, che caratterizza molti adolescenti nella nostra società, viene di continuo frustrata. In reazione, gli adolescenti si creano una società diversa - il gruppo - in cui possono sentirsi alla pari con gli altri. In altre parole, il gruppo è la fonte primaria di status autonomo durante l'adolescenza - uno status provvisorio, transitorio, marginale, in qualche modo solo simbolico poiché non garantisce diritti e prerogative reali al di fuori di esso. Esiste quindi un legame tra la marginalità sociale dei giovani e i loro gruppi che nascono appunto come tentativo di rimediare a questa creando spazi di partecipazione. Altre funzioni. Oltre a questa funzione essenziale, il gruppo può assolverne altre, di cui verranno indicate le principali seguendo la falsa riga di Ausubel (1977). Prima di tutto esso può procurare un'identità. Il problema dell’identità non è, come si legge spesso, il problema principale dell'adolescenza, è un problema che deriva dalla mancanza di status autonomo. Il gruppo può rimediare anche a questo problema appunto nella misura in cui fornisce uno status. Far parte dell'«Autonomia operaia», dei punk, dei paninari, permette di definirsi e di sapere con più sicurezza come orientarsi nella vita, quali valori perseguire, come comportarsi e porsi di fronte agli altri. Durante l'adolescenza, il gruppo di coetanei è spesso la fonte maggiore di status derivato ed è in grado di fornire al giovane una stima di sé e una sicurezza per il semplice fatto di essere accettato nel gruppo. Esso procura anche un forte appoggio nel processo di emancipazione dai genitori e dagli adulti e un quadro di riferimento e un sistema di valori quando quelli dell'infanzia devono esser abbandonati; assicura così un sollievo nei confronti dell'incertezza, dell'indecisione, dell'ansietà e della colpevolezza che spesso accompagnano la ristrutturazione della personalità su una base di autonomia. Conferendo al gruppo il diritto di proporre nuove regole di condotta, l'adolescente afferma il diritto all'autodeterminazione perché non è diverso dai suoi coetanei. Il gruppo è anche un mezzo per difendersi dall'autorità e dalle interferenze degli adulti. Come strumento di pressione (“tutti lo fanno”) fa guadagnare privilegi ai suoi membri. Aiuta anche l'adolescente ad affrontare con minore ansietà i cambiamenti che avvengono nella sua vita e nella sua persona, come quelli fisiologici. Riduce la massa delle frustrazioni, non solo quelle specifiche dell'età, ma anche quelle che toccano solo i singoli adolescenti. Il gruppo è anche luogo di apprendi mento dei modi di rapportarsi agli altri fuori della famiglia. Permette di assimilare maggiormente i ruoli socio-sessuali, la competizione, la cooperazione, i valori, le credenze, gli atteggiamenti dominanti del suo gruppo sociale. «Il gruppo di coetanei è la maggior istituzione formativa per gli adolescenti nella nostra cultura» (Ausubel,1977). Questo addestramento avviene in modo informale, spesso inconsapevolmente, nella vita quotidiana del gruppo, nel gioco delle interrelazioni complesse tra i suoi membri, nell'incoraggiamento di certi modi di comportarsi e lo scoraggiamento di altri. Il gruppo è quindi una preparazione alla vita adulta reale. Il gruppo rinforza le discriminazioni tra le classi sociali. Il gruppo prepara alla vita adulta reale anche perché rinforza le discriminazioni tra le classi sociali. Da Hollingshead (1949) in poi, molte ricerche hanno messo in rilievo il fatto che, abitualmente, vige nei gruppi di adolescenti una rigida separazione tra le classi sociali. Talvolta questa separazione si può già osservare nella diversità dei luoghi di aggregazione. Vri confronti per la diversità di classe. (Lutte et al., 1984). La cultura dei diversi gruppi, i lo ro valori, i loro argomenti di discussione, le loro attività sono differenti e rafforzano quindi la diversità derivante dagli ambienti familiari, sociali, scolastici e lavorativi differenziati. Negli Stati Uniti, la “razza” è un altro fattore di discriminazione tra i gruppi. Questa incomunicabilità tra classi ed etnie sembra più pronunciata nei gruppi di ragazze che sono più ristretti, chiusi e durevoli (Claes, 1983). Il gruppo rinforza le differenze sociali tra i sessi. I gruppi misti di adolescenti permettono ai ragazzi e alle ragazze di interagire tra di loro. Sono il luogo in cui nascono spesso innamoramenti e si formano le coppie. Le ragazze, abitualmente, entrano più precocemente in gruppi misti con ragazzi più grandi; fatto che crea problemi seri ai loro coetanei maschi che si sentono esclusi. Dumphy (1963; cit. da Claes 1983) pensa che la funzione del gruppo più largo sia di facilitare la transizione all'eterosessualità. Sulla base di ricerche effettuate in una città australiana, egli individua cinque stadi evolutivi. Nel primo, corrispondente alla preadolescenza, i piccoli gruppi sono formati di soli ragazzi o di sole ragazze e non si incontrano; l'interesse per l'altro sesso si manifesta solo in interazioni superficiali, spesso antagoniste. Nello stadio seguente, verso i 14 anni, ci sono i primi scambi tra ragazzi e ragazze che hanno uno status superiore nei loro gruppi, si formano i primi sottogruppi misti ma permangono le precedenti aggregazioni monosessuali. Nello stadio seguente si formano solo gruppi eterosessuali. In seguito, il gruppo più largo sparisce per lasciare il posto a gruppi piccoli formati da coppie stabili. Come tutti gli schemi evolutivi, quello di Dumphy indica una tra tante altre traiettorie evolutive. In questi rapporti tra maschi e femmine all'interno del gruppo si possono rafforzare le differenze sociali tra i sessi. Certo, ci sono gruppi giovanili in cui si tenta di eliminare ogni tipo di sessismo. Ma alcuni meccanismi di differenziazione rimangono inconsci. Si pensi, ad esempio, ai criteri diversi di valutazione a seconda dei sessi, al fatto solo che la ragazza è più apprezzata in funzione della sua bellezza. Ci sono anche gruppi, soprattutto negli ambienti popolari, in cui le differenze tradizionali tra i sessi vengono intenzionalmente riprodotte, in cui i maschi mantengono in uno status subordinato le femmine. I gruppi di adolescenti non sono necessariamente progressisti. Possono in alcuni casi riprodurre i valori più tradizionali del loro gruppo sociale. 

In definitiva, la società degli adulti è “parte”, ma non il “tutto” del processo di formazione identitaria delle nuove generazioni. L'atteggiamento degli adulti verso i giovani comprende sentimenti di protezione, per cui i figli e gli “immaturi” affidati sono sentiti come prova della propria potenza generativa e costruttiva, un prolungamento di sé; comprende anche sentimenti di timore e d'invidia, poiché essi sono avvertiti come minacciosi del proprio “potere”. Spesso gli adulti esprimono aggressività verso gli adolescenti; nello stesso tempo, gli adulti proiettano sui giovani i loro desideri irrealizzati, attribuendo così loro il bisogno di libertà, d'autorealizzazione e di soddisfazione sessuale. Si produce una profonda ambivalenza a detrimento della percezione e concorso nella costruzione delle “persone” che i giovani diventeranno, ambivalenza accentuata nella “cultura occidentale” dal fatto che essa non trova più quadri stabili in cui iscriversi, come avveniva negli antichi riti di iniziazione, o nella più recente stabilità di ruoli che definivano il posto di ciascuno. La società acquisitiva, basata sulla produzione e sul consumo individuali, ha distrutto le basi degli arcaici modelli familiari, e la conseguente stabilità delle prescrizioni di ruolo tra le fasce generazionali. L'ambivalenza degli adulti si esprime così in oscillazioni tra l'idealizzazione dei giovani (come se la vita fosse rintracciabile in una trama d'una fiction “ottimista” o in una certo messaggio pubblicitario o di “costume”) e desideri di rivalsa autoritaria (quando i giovani, ribellandosi, “tradiscono” la fiducia e l'idealizzazione riposta in essi), fra desideri di protezione – ormai, inadeguati o semplicemente superflui – e proiezioni di colpevolezza (insistenza sul sesso e sulle “droghe”), fra presunzioni di “innocenza” e accuse di animo corrotto (questa ambivalenza è tipica, in certe famiglie, dei rapporti dei genitori verso figlie e figli), che esprimono ancora il riflesso dei propri desideri ed insieme il timore e la censura di quest'ultimi. 

Così si arriva – ancora – a sostenete che i giovani “vanno tenuti a freno”, educati, oppure che deve essere data loro ogni possibilità di godere la vita “finché son giovani”, ed ogni permissività, senza d'altronde riuscire a mantenere a fondo e con coerenza ciascuna di queste posizioni; si tratta, evidentemente, di oscillazioni che eludono il problema di fondo, che è l'estraneazione degli adulti per primi dal controllo e dall'accettazione dei propri modelli di comportamento, delle proprie soddisfazioni istintuali, dei propri sentimenti di colpa. In questo senso, da tempo la Mead, dopo aver osservato come da una società in cui i modelli erano fissi e tramandati dai “vecchi”, si sia passati ad una in cui i modelli devono essere “reimparati” e sono comunicati dai pari – così come avviene quando si cambia paese in un'emigrazione nel “mondo globalizzato” -, afferma che oggi anche questa fase si dimostra superata, e i modelli di comportamento devono essere “inventati”, attraverso un reale potere di partecipazione dei giovani che prefigurano bisogni e possibilità non più solo del prossimo futuro, ma del presente stesso. A questo fine, è necessaria anche una certa dose di conflitto, ed è necessario non negare la sua realtà attraverso quella “violenza che si maschera d'amore”, che instaura un falso rapporto ed una falsa comunicazione: come ricorda, nel linguaggio paradossale, una massima di Laing: Quando le famiglie non vivono più armonia, si hanno figli devoti e buoni genitori; o, più semplicemente, instaurare decisamente il dialogo; nell'epoca attuale il “dialogo” è emerso come concetto importante e addirittura centrale sia nella filosofia che nella politica. Si parla di “dialogo tra civiltà” in opposizione a uno “scontro di civiltà”, e di “dialogo tra religioni” come antidoto allo “scontro dei fondamentalismi”. Perché il dialogo emerge oggi in termini così cruciali ? Perché esso denota l’opposto dell’unilateralismo e del monologo. Quindi, tornare alle scaturigini, all'etimologia di “dia” e “logos”, della relazione sociale fondamentale. “Logos” significa ragione, significato, e anche (semplicemente) parola. “Dia” significa “in mezzo a” o “a mezzo a mezzo”. Quindi dia-logos vuol dire che ragione o significato non sono il monopolio di una parte, ma affiorano nel rapporto o nella comunicazione tra parti o agenti. Il logos qui è un logos condiviso e dipende in maniera cruciale dalla partecipazione di “diverse” o “molte” persone.