| Per la Giornata Internazionale di sensibilizzazione alla realtà Intersex (Intersex Awareness Day) che si celebra il 26 ottobre vorremo invitarvi a diffondere il sito divulgativo www.intersexesiste.com, nato questa primavera dalla collaborazione tra Claudia Balsamo e Daniela Crocetti, appoggiata da CESD (Centro Europeo Studi sulla Discriminazione) e finanziata in parte del gruppo americano Astraea e dall’Intersex Fund.
Il sito è stato immaginato e realizzato da Comunicattive con una grande varietà di colori e forme, valorizzando il rispettoso lavoro che cerca di fare il progetto attraverso il sito: una definizione del termine ombrello Intersex, diverse categorie mediche che vi rientrano, le principali questioni di diritti umani che riguardano le persone intersex, link ai gruppi italiani e internazionali e anche alcune storie di vita. L'intento era creare uno strumento che spiegasse, a prescindere da tutta la polemica sulla teoria di genere, che ci sono comunque realtà di variazioni naturali del corpo che vanno gestite con attenzione e rispetto. Vi invitiamo quindi a visitare il sito www.intersexesiste.com e a diffonderlo inviando il link ai vostri contatti, postandolo sui vostri profili social e aggiungendolo nella sezione link dei siti in cui ritenete utile possa comparire. Grazie del sostegno che vorrete e potrete dare al progetto, Claudia Balsamo Daniela Crocetti Comunicattive Qui la scheda portfolio del sito realizzato da Comunicattive | |
Grande importanza emancipatoria viene attribuita al termine "cultura" da parte non solo delle Scienze sociali. Constatabile è che le forme umane di vita evolvono causando una dimensione extragenetica, artificiale, quindi culturale, del vivere associato. L'obiettivo del blog è quello di evidenziare vari passaggi storici ed antropologici nella trasformazione sociale che hanno generato la contemporaneità.
menti in fuga - le voci parallele
menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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venerdì 21 ottobre 2016
Intersex esiste
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sabato 9 aprile 2016
Sex secondo Bedri Baykam
Un romanzo provocatorio, scabroso, sfacciatamente maschilista, che ha previsto con dieci mesi di anticipo i fatti dell’11 Settembre
Il libro
Un fotografo che cerca di ridurre la propria vita a un puro sguardo e che non può fare a meno di espugnare ogni orifizio delle sue amanti.
Un miliardario che, in attesa di conquistare il mondo, sborsa cifre vertiginose per portarsi a letto qualunque donna incontri.
Una ricercatrice che domina ogni campo di una scienza in evoluzione spasmodica. Il tutto in una dimensione parallela, dove una Turchia di inizio Millennio è il primo paese al mondo per civiltà e sviluppo. Personaggi in stallo per scelta e supereroi; nausee esistenzialiste e necessità di marcare il territorio; estetiche da comics di fantascienza anni ‘50 e anime anni ‘70, trash, fetish, cyber-punk e paesaggi ossianici; la paura della morte, i limiti della scienza, l’amore per una lolita come unica chance di fermare la vita sul fotogramma più intenso e l’esigenza di andare avanti, di scoprire, di sapere. Baykam condensa in Sex tutti i cliché e le contraddizioni di un secolo, il Ventesimo, troppo grande per essere contenuto in cento anni.
Un fotografo che cerca di ridurre la propria vita a un puro sguardo e che non può fare a meno di espugnare ogni orifizio delle sue amanti.
Un miliardario che, in attesa di conquistare il mondo, sborsa cifre vertiginose per portarsi a letto qualunque donna incontri.
Una ricercatrice che domina ogni campo di una scienza in evoluzione spasmodica. Il tutto in una dimensione parallela, dove una Turchia di inizio Millennio è il primo paese al mondo per civiltà e sviluppo. Personaggi in stallo per scelta e supereroi; nausee esistenzialiste e necessità di marcare il territorio; estetiche da comics di fantascienza anni ‘50 e anime anni ‘70, trash, fetish, cyber-punk e paesaggi ossianici; la paura della morte, i limiti della scienza, l’amore per una lolita come unica chance di fermare la vita sul fotogramma più intenso e l’esigenza di andare avanti, di scoprire, di sapere. Baykam condensa in Sex tutti i cliché e le contraddizioni di un secolo, il Ventesimo, troppo grande per essere contenuto in cento anni.
L'autore
Artista di fama internazionale (paragonato in patria a Andy Warhol), scrittore, intellettuale scomodo, Bedri Baykam è nato nel 1957 ad Ankara, in Turchia. Figlio di un membro del parlamento turco e di una madre architetto e ingegnere, ha iniziato a dipingere prestissimo e a soli sei anni le sue opere erano già esposte a Berna, Ginevra, Vienna, Parigi, New York, Washington, Londra, Roma, Monaco, Francoforte, Stoccolma, facendogli guadagnare la fama di ragazzo prodigio.
Ha studiato a Parigi, conseguendo un MBA alla Sorbona e frequentando un corso di arte drammatica all’Actorat. Dopo essersi trasferito negli USA e avervi studiato per parecchi anni, ha fatto defi nitivo ritorno in patria nel 1987. Attualmente vive a Istanbul, con la moglie e il fi glio. Sex, vero e proprio romanzo scandalo, posto sotto sequestro dalla magistratura turca in quanto definito “osceno, indecente e pericoloso”, e successivamente riabilitato, ha ottenuto un grandissimo successo di vendite e di pubblico ed è stato tradotto in numerosi paesi.
INCIPITArtista di fama internazionale (paragonato in patria a Andy Warhol), scrittore, intellettuale scomodo, Bedri Baykam è nato nel 1957 ad Ankara, in Turchia. Figlio di un membro del parlamento turco e di una madre architetto e ingegnere, ha iniziato a dipingere prestissimo e a soli sei anni le sue opere erano già esposte a Berna, Ginevra, Vienna, Parigi, New York, Washington, Londra, Roma, Monaco, Francoforte, Stoccolma, facendogli guadagnare la fama di ragazzo prodigio.
Ha studiato a Parigi, conseguendo un MBA alla Sorbona e frequentando un corso di arte drammatica all’Actorat. Dopo essersi trasferito negli USA e avervi studiato per parecchi anni, ha fatto defi nitivo ritorno in patria nel 1987. Attualmente vive a Istanbul, con la moglie e il fi glio. Sex, vero e proprio romanzo scandalo, posto sotto sequestro dalla magistratura turca in quanto definito “osceno, indecente e pericoloso”, e successivamente riabilitato, ha ottenuto un grandissimo successo di vendite e di pubblico ed è stato tradotto in numerosi paesi.
Una recensione (By Sergio G. Caredda) - Nel 2000 quando è uscito in Turchia, il libro “The Bone”1 di Bedri
Baykam fece scandalo, e ne fu immediatamente bloccata la circolazione,
in quanto giudicato “osceno”. Solo successivamente fu riabilitato, anche
se dopo una lunga diatriba legale, e si avviò a divenire un caso2.
Innanzitutto pittore e performer, Bedri Baykam, natp ad Ankara nel 1957,
è celebre in Turchia per il suo anticonformismo e la sua arte di
frontiera. Quando nel 2000 decise di dare alle stampe (peraltro in
privato) questo libro, l’idea era chiara: mettere alla prova la laicità e
la tolleranza di uno stato, quello Turco, attanagliato da mille
contraddizioni.
“Sex” è un romanzo porno-fantascientifico, in cui si alternano scene di sesso gratuite e volgari, a scenari di fantapolitica sia domestica che internazionale. Il mondo in cui si muove Selim, personaggio centrale del libro, è un mondo in cui la Turchia ha un posto centrale nell’economia, un posto dove Bill Gates è diventate presidente degli Stati Uniti (ma ce l’ha ancora con Saddam Hussein), un posto dove, purtroppo, i paesi poveri si fanno la guerra a suon di testate nucleari, dove a Cuba governa Ernesto Che Guevara e dove un Boeing 797 si schianta sulle Torri Gemelle di New York a seguito del suicidio del pilota, deluso in amore.
La copertina riporta la seguente frase:
Un fotografo che cerca di ridurre la propria vita a un puro sguardo e che non può fare a meno di espugnare ogni orifizio delle sue amanti. Un miliardario che, in attesa di conquistare il mondo, sborsa cifre vertiginose per portarsi a letto qualunque donna incontri. Una ricercatrice che domina ogni campo di una scienza in evoluzione spasmodica. Il tutto in una dimensione parallela, dove una Turchia di inizio Millennio è il primo paese al mondo per civiltà e sviluppo. Personaggi in stallo per scelta e supereroi; nausee esistenzialiste e necessità di marcare il territorio; estetiche da comics di fantascienza anni ‘50 e anime anni ‘70, trash, fetish, cyber-punk e paesaggi ossianici; la paura della morte, i limiti della scienza, l’amore per una lolita come unica chance di fermare la vita sul fotogramma più intenso e l’esigenza di andare avanti, di scoprire, di sapere. Baykam condensa in “Sex” tutti i cliché e le contraddizioni di un secolo, il Ventesimo, troppo grande per essere contenuto in cento anni.
Gli scenari trascendentali e onirici ci sono tutti, un po’ cyber-punk, un po’ trash, un po’ legati ad un’ossessione sessuale esasperata. Sebbene non riesca certo a considerarlo un capolavoro della letteratura, credo che il libro vada contestualizzato nella cultura della sua provenienza. I richiami continui alla politica locale turca sono evidenti, e l’intero romanzo sembra assumere i contorni di un graffiante j’accuse contro il rischio, sempre più concreto, di una Turchia meno europea e più islamica.
“Sex” è un romanzo porno-fantascientifico, in cui si alternano scene di sesso gratuite e volgari, a scenari di fantapolitica sia domestica che internazionale. Il mondo in cui si muove Selim, personaggio centrale del libro, è un mondo in cui la Turchia ha un posto centrale nell’economia, un posto dove Bill Gates è diventate presidente degli Stati Uniti (ma ce l’ha ancora con Saddam Hussein), un posto dove, purtroppo, i paesi poveri si fanno la guerra a suon di testate nucleari, dove a Cuba governa Ernesto Che Guevara e dove un Boeing 797 si schianta sulle Torri Gemelle di New York a seguito del suicidio del pilota, deluso in amore.
La copertina riporta la seguente frase:
Un fotografo che cerca di ridurre la propria vita a un puro sguardo e che non può fare a meno di espugnare ogni orifizio delle sue amanti. Un miliardario che, in attesa di conquistare il mondo, sborsa cifre vertiginose per portarsi a letto qualunque donna incontri. Una ricercatrice che domina ogni campo di una scienza in evoluzione spasmodica. Il tutto in una dimensione parallela, dove una Turchia di inizio Millennio è il primo paese al mondo per civiltà e sviluppo. Personaggi in stallo per scelta e supereroi; nausee esistenzialiste e necessità di marcare il territorio; estetiche da comics di fantascienza anni ‘50 e anime anni ‘70, trash, fetish, cyber-punk e paesaggi ossianici; la paura della morte, i limiti della scienza, l’amore per una lolita come unica chance di fermare la vita sul fotogramma più intenso e l’esigenza di andare avanti, di scoprire, di sapere. Baykam condensa in “Sex” tutti i cliché e le contraddizioni di un secolo, il Ventesimo, troppo grande per essere contenuto in cento anni.
Gli scenari trascendentali e onirici ci sono tutti, un po’ cyber-punk, un po’ trash, un po’ legati ad un’ossessione sessuale esasperata. Sebbene non riesca certo a considerarlo un capolavoro della letteratura, credo che il libro vada contestualizzato nella cultura della sua provenienza. I richiami continui alla politica locale turca sono evidenti, e l’intero romanzo sembra assumere i contorni di un graffiante j’accuse contro il rischio, sempre più concreto, di una Turchia meno europea e più islamica.
E allora nella mente dell’artista (si nota la
sua provenienza dalla arti visive in molti tratti del libro) si dispiega
il disegno di rappresentare il riscatto attraverso l’eccesso, sotto
tutti io punti di vista: disegnando un mondo in cui tutto (o quasi) gira
attorno al sesso, in cui uno dei divertimenti praticati nei casinò è la
“Roulette Russa”4, ma anche un mondo che sembrerebbe aver fatto meglio i
conti col proprio passato (lo Stadio di Istanbul risulta, nel libro,
intitolato al poeta Nazim Hikmet). L’intento catartico è evidente, ma
forse non pienamente comprensibile ad un lettore, quello italiano, che
non comprende più della metà dei personaggi turchi citati (di certo non a
sproposito) nel testo. La storia, alla fine, è inconsistente, sfilacciata, fatta di lampi e
sprazzi ma con l’assenza di un filo rosso. Anzi, questa assenza motiva
ancora di più a cercare la forza di questo libro nella sua testimonianza
profonda dell’esistenza di una Turchia laica, democratica, moderna. In definitiva, un libro dalle tinte forti che forse non piacerà a tutti
(a meno che non si cerchi la dimensione pornografica), con un contenuto
leggibile a più livelli, in ogni caso dirompente.
sabato 26 marzo 2016
P P
Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 23
maggio Paolo Poli che si è spento ieri a Roma dopo un periodo di
malattia. Un artista versatile, libero, come il sindaco di Firenze Dario
Nardella, la città in cui era nato, l'ha voluto definire diffondendo su
twitter la notizia della scomparsa. I funerali saranno nella sua città.
Paolo Poli è stato un maestro per tutto un teatro tra varieta' e lazzi e
sberleffi con una solida cultura dietro ad evitare il cattivo gusto.
Poli è rimasto sempre, anche quando ne aveva di certo superato l'età, un
bambino, e non si puo' disgiungerlo da quella vocina impertinente della
sua celebre lettura e interpretazione di Pinocchio, lui, figlio di
Collodi e buffo palazzeschiano sin nell'impronta toscana del suo
eloquio, come dalla malizia con cui raccontava favole per i piu' piccoli
o novelle famose alla Radio negli anni Settanta. Era gia' li' la cifra
dei suoi spettacoli futuri, che passano dai grandi classici alla
letteratura rosa per signorine. Attore brillante per vocazione, dalla
comicita' intelligente e provocatoria, ma sempre con un sottofondo
giocoso, come nei suoi famosi en travesti', Poli amava i testi surreali,
i lati onirici, il ridicolo del sentimentalismo, il rapido sberleffo,
l'ironia che smonta e rivela anche quella sotterranea nota malinconica e
esistenziale propria di ogni vero artista. Nato nel 1928 a Firenze
Paolo Poli era laureato in letteratura francese con una tesi su Henry
Beque ed aveva cominciato lavorando in radio e nel teatro vernacolare,
sino a quando era entrato a far parte, a Genova, della Borsa di
Arlecchino fondata da Aldo Trionfo.
Da li' approdera' a Roma,
alla Cometa, con uno spettacolo sul Novellino nel 1961, cominciando il
suo viaggio attraverso testi letterari di ogni genere. Particolare e
spettacolare affabulatore sarcastico, ha il suo primo momento di vera
gloria con Santa Rita da Cascia nel 1967, che scandalizza e viene
accusata di vilipendio alla religione. Alla ricerca sempre di quel lato
paradossale proprio della vita, fuori e sopra il palcoscenico, Poli si
prendeva sempre gioco di tutto, ma e' un'apparenza, se, per poterlo fare
sempre con tanta sicurezza, vuol dire che sa prendere prima tutto sul
serio, con un sicuro criterio critico e una sensibilita' vera, cosi' da
poter passare con lo stesso atteggiamento dalla letteratura alla vita,
per esempio non nascondendo la propria natura omosessuale, cosa seria,
ovviamente, ma su cui scherzava con la stessa impertinenza di tutto il
resto. E' cosi' che riesce, con naturalezza e in compagnia di Ida
Ombroni, che ha firmato con lui i testi di tanti celebri spettacoli,
passare da Carolina Invernizio o la Vispa Teresa a Savinio o Queneau,
senza dimenticare alcuni eroi romantici come l'Alfieri.
E cosi'
esemplare, se si vuole, resta nel fatidico 1969, la sua proposta de 'La
nemica' di Niccodemi con una compagnia en travesti' di soli uomini e
dando vita a una scatenata, italica mamma duchessa tutta vezzi, gesti ad
effetto, che si sventola le ascelle con un ventaglio o si mordicchia
provocatoria il povero boa di struzzo, gorgheggiando avvolta nella
bandiera, intonando vocine di ogni tipo e isteriche urla, che diventano
una critica dall'interno, un ridicolizzare quel mondo borghese a cavallo
tra Otto e Novecento, che ha portato senza alcuna coscienza il paese
alla guerra e al fascismo. Lui si divertiva, si mascherava, tirava fuori
tutti i vezzi possibili, alla fine di ogni spettacolo improvvisando e
quasi dialogando col pubblico, da beato immoralista dell'ambiguita' e
della crisi dei valori, provocatore amato ma solitario, unico,
esibizionista che rompeva gli ipocriti confini del perbenismo, facendolo
sempre anche sulla propria pelle. Nonostante l'età, energico e
irriverente, aveva continuato anche dopo gli 80 anni a frequentare il
palco, a realizzare libri - come l'audiolibro Emons in cui leggeva da
par suo ''La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene'' di Pellegrino
Artusi - ed era anche tornato in tv nel giugno scorso dopo oltre 40 anni
su Rai3 con 'E lasciatemi divertire', 8 puntate insieme all'amico Pino
Strabioli. Era stato, al solito, mattatore. ''Il mio peccato preferito?
E' la superbia. Quello che non sopporto, invece, e' l'accidia. Il
borbottio continuo di certa gente", aveva detto.
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lunedì 14 marzo 2016
PORNdemia. La pornografia nell’arte
…a Paratissima 08
Ve la siete persa, non l’avete ancora vista, vorreste rivederla. Desideri esauditi, perché PORNdemia, la mostra ospitata da Paratissima e curata da Francesca Canfora e Daniele Ratti negli spazi dell’ex Moi, è qui.
Il porno come fenomeno sociale,
culturale e artistico è al centro di questa esposizione, che racconta
l’approccio dell’arte alla pornografia, conducendo il pubblico a
superare lo shock estetico delle opere esposte per leggerne il messaggio
profondo.
Nei lavori esposti il riferimento sessuale, anche quando esplicito, non è mai gratuito. Si passa dall’erotismo pionieristico di Carol Rama agli affreschi generazionali di Daniele Galliano alle immagini erotiche dell’icona pop Keith Haring (dalla collezione di Paolo Tonin), che denunciano i miti della civiltà dei consumi. Attratto dalla pornografia, Man Ray dipinge ispirandosi a De Sade e fotografa modelle, amiche e amanti. Vanessa Beecroft, invece, propone una nudità del tutto priva di erotismo. Il genio torinese di Carlo Mollino
erompe nella ricca collezione di Polaroid realizzate negli anni ‘60,
protagoniste fidanzate, amiche e prostitute ritratte nude in interni
meticolosamente allestiti.
E ancora, una sezione dedicata al fumetto con opere di Milo Manara, Crepax e Frollo, e le opere di cinque artisti selezionati da Paratissima tramite un bando di concorso: Federica Bonani, Marco Corongi, Andrea Grucciart, Cristina Pirrone.
– Paratissima… C’est Moii!
sabato 27 febbraio 2016
Era nuova
In quei “dieci giorni che sconvolsero il
mondo” (come li definì John Reed) nell’ottobre-novembre del 1917 a
Pietroburgo ha avuto inizio una nuova era: per la prima volta nella
storia dell’umanità i lavoratori avevano conquistato il potere politico.
Tutto era possibile in quel momento e da quel momento in avanti, in
Russia come in tutto il mondo. Si poteva, non solo immaginare, ma
finalmente lavorare per cambiare la vecchia società basata
sull’individualismo egoista del capitalismo (come lo aveva definito Marx
nel saggio fondamentale “Sulla questione ebraica”), in una nuova
società basata sulla responsabilità collettiva, sulla solidarietà, sulla
parità prima ancora che sull’eguaglianza. Il primo vagito, ancora
immaturo e intempestivo, della Comune di Parigi del 1870 era diventato
l’urlo dell’assalto al Palazzo d’Inverno. Un nuovo ordine sociale, del
quale l’economia, intesa come rapporti di dominio del mondo del lavoro,
era solo la punta emergente, stava per essere fondato con al centro la
liberazione della persona umana. Nessun idealismo utopistico, nessuna
religione aveva sino ad allora predicato, immaginato e osato tanto. Ma
il marxismo-leninismo è una scienza e non un’ideologia e insegna che
intanto i diritti si possono garantire, in quanto si rendono disponibili
i mezzi per poterli concretamente esercitare. La Russia allora era un
paese sterminato e arretrato, devastato da sei anni di guerra, seguiti
da venti anni di preparazione all’inevitabile invasione militare
capitalista, quaranta anni di accerchiamento e di guerra fredda, poi il
collasso di una esperienza fallita. Ma per ogni fallimento subito, ci ha
insegnato Honecker nella sua autodifesa, l’umanità non ha mai smesso di
riprovare. Ma soprattutto le nuove ere, seppure identificano il loro
inizio in una evento cronologicamente determinato, in realtà richiedono
un lungo passaggio temporale prima di affermarsi e superare
definitivamente l’era tramontata. Dalla rivoluzione d’ottobre sono
trascorsi appena 100 anni, un tempo assai breve per concretizzare il
cambiamento di un’era. L’era del capitalismo è chiaramente in crisi
irreversibile, l’era del socialismo stenta ad affermarsi, ma progredisce
inarrestabilmente. Il testimone lasciato dall’Unione Sovietica è stato
raccolto dalla Cina, non è caduto e non si è perso.
Ma torniamo a quel momento straordinario
della storia dell’umanità che solo la scienza dei secoli futuri (i
posteri manzoniani) potrà compiutamente apprezzare nella sua dimensione
rivoluzionaria. Accanto alle prime misure sulla nuova amministrazione
dello Stato e dell’economia, il governo sovietico varò la prima
legislazione sulla liberazione delle persone umane e prime fra tutte,
delle donne. A guidare questa rivoluzione epocale fu una donna,
Aleksandra Kollontaj che varò la prima legislazione sulla parità dei
sessi fondata sulla rottura, più che sul superamento, dell’istituto
borghese della famiglia monogama patriarcale, o meglio padronale.
Rompere il concetto di proprietà che era insito nel matrimonio borghese,
così come in tutte le relazioni economiche e sociali del capitalismo,
era il passaggio necessario per rendere libero e dunque paritario anche
il rapporto affetivo e sessuale uomo-donna. Il progetto della Kollontaj
si scontrò con due opposte, ma parimenti infondate, interpretazioni. Da
un lato la borghesia illuminata interpretò l’azione della rivoluzionaria
russa come una mera trasposizione del femminismo già attivo
nell’Inghilterra post vittoriana; dall’altro l’ignoranza della incultura
religiosa tacciò la nuova libertà di relazioni paritarie sovietica come
libero amore letto, ovviamente, nella versione più lasciva della
repressione misogena, sul piano esclusivamente sessuale.
Ben altro era il messaggio di libertà
nelle relazioni anche sessuali che prefigurava il nuovo ordine sociale
sovietico e il saggio della Kollontaj che pubblichiamo nelle pagine
seguenti (per estratto) ne da una approfondita esposizione. Aveva
scritto Trotsky che la nuova cultura proletaria non sarebbe potuta
nascere dall’attuale miseria e povertà solo in virtù di ordini
amministrativi, occorreva la ricchezza e il benessere economico anche
per produrre una nuova cultura; così anche per la liberazione della
donna non fu sufficiente emanare direttive, occorrevano asili, scuole,
ospedali, case, servizi sociali e posti di lavoro sufficienti e adeguati
alla componente femminile della società socialista. Allora non fu
possibile garantire i mezzi necessari per rendere effettivo e concreto
il godimento di quei diritti, ancorché formalmente affermati e
giuridicamente tutelati. L’Unione Sovietica, non per sua sola colpa, non
è stata in grado di fornire in misura sufficiente quegli strumenti
anche se furono fatti passi in avanti giganteschi. Basti pensare che già
nel 1918 le donne sovietiche godevano degli stessi diritti degli
uomini, con le ulteriori tutele della maternità anche sole, mentre in
Italia le donne hanno avuto il diritto di voto solo nel 1946, decenni
più tardi quello ereditario (per chi non lo ricorda esisteva l’istituto
ereditario del solo usufrutto sul quarto vedovile), quello della pari
potestà dei genitori sui figli, il divorzio, l’aborto e solo nel 1981 è
stata soppressa la vergognosa attenuante del delitto d’onore (maschile
ovviamente). Il saggio della Kollontaj che pubblichiamo mantiene oggi,
in una situazione di vergognosa recrudescenza della incultura del
predomino maschile che si fonda sul concetto borghese di proprietà
privata, una indubbia attualità, ma anche un progetto per il futuro di
una società migliore. Il testimone non è caduto. La Cina porta avanti il
suo progetto di società armoniosa e, con il sogno cinese, rilancia gli
ideali socialisti della solidarietà, dell’amicizia, del rispetto,
creando le condizioni economiche di una società “mediamente benestante”
che potrà concretamente garantire i mezzi necessari. L’Eros alato della
società socialista sta rimettendo le sue piume.
Di Sandro Ridolfi
La questione femminile nell'Unione Sovietica degli anni Venti del XX secolo: il pensiero di Aleksandra Kollontaj; la questione vuene trattata nella Tesi di Caterina Saracco. Il lavoro si propone di studiare il concetto di famiglia e di femminilità così come era concepito negli anni '20 dell’ultimo secolo, focalizzando l’attenzione su una donna molto particolare, Aleksandra Kollontaj, che fu femminista e bolscevica e anche, verso la fine della sua vita pubblica, quasi un oppositore del regime stalinista. Dopo una breve panoramica sulla posizione della donna nella società e dell’istituto matrimoniale nella legislazione comunista, è stato tracciata la parabola umana e politica di Aleksandra Kollontaj, analizzando il suo pensiero sulla famiglia, sull’amore e sul matrimonio, con un’analisi del saggio Dorogu krylatomu Erosu! Pis’mo k trudjaščejsja molodёži (Largo all’Eros alato! Lettera alla gioventù lavoratrice), che si ritiene essere il suo manifesto nella lotta “di classe” tra i sessi.
Aleksandra Kollontaj (1871-1952) è stata
la prima donna ministro della storia. Di lei aveva scritto Maxim
Gorkij: ci sono solo due comunisti in Russia: uno è Lenin, l’altra è
Aleksandra Kollontaj. A Lenin la Kollontaj rimase sempre strettamente
legata con una tale reciproca attestazione di stima che già nella
formazione del primo governo sovietico la valse la nomina a ministro
all’assistenza sociale. Tale rapporto privilegiato non le impedì,
tuttavia, di contestare ripetutamente, anche con forti manifestazioni di
dissenso quali le dimissioni dalla carica di ministro, diverse
decisioni: dalla pace di Brest-Litovst alla Nuova Politica Economica,
ambedue fortemente volute da Lenin, fondando e guidando anche una
corrente di opposizione all’interno del Partito Bolscevico, denominata
“Opposizione Operaia”, che contestava la burocratizzazione dei dirigenti
politici in favore di una presenza, anche manageriale nelle industrie,
prevalentemente operaia. L’attività politica della Kollontaj si
concentrò sull’organizzazione della componente femminile nel partito
bolscevico e nel nuovo Stato sovietico e la creazione del sistema
dell’assistenza sociale ai bambini e alle donne lavoratrici. In ragione
di questo particolare impegno la letteratura politica occidentale ha
attribuito alla Kollontaj l’attributo di “femminista nel cuore del
soviet”. L’affermazione è non solo molto riduttiva rispetto alla assai
più ampia dimensione della militanza politica della rivoluzionaria
russa, ma è soprattutto errata e fuorviante. La liberazione delle donne
rivendicata dalla Kollontaj andava, infatti, ben oltre il riconoscimento
alle donne degli stessi (o quanto meno simili) diritti goduti dagli
uomini, ma coinvolgeva una radicale revisione dei rapporti sociali, dei
quali i rapporti uomo/donna erano una derivazione condizionata. La nuova
società degli uguali prefigurata dalla rivoluzione comunista non si
proponeva solo di equiparare sul piano giuridico le donne agli uomini,
ma di stabilire un nuovo patto sociale fondato sulla equiparazione
naturale dei due sessi e sulla loro essenziale complementarietà. La
Kollontaj ha scritto numerosi saggi sul nuovo concetto di amore della
società socialista e alcuni romanzi reperibili in internet in italiano.
L’amore da compagni
La nuova società dei lavoratori, la
società comunista, è fondata sul principio della solidarietà. Ma cos’è
la solidarietà? E’ la “coscienza” non solo della comunanza degli
interessi, ma anche dei vincoli spirituali e morali intessuti tra gli
appartenenti al collettivo. Una struttura sociale edificata sulla
solidarietà e la cooperazione esige dalla società un «potenziale
d’amore» notevolmente sviluppato: in altre parole, che le persone siano
capaci di provare dei sentimenti di autentica simpatia. Senza di che, la
solidarietà non può essere durevole. Per questo l’ideologia proletaria
tenta di far nascere e rafforzare in ciascun membro della classe operaia
sentimenti di partecipazione alle sofferenze e ai bisogni dei suoi
compagni di classe, di comprensione delle altrui aspirazioni, di
profonda coscienza dei suoi legami con gli altri appartenenti al
collettivo. Tutti questi sentimenti di simpatia, di compassione, di
rispetto, sgorgano da un’unica, comune sorgente: la facoltà di amare,
non nel senso strettamente sessuale, ma nella larga accezione di questo
termine. In quanto emozione (sentimento), l’amore costituisce un
elemento di coesione, e quindi un elemento organizzatore. Che l’amore
sia una grande forza di coesione, la borghesia ne è perfettamente
cosciente, e ne tiene conto. Ecco perché l’ideologia borghese, allo
scopo di consolidare la famiglia rese «l’amore coniugale» una virtù
morale. Il proletariato, da parte sua, non può non tener conto del ruolo
psico-sociale che l’amore, in senso lato o nel campo dei rapporti
sessuali, può e deve svolgere per il rafforzamento dei vincoli, non
coniugali e familiari, ma riguardanti lo sviluppo della solidarietà
collettiva.
Qual è dunque l’ideale amoroso della
classe operaia? Quali sono i sentimenti e le emozioni che l’ideologia
proletaria pone alla base dei rapporti tra i sessi? Nelle varie fasi
dello sviluppo economico e sociale, il contenuto della nozione di amore è
mutato. Da fenomeno biologico, l’amore è divenuto un fattore
psico-sociale. Sotto l’azione delle forze economiche e sociali,
l’istinto biologico di riproduzione, che ha determinato i rapporti
sessuali nei primi stadi dello sviluppo dell’umanità, ha subito due
degenerazioni in direzioni diametralmente opposte. Da un lato, per uno
scopo riproduttivo, sotto la spinta di rapporti socio-economici abnormi,
e in particolare sotto il dominio del capitalismo, il normale istinto
sessuale, la normale attrazione tra i sessi, sono degenerati in “malsana
libidine”. Nella sua forma attuale, l’amore è uno stato d’animo
estremamente complesso, che si è da molto tempo allontanato dalla sua
primitiva fonte (l’istinto biologico di riproduzione) e spesso si trova
perfino in netto contrasto con essa. L’amore è una sorta di
conglomerato, un complesso insieme formato di passione, di amicizia, di
tenerezza materna, d’inclinazione amorosa, di comunanza di spirito, di
pietà, di ammirazione, di abitudine e di molte altre sfumature
sentimentali ed emotive. Di fronte ad una simile complessità è sempre
più problematico stabilire un nesso diretto tra voce della natura, “Eros
senz’ali” (l’attrazione fisica dei sessi), e “Eros alato” (l’attrazione
carnale mista a emozioni spirituali e morali). L’amore-amicizia, nel
quale non v’è alcuna componente fisica, l’amore spirituale per una causa
o un’idea, l’amore impersonale per la collettività: tutti questi
fenomeni sono la testimonianza di quanto il “sentimento d’amore” si sia
distaccato dalla sua base biologica, di quanto si sia «spiritualizzato».
L’amore è divenuto multiforme e multicorde. Ciò che l’uomo d’oggi, nel
quale le fasi della cultura hanno sviluppato e accentuato nel corso di
molti millenni diverse sfumature di amore, prova nel campo delle
emozioni amorose non può essere racchiuso in un termine, «amore», troppo
generico, e quindi inesatto.
Sotto il dominio dell’ideologia borghese
e del sistema di vita capitalistico-borghese la dicotomia dell’amore,
del sentimento, è causa di sofferenze ineluttabili. Per millenni, una
cultura fondata sull’istinto di proprietà ha inculcato negli uomini la
convinzione che il sentimento d’amore aveva anch’esso come base il
principio della proprietà. L’ideologia borghese ha messo in testa alla
gente l’idea che l’amore, compreso l’amore reciproco, dava il diritto di
possedere interamente e senza spartizioni il cuore dell’essere amato.
Quest’ideale, questo esclusivismo nell’amore, derivava naturalmente
dalla forma di unione coniugale stabilita e dall’ideale borghese di
«amore totale ed esclusivo» tra gli sposi. L’essere esclusivi in amore,
l’esigere «totalmente assorbiti» dall’amore, non può costituire l’ideale
dei rapporti tra i sessi dal punto di vista dell’ideologia proletaria.
Al contrario, lo scoprire che “Eros alato” è multiforme e multicorde non
produce nel proletariato né orrore né indignazione, come avviene per
l’ipocrita morale borghese. Al contrario il proletariato tenterà con
tutte le sue forze di indirizzare questo fenomeno nella direzione
corrispondente ai suoi compiti di classe in un dato momento della lotta,
in un dato momento della costruzione della società comunista. Il fatto
che l’amore sia multiforme non è, di per sé, in contraddizione con gli
interessi del proletariato. Al contrario, esso facilita il trionfo di
quell’ideale di amore nei rapporti tra i sessi che sta già prendendo
forma e cristallizzandosi in seno alla classe operaia.
Si tratta precisamente dell’amore da
compagni. L’ideale d’amore della classe operaia, che discende dalla
cooperazione nel lavoro e dalla solidarietà di spirito e di volontà dei
membri di questa classe, uomini e donne, si differenzia naturalmente,
sia per la forma che per il contenuto, dalle nozioni dell’amore proprie
alle altre epoche culturali. Ma cos’è l’amore da compagni? Significa
forse che l’austera ideologia della classe operaia, elaborata
nell’atmosfera arroventata delle lotte per la dittatura del
proletariato, vorrà scacciare senza pietà il tenero e fremente “Eros
alato” dai rapporti sessuali? Assolutamente no. Non solo l’ideologia
della classe operaia non ha intenzione di abolire “Eros alato”, ma al
contrario essa libera la strada al riconoscimento del valore dell’amore
come forza psico-sociale. La morale ipocrita della cultura borghese ha
strappato senza pietà le piume dalle ali multicolori e sgargianti di
Eros, obbligandolo a frequentare unicamente le «coppie legittime». Al di
fuori del matrimonio, l’ideologia borghese lascia posto unicamente ad
un Eros senza piume e senza ali: l’unione sessuale momentanea, sotto
forma di carezze comperate (prostituzione) o rubate (adulterio). La
morale della classe operaia invece, nella misura in cui ha già iniziato a
cristallizzarsi, trascura completamente la forma esteriore che possono
assumere i rapporti d’amore tra i sessi. Per ciò che concerne gli
obiettivi di classe del proletariato, è del tutto indifferente che
l’amore assuma la forma di un’unione duratura e legalizzata o che si
esprima semplicemente in una relazione passeggera.
La ideologia della classe operaia non
impone alcun limite formale all’amore. Al contrario, fin da ora essa
guarda soprattutto al contenuto dell’amore, delle sfumature sentimentali
ed emozionali che uniscono i due sessi. E in questo senso, l’ideologia
della classe operaia darà la caccia a “Eros senz’ali” (la concupiscenza,
la soddisfazione carnale egoista per mezzo della prostituzione, la
trasformazione dell’atto sessuale in scopo a se stante) molto più
rigorosamente e spietatamente di quanto non facesse la morale borghese.
“Eros senz’ali” è contrario agli interessi della classe operaia, è di
solito basato sull’ineguaglianza dei diritti nei rapporti sessuali,
sulla dipendenza della donna nei confronti dell’uomo, sulla fatuità e
sulla rozzezza maschili, il che può unicamente frenare lo sviluppo del
sentimento di solidarietà fra compagni. La presenza di “Eros alato”
agisce esattamente in senso contrario.
Va da sé che alla base di “Eros alato”
troviamo la medesima attrazione di un sesso per l’altro che in “Eros
senz’ali”, ma la differenza è grande: nell’essere che ama un altro
essere, si risvegliano e si manifestano proprio quei tratti dell’animo
che sono indispensabili agli edificatori della nuova cultura:
delicatezza, sensibilità desiderio di aiutare l’altro. L’ideologia
borghese voleva che l’essere umano manifestasse queste qualità
unicamente nei confronti dell’eletto, o l’eletta, del suo cuore, in
altre parole nei confronti di un unico essere. Ciò che conta
innanzitutto per l’ideologia proletaria, è che queste qualità siano
risvegliate e sviluppate nell’essere umano, e che si manifestino non
solo nei rapporti con l’eletto del cuore, ma anche nelle relazioni con
tutti gli appartenenti alla collettività. Il riconoscimento, anche
nell’amore, dei diritti reciproci, la capacità di tener conto della
personalità dell’altro, un fermo e mutuo sostegno, una sollecitudine
attenta e una reale comprensione di ciascuno per i bisogni dell’altro,
congiunti alla comunanza degli interessi o delle aspirazioni: ecco
l’ideale dell’amore da compagni che l’ideologia proletaria sta forgiando
per sostituire il caduco ideale di amore coniugale «assorbente» ed
«esclusivo» della cultura borghese. L’amore da compagni costituisce
l’ideale di cui il proletariato ha bisogno nel periodo gravido di
responsabilità e di difficoltà in cui lotta per fondare e consolidare la
propria dittatura. Ma non v’è alcun dubbio che, quando la società
comunista sarà divenuta una realtà, “Eros alato” si presenterà sotto un
aspetto interamente rinnovato, completamente sconosciuto a tutti fino ad
oggi. In quel momento, i «vincoli di simpatia» tra tutti i membri della
nuova società si saranno sviluppati e consolidati, la «forma
dell’amore» sarà molto più grande, e l’amore-solidarietà avrà un ruolo
motore analogo a quello della concorrenza e dell’amor proprio nella
società borghese. Il collettivismo dello spirito e della volontà
riporterà la sua vittoria sulla fatuità individualista. La «fredda
solitudine morale», alla quale le persone, nella società borghese,
tentavano spesso di sfuggire attraverso l’amore e il matrimonio, sarà
scomparsa; molteplici e svariati vincoli uniranno le persone in una vera
comunanza spirituale e morale. I sentimenti degli uomini
s’indirizzeranno verso lo sviluppo della coscienza sociale, mentre
l’ineguaglianza tra i sessi, affondata nella memoria dei secoli passati,
e ogni forma di dipendenza della donna dall’uomo saranno scomparsi
senza lasciar traccia. In questa società nuova, collettivista sul piano
spirituale ed emozionale, Eros occuperà, sullo sfondo di una gioiosa
unità e fratellanza tra tutti i membri del collettivo, un posto d’onore,
come sentimento destinato a decuplicare la gioia degli uomini. Quale
sarà quest’Eros nuovo, trasfigurato? La più ardita immaginazione non
saprebbe tracciarne il ritratto. Ma una cosa è chiara: maggiore sarà la
solidarietà in seno all’umanità nuova, maggiore sarà la coesione morale
in tutti i settori della vita, della creatività, delle relazioni umane, e
minore sarà il posto per l’amore inteso nel senso attuale del termine.
Ma per il momento ci troviamo ancora in
una fase di svolta tra due culture. Durante questo periodo di
transizione, insieme alla lotta accanita dei due mondi su tutti i
fronti, compreso quello ideologico, il proletariato ha interesse a
favorire al più presto e con ogni mezzo l’accumulazione delle riserve di
«sentimenti di simpatia». In questo periodo, l’ideale morale che
determina i rapporti sentimentali non è il mero istinto sessuale, bensì
una grande varietà di emozioni amorose e di solidarietà, tanto per gli
uomini quanto per le donne. Per rispondere agli imperativi della nuova,
nascente morale proletaria, queste condizioni devono essere fondate su
tre principi basilari: 1. uguaglianza reciproca (nessuna predominanza
maschile, né schiavitù e annullamento della personalità della donna nei
rapporti d’amore); 2. riconoscimento reciproco dei diritti dell’altro,
il che esclude la pretesa di possedere interamente il cuore e l’anima
dell’altro (sentimento di proprietà creato e conservato dalla cultura
borghese); 3. sollecitudine da compagni, attitudine ad ascoltare e
comprendere i moti dell’animo dell’essere caro (la cultura borghese
esigeva questa sollecitudine nell’amore unicamente da parte della
donna). Pur proclamando i diritti di “Eros alato” (l’amore), l’ideologia
della classe operaia subordina l’amore reciproco tra i membri della
collettività ad un sentimento più imperioso: l’amore-dovere verso la
collettività stessa. Per quanto grande sia l’amore che lega i due sessi,
per quanto numerosi siano i legami di cuore e di spirito che intesse
tra di loro, i vincoli dello stesso tipo con l’intera collettività
debbono essere ancora più forti, più numerosi, più organici. La morale
borghese esigeva: tutto per l’essere amato. La morale proletaria
prescrive: tutto per il collettivo. Rigettando la «morale» borghese nel
campo dei rapporti amorosi e coniugali, l’ideologia proletaria non può
non forgiare a sua volta la propria morale di classe, le sue nuove
regole nelle relazioni sessuali, meglio rispondenti agli interessi della
classe operaia. Nella misura in cui si tratta dell’amore forgiato e
sviluppato dalla cultura borghese, incontestabilmente il proletariato
strapperà molte piume alle ali dell’Eros di formazione borghese. È
chiaro che in luogo delle vecchie, l’ideologia della classe in ascesa
saprà sistemare nuove piume sulle ali di Eros: e saranno piume di una
forza, di una bellezza e di una lucentezza ancora mai viste. Se, nei
rapporti d’amore, la passione cieca, assorbente, esigente, perde vigore,
se il sentimento di proprietà e il desiderio egoista di vincolare a sé
«per sempre» l’essere amato deperiscono, se la prepotenza maschile e la
mostruosa rinuncia della donna al proprio io scompaiono, si assisterà
allo sviluppo di altri preziosi aspetti dell’amore: il rafforzamento del
rispetto della personalità dell’altro, la attitudine a prendere in
considerazione i suoi diritti, lo sviluppo della comprensione reciproca,
la crescita dell’aspirazione ad esprimere l’amore non solo con i baci e
le carezze, ma anche con l’azione congiunta, con l’unità delle volontà,
con la comune opera creativa. Il compito dell’ideologia proletaria non è
quello di scacciare Eros dai rapporti sociali, ma solamente quello di
riempire la sua faretra di frecce di nuova tempra, di educare il
sentimento dell’amore tra i sessi nello spirito della nuova grande forza
psichica: la solidarietà fra compagni.
di Aleksandra Kollontaj
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giovedì 25 febbraio 2016
Interrogare il desiderio (By Wanda Tommasi)
Il tema del desiderio è sempre stato centrale nel
femminismo, a partire dagli anni 1970: allora, il problema era quello di
dare voce a un desiderio femminile che era stato tacitato o asservito
nell’ordine socio-simbolico patriarcale e di trovare delle mediazioni
per un desiderio di donne che, lungo la traiettoria dell’emancipazione, o
andava nel mimetismo rispetto alle mete sociali maschili o ammutoliva,
rifugiandosi nell’estraneità.
Come sottolinea Ida Dominijanni nell’introduzione a un testo che è cruciale per il mio discorso, La politica del desiderio
di Lia Cigarini, dove prima c’erano grumi di vissuto femminile che
sbarravano la strada al desiderio, si sono inventate delle pratiche che,
sul modello liberamente interpretato della pratica psicanalitica, hanno
trovato strumenti preziosi per scongelare il corpo e la parola, per
liberare la sessualità femminile dalla sudditanza al maschio, e infine
per superare le difficoltà di espressione di sé e il disordine nelle
relazioni fra donne.[1]
Con l’irruzione sulla scena della storia del “soggetto imprevisto”,[2]
secondo la felice espressione di Carla Lonzi, si è realizzata anche la
complicazione della sua razionalità con il desiderio e l’inconscio:
constatata la debolezza del desiderio femminile, stretto fra le opposte
opzioni, entrambe insoddisfacenti, dell’esclusione e dell’omologazione
all’uomo, si sono cercate delle pratiche che aiutassero a liberare
desiderio ed energie femminili e a metterle in circolo nel mondo.[3]
Il problema messo a fuoco negli anni 1970 è che il desiderio femminile,
che era muto o asservito all’uomo nell’ordine patriarcale, arretrava
ancora, nonostante la libertà femminile recentemente guadagnata, di
fronte a un ordine sociale avvertito come estraneo oppure mimava il
desiderio maschile assumendone acriticamente gli oggetti. Rosi Braidotti
ha definito giustamente il desiderio di donne a cui ha dato voce il
femminismo come un desiderio ontologico,[4]
cioè come un desiderio di essere e di esserci. In Italia, il femminismo
della differenza sessuale ha sia messo a tema, a partire dagli anni
1970, l’intreccio di sessualità, desiderio e politica, sia ha
interrogato l’enigmatica caduta del desiderio femminile di fronte agli
oggetti sociali, di fronte al mondo.
Quest’ultimo aspetto, però, nel corso del tempo,
ha decisamente avuto la meglio rispetto al primo: se infatti, negli anni
1970, Carla Lonzi metteva al centro il nodo di sessualità e politica
proponendo la figura della donna clitoridea, autonoma e consapevole del
proprio desiderio, a differenza della donna vaginale, complementare
all’uomo,[5]
in seguito questo intreccio di sessualità e politica è andato sullo
sfondo e ci si è concentrate piuttosto sulla debolezza del desiderio
femminile di fronte alle mete sociali e politiche, di fronte al mondo.[6]
E’ stato soprattutto in quest’ultima direzione che
è stato tenuto vivo, nel pensiero e nelle pratiche della differenza
sessuale, il tema del desiderio, interrogando l’enigmatica caduta del
desiderio femminile rispetto al mondo. Le pratiche legate al pensiero
della differenza hanno liberamente tratto ispirazione dalla pratica
psicanalitica tematizzando la disparità nelle relazioni fra donne e
facendo entrare in gioco il fantasma materno.
Per esserci nel sociale sfuggendo sia
all’esclusione sia all’omologazione, le donne sono state chiamate a
ridefinire la struttura simbolica del desiderio: disparità e autorità
femminile servono anche a questo, sono leve del desiderio per sottrarsi
al potere, sono vie di decentramento dal potere stesso e dagli oggetti
di desiderio già disegnati nell’ordine simbolico maschile. In pratiche
politiche originali e contestuali, mosse non dal vittimismo reattivo ma
dal desiderio attivo, si è sperimentata l’efficacia delle mediazioni
femminili, delle relazioni di disparità e di autorità, che fanno sì che
fra sé e il mondo ci sia un’altra donna: questo avrebbe dovuto, dovrebbe
far uscire le donne sia dall’estraneità al sociale sia
dall’omologazione all’uomo e consentire al desiderio femminile di
iscriversi nel mondo senza mutilazioni.
Il riferimento alla pratica psicanalitica rimane
sullo sfondo quando s’interrogano e si mettono in gioco i rapporti di
disparità fra donne: come, in analisi, la disparità fra analista e
paziente è una leva per smuovere il desiderio, così, nelle relazioni fra
donne, si punta sulla disparità per mettere al mondo il desiderio
femminile. Mentre, nella fase iniziale del femminismo della sorellanza,
era importante riconoscersi tutte uguali, sorelle, in seguito sono
emerse disparità fra donne che, anziché essere negate, sono state usate
come leve per iscrivere nel mondo il desiderio femminile. La disparità
come leva capace di mobilitare il desiderio, di mantenerlo in uno
scambio fecondo fra sé e sé, fra sé e l’altra e fra sé e il mondo, è
l’intuizione geniale alla base delle pratiche della disparità. Non è mia
intenzione sconfessare questa intuizione geniale, intendo anzi
valorizzarla. Tuttavia, vorrei esprimere dei dubbi e delle domande a
proposito del desiderio.
1. La prima questione riguarda quella che vorrei
chiamare una “metafisica del desiderio” che c’è, a mio parere, in seno
al pensiero della differenza sessuale: si suppone che una donna, una
volta distolta dagli oggetti maschili di desiderio, in particolare dal
potere, sia capace di esprimere un desiderio autentico, femminile,
altro; si presuppone l’esistenza di un simile desiderio metafisico, non
mimetico ma originale, fuori dal simbolico dominante. Tuttavia, mi
chiedo, questo desiderio esiste veramente o non è piuttosto una
proiezione mitica? Fino a che punto è libero il desiderio? Innanzitutto,
il desiderio è stato intercettato alla grande dal capitalismo, che
chiede un consumatore, una consumatrice con la testa sempre piena di
desideri per questo o quell’oggetto da acquistare. La psicanalisi, in
particolare quella lacaniana, parla a questo proposito non di uno
sfrenamento del desiderio ad opera del discorso del capitalista, ma al
contrario di una sua estinzione nel circuito immediato del consumo:[7]
in gioco nell’orizzonte consumista ci sarebbe non il desiderio ma il
godimento, che per i lacaniani ha un significato decisamente negativo.
Qui devo fare una breve parentesi sul desiderio
come mancanza, un tema che risale a Platone e che arriva fino alla
psicanalisi contemporanea e anche al femminismo: per ciò che riguarda
quest’ultimo, mi riferisco soprattutto all’interpretazione che ha dato
di questo tema Luisa Muraro in La maestra di Socrate e la mia e in Al mercato della felicità.[8] Se il desiderio è mancanza, come mostra bene Platone nel Simposio,
occorre stare sempre nello sbilanciamento che esso inaugura e mantiene
vivo, nello squilibrio fra l’enormità del proprio desiderio e gli
oggetti, sempre insoddisfacenti, che mai possono colmarlo del tutto. Se,
come afferma Lacan, il fine dell’analisi è quello di far parlare il
vero soggetto, che non coincide con l’io ma con l’inconscio, allora
occorre essere fedeli alla singolarità sempre provvisoria e sempre
deviante del desiderio, che segnala un’“intima estraneità”[9]
installata nel cuore stesso del soggetto. In sostanziale sintonia con
questa prospettiva psicanalitica, anche il femminismo della differenza
insiste sul desiderio come mancanza, rigettando però del tutto la
conclusione platonica del Simposio, in cui il desiderio si colma e si acquieta nella contemplazione del bello e del bene in sé.
Tuttavia, se la conclusione platonica
dell’estinzione del desiderio è anche per me sostanzialmente da
rifiutare non solo in sé ma anche per la gerarchia fra maschile e
femminile che essa instaura – un maschile che genera nello spirito
frutti immortali e un femminile che genera solo corpi mortali -, non
bisogna però dimenticare che il desiderio non è “buono” di per sé: esso
può anche mangiarsi l’anima, farci ammalare, spesso lo fa. Come afferma a
tale proposito non Platone ma Aristotele, il desiderio non può essere
un fine in sé: il fine a cui tende il desiderio è la felicità (eudaimonia),
perché tutti gli altri oggetti desiderati (potere, ricchezza,
realizzazione di sé) sono mezzi per il fine di essere felici, mentre la
felicità è fine in se stessa, non in vista di altro.[10]
Inoltre, riabilitando un po’ Platone contro le interpretazioni
contemporanee che accettano da lui unilateralmente solo il tema del
desiderio come mancanza, rigettando la pienezza, bisogna dire che almeno
un presentimento di pienezza nel desiderio sicuramente c’è: lo
riconosce per esempio Freud quando dice che il desiderio sta fra la
mancanza e il ricordo inconscio della pienezza, dei primi
soddisfacimenti nella relazione con la madre, che lasciano una traccia
fantasmatica nell’inconscio.[11]
Anche al di fuori della psicanalisi, si può dire che nel desiderio ci
sia la nostalgia di una pienezza perduta, quella sperimentata nel legame
con il corpo della madre nella prima infanzia. In questa nostalgia di
una pienezza perduta, entra in gioco anche l’asimmetria della differenza
sessuale, perché l’intimità femminile con la madre, una del proprio
stesso sesso, è stata davvero molto grande, più di quanto possa essere
stata per un infante di sesso maschile. La relazione materna è un bene
perduto e irrinunciabile, soprattutto per una donna.
Va detto comunque che, nell’orizzonte
contemporaneo, il desiderio come mancanza non è l’unica visione del
desiderio, benché essa sia sostanzialmente condivisa sia dalla
psicanalisi sia dal femminismo: antagonista all’idea del
desiderio-mancanza vi è la linea che va da Spinoza a Deleuze, nella
quale il desiderio non è visto come mancanza, ma come potenzialità e
risorsa, come gioia immanente.[12] Quest’ultima concezione del desiderio è stata rilanciata recentemente da Rosi Braidotti,[13]
la cui proposta del post-umano mi trova però poco d’accordo: condivido
il senso di un congedo dall’umano, troppo compromesso con termini come
uomo e umanesimo, ma l’ibridazione con la macchina, che non è sessuata
ma neutra, mi sembra poco promettente, perché rischia di rendere
insignificante la differenza sessuale. Nonostante l’opposizione fra il
desiderio come mancanza e il desiderio come gioia immanente, ciò che le
due linee di pensiero hanno in comune è l’imperativo di mantenere sempre
viva la potenza desiderante.
Ritorno ora brevemente sulla mia domanda, che
riguarda la metafisica del desiderio, per precisarla meglio. Come ho già
accennato, vi sarebbe a mio parere nel pensiero della differenza una
sorta di metafisica del desiderio, cioè la convinzione che una donna,
una volta distolta dagli oggetti maschili di desiderio, sia capace di
esprimere un desiderio femminile sorgivo, autentico, fuori dal simbolico
dominante; si presuppone l’esistenza di un simile desiderio metafisico,
non mimetico ma originale. Mi permetto di dubitarne. Per esempio la
figura dell’isterica, assunta da alcune pensatrici della differenza come
emblematica dell’intero sesso femminile,[14]
parla di un desiderio modellato sul desiderio dell’altro, dell’altra.
Si auspica un desiderio femminile autentico, sorgivo, non mimetico: ma
un simile desiderio esiste veramente o non è piuttosto una proiezione
mitica? Secondo René Girard, che ha molto lavorato sul desiderio
mimetico, il mito del desiderio originale è una menzogna romantica: la
verità che i grandi romanzieri svelerebbero è che il desiderio imita
sempre il desiderio più forte, e che solo accettando di essere creature,
rinunciando all’orgoglio e ritrovando il senso della trascendenza, si
può desiderare secondo se stessi e non secondo quello che gli altri
indicano.[15]
Girard non ha la chiave di lettura della differenza sessuale, ma io sì e
mi sento di affermare, proprio guardando ai luoghi di donne che conosco
bene, che anche nei contesti femminili spesso il desiderio imita il
desiderio più forte: imparare a desiderare secondo se stesse è un’arte
difficile, che richiede un faticoso apprendistato e un difficile
scollamento dalle figure che via via si candidano a presentarsi come
sostitute del tesoro perduto e irrinunciabile della relazione materna.
Girard pensa che occorra ritrovare un qualche senso della trascendenza
per desiderare secondo se stessi: anch’io lo credo e penso che proprio
per questo molto desiderio femminile, quello delle mistiche ad esempio,
si sia giocato nella relazione con l’Altro divino, con una trascendenza
che ha consentito di ottenere un’autorizzazione infinita per il proprio
stesso desiderio:[16]
forse proprio nella tradizione mistica, che è una tradizione
soprattutto femminile, risiede il segreto che consente di desiderare
secondo se stesse ma senza rinunciare alla relazione con l’altro.
2. Il secondo dubbio riguarda gli oggetti del
desiderio. Senza voler fare del moralismo sugli oggetti del desiderio –
moralismo inaccettabile perché, ognuna, ognuno ovviamente desidera
quello che vuole, e non c’è altro da dire -, bisogna però andare a
vedere che cosa le donne in carne e ossa concretamente desiderano:
soldi, carriera, amore, potere, realizzazione di sé? Nell’orizzonte
della differenza sessuale, non si fanno discriminazioni fra gli oggetti
del desiderio, qualificandone alcuni come buoni, altri come meno buoni, e
giustamente, perché, restando all’interno del desiderio, non è
possibile avanzare alcuna valutazione né discriminazione fra desideri.
Oltretutto, in quest’assenza di valutazione, c’entra anche il fatto che
l’ambizione femminile, sempre piuttosto scarsa, va comunque
incoraggiata, qualsiasi cosa una donna concretamente desideri.
La questione di fondo è che, rimanendo
nell’orizzonte del desiderio, non è possibile fare alcuna valutazione né
avanzare alcun giudizio sugli oggetti del desiderio stesso: qualsiasi
desiderio è legittimo e sacrosanto, e non c’è nulla da aggiungere.
Tuttavia, come ho già ricordato, Aristotele nell’Etica nicomachea
sostiene che una misura del giudizio è possibile se si esce
dall’orizzonte stretto del desiderio e se si considera che quest’ultimo
non è in realtà un fine in sé, ma è solo un mezzo in vista del fine a
cui tutti tendono, che è la felicità.[17]
Tutti gli oggetti desiderati sono solo mezzi per il fine di essere
felici, mentre la felicità è fine in se stessa, non in vista di altro:
si tratterebbe a questo punto solo di valutare se i propri desideri, i
mezzi prescelti, siano in grado di procurare la felicità oppure no.
Nonostante che nel pensiero della differenza
sessuale non venga avanzato – e a ragione – alcun giudizio nei confronti
degli oggetti del desiderio, tuttavia si può distinguere, seguendo un
suggerimento di Luisa Muraro in L’ordine simbolico della madre,
fra quegli oggetti che sono una buona restituzione della relazione
materna e quelli che ne rappresentano invece una contraffazione.[18]
A mio avviso, il pensiero e le pratiche della differenza sessuale
scontano una certa ambiguità nell’autorizzare, da un lato, qualsiasi
desiderio come espressione della soggettività femminile e
nell’incoraggiare invece, da un altro lato, soprattutto quei desideri
che si distolgono dalle mete sociali maschili per aprire uno spazio
altro, per dare vita al desiderio di esserci come donne, cioè al
desiderio femminile come desiderio ontologico. In fondo, la scommessa,
centrale nel pensiero della differenza sessuale, di puntare
sull’autorità femminile in alternativa al potere[19]
può essere letta alla luce di questo discrimine: puntare sull’autorità
femminile vuol dire infatti radicarsi nella relazione materna, visto che
per una donna la prima figura di autorità è stata la madre, mentre
essere attratte dal potere significa essere conniventi con un ordine
simbolico di origine maschile.
In realtà, nel pensiero della differenza sessuale,
un giudizio implicito sugli oggetti di desiderio c’è, e riguarda il
desiderio dell’emancipata: l’emancipata è una donna che assume
acriticamente gli oggetti di desiderio già designati secondo misure
maschili. Nella presa di distanza, all’interno del pensiero della
differenza sessuale, dalla prospettiva dell’emancipazione, è leggibile
in controluce un giudizio di valore negativo su degli oggetti di
desiderio che non sarebbero davvero in grado di procurare la felicità
auspicata.
Riguardo a questa obiezione circa gli oggetti di
desiderio, tuttavia, bisogna dire che in generale il pensiero della
differenza promuove fondamentalmente un desiderio senza oggetto: esalta
il desiderio come leva, come capacità di spostamento, come energia,
invitando a stare sempre nello squilibrio e nella fecondità degli inizi.[20]
Il gioco aperto dal desiderio vi appare come un costante
sbilanciamento, come una sproporzione che, anziché condurre alla
moderazione, invita al rilancio, perché, anziché lasciarsi paralizzare
dalla propria pochezza, si fa della mancanza una risorsa.[21]
Tutto è squilibrio nel desiderio: c’è disparità fra sé e sé, in una
soggettività fessurata dall’inconscio, c’è disparità fra sé e l’altra,
l’altro, c’è sproporzione fra il desiderio e una realtà che sembra
ostile o indifferente. Tutte queste disparità, che potrebbero risultare
paralizzanti, vengono al contrario interpretate come inviti a rinnovare
sempre la contrattazione, a trovare nuove mediazioni, più rispondenti a
sé, a muoversi in un incessante andirivieni fra interiorità ed
esteriorità, affinché la realtà non risulti indifferente ai propri
desideri. Come ha sottolineato giustamente Manuela Fraire, nel
femminismo della differenza fin dall’inizio l’importante non è tanto il
desiderio di un oggetto, quanto piuttosto “il rapporto e la
trasformazione di sé che si opera per via del desiderio”.[22]
3. Un terzo dubbio che ha a che fare con il tema
del desiderio riguarda il progressivo dissolvimento dell’intreccio di
sessualità e politica che c’era agli inizi del femminismo degli anni
1970, ad esempio nella posizione di Carla Lonzi: mentre inizialmente il
desiderio femminile era interrogato innanzitutto come desiderio
sessuale, in seguito la questione del desiderio si è spostata dalla
sfera della sessualità a quella del sociale e della politica. In tal
modo, come osserva giustamente Ida Dominijanni, si è dato vita a un
pensiero del desiderio paradossalmente desessualizzato:[23]
il riferimento prioritario alla figura materna come prima figura di
autorità e la concentrazione pressoché esclusiva sulle relazioni fra
donne hanno messo in ombra soprattutto il desiderio eterosessuale.
Dall’eterosessualità normativa, giustamente criticata da Lonzi negli
anni 1970, si è passate così paradossalmente a un femminismo
desessualizzato, senza più interrogare il nodo di sessualità e politica
come particolarmente significativo.
Rispetto al femminismo della differenza italiano
che, dopo gli anni 1970, non si è più interrogato molto su questo tema,
Luce Irigaray ha rivolto invece costantemente l’attenzione alla
sessualità femminile, cercando di ricavarne figure simboliche a essa
corrispondenti: basti ricordare, a tale proposito, l’idea del
trascendentale sensibile, una forma di trascendenza in sintonia col
corpo e con la carne, e l’immagine del mucoso, una soglia tattile che
rinvia al sesso femminile, sempre dischiuso e al tempo stesso capace di
“ri-toccarsi” e di ritornare così presso di sé.[24]
Irigaray ha avuto attenzione anche per il tessuto simbolico
dell’eterosessualità, in particolare trattando il tema della carezza in Etica della differenza sessuale.[25]
Per reagire al dissolvimento del nodo di sessualità
e politica nel femminismo della differenza in Italia, è stato prezioso
l’incontro organizzato nel settembre 2014 all’università di Verona da
Barbara Verzini, Tristana Dini, Alessandra Chiricosta e Alessandra
Pigliaru, per tornare a riflettere sul tema della sessualità femminile
nel suo intreccio con la politica.
4. Vorrei porre una quarta domanda; farne solo tre
sarebbe stato meglio per una di formazione hegeliana come me, ma io non
sono hegeliana fino a questo punto. A proposito di Hegel, un filosofo
centrale per il tema del desiderio almeno quanto Platone, faccio solo un
breve inciso: ci sarebbe da dire parecchio sul desiderio come desiderio
dell’altro, cioè come desiderio di riconoscimento. Questo è un tema che
è un campo di battaglia per il femminismo contemporaneo, e che vede
schierate, da un lato, Nancy Fraser, Jessica Benjamin e Judith Butler,
sostenitrici, sia pure in modo diverso, dell’importanza del
riconoscimento,[26] e, da un altro lato, Carla Lonzi[27]
e la prospettiva della differenza sessuale, molto critiche rispetto
alla possibilità di leggere la relazione donna-uomo alla luce del
desiderio di riconoscimento e della dialettica servo-padrone. Tuttavia,
sviluppare questo tema mi porterebbe troppo lontano.
Vengo dunque alla mia quarta questione sul tema
del desiderio: essa riguarda la caduta del desiderio femminile, il suo
mutismo, constatabile anche oggi, nonostante che davvero molto sia stato
pensato e fatto per dare voce al desiderio femminile. Esiste ed è
largamente diffusa la depressione femminile, in cui il desiderio non
solo non solo non rilancia, ma addirittura si ammutolisce e si spegne.
E’ stato fatto a questo proposito, all’interno del pensiero della
differenza sessuale, un lavoro del negativo, che è prezioso per
interrogare i luoghi in cui il desiderio femminile è minacciato o
desertificato:[28]
interrogare questi luoghi di enigmatico mutismo del desiderio è
importante per far sì che il negativo che in essi è custodito non vada a
male e perché l’aggressività che vi è incistata non si ritorca in modo
depressivo contro colei che non riesce a manifestarla all’esterno.
Alcune patologie del desiderio femminile, come quella depressiva, si
originano spesso da un difficile rapporto con la madre, da un’ombra del
materno minacciosa e incombente: anche qui è la disparità, in questo
caso quella con la madre, ciò che fa problema, ciò che paralizza anziché
mobilitare il desiderio. Uno squilibrio molto grande, infatti, può
incentivare il desiderio, ma può anche paralizzarlo del tutto. Il
pensiero della differenza sessuale si è molto interrogato sul desiderio
femminile, ma che cosa dire oggi a donne che si scoprono, nonostante
ciò, non desideranti?
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C’è nel pensiero della differenza una specie
d’imperativo, si potrebbe dire quasi kantiano, a far vivere e ad
alimentare i propri desideri, ma stare nello squilibrio del desiderio,
se la realtà e gli altri non rispondono, è molto difficile. Il desiderio
che non trova risposta può ritorcersi contro colei che lo ha sostenuto,
scatenando meccanismi terribili di auto-aggressività e di
imprigionamento depressivo. Credo che il meglio che si possa dire in
queste situazioni è che occorre stare accanto al negativo, al deserto,
al mutismo, perché lì comunque, nella minaccia di un’aggressività
rivolta contro se stesse, può esserci un desiderio tacitato, ammutolito,
spento, da ascoltare con cura non appena esso dia timidi segni di
rinascita.
Infine, vorrei chiudere con un riferimento al
corpo. Il desiderio e la sessualità hanno molto a che fare con il corpo,
e la tematica del corpo è anch’essa stata centrale nel femminismo degli
anni 1970: in seguito, il tema del corpo è stato meno presente nel
femminismo della differenza sessuale in Italia. Il tema del corpo
c’entra moltissimo con la differenza sessuale: le donne sono state
storicamente, per secoli, schiacciate sulla corporeità, sull’animalità;
il corpo femminile può generare, e questo crea una grande asimmetria
rispetto a quello maschile.
Il senso libero della differenza sessuale, che noi
abbiamo affermato e che sosteniamo tuttora, non può disfarsi né del
peso della necessità né del carico del corpo: non può disfarsi del
corpo-sintomo, che ci segnala quando non ce la facciamo più e allora
dovremmo proprio ascoltarlo, non può disfarsi del corpo come mediazione
con il mondo, evidente soprattutto nel lavoro manuale e nel lavoro di
cura, non può disfarsi del corpo che noi siamo, più che averlo come se
fosse un oggetto. Tuttavia, il corpo non è solo peso e necessità: è
anche – e soprattutto il corpo femminile lo è, per i cicli lunari a cui
risponde – un corpo-ritmo, un corpo in relazione con il cosmo. Del corpo
parla in tutti questi sensi Simone Weil nei Quaderni.[29]
Ho ricordato tutti questi significati del corpo – e forse altri se ne
potrebbero aggiungere –, perché il corpo, nel caso del genere umano, non
è mai solo corpo, ma è sempre detto dal linguaggio, è incrociato
dall’ordine simbolico.
Personalmente, m’interessa non il corpo come tale,
ma l’intersezione fra corpo e spirito. Mi sta a cuore lo spirito che si
fa materia, corpo: ne offre uno splendido esempio Simone Weil quando,
nei Quaderni, ricorda un romanzo irlandese in cui si parla di una
donna il cui fratello era stato condannato a morte. Dopo l’esecuzione
capitale, la sorella mangiò, per pura reazione vitale, un intero vasetto
di marmellata di fragole. Da quel momento in poi, per tutta la sua
vita, questa donna non poté mai più mangiare marmellata di fragole. Lo
spirito era passato nel corpo, ed era il corpo a ricordare per sempre,
per tutta la vita, la morte del fratello e la propria reazione vitale a
questa morte tragica.[30] Qui Simone Weil offre un esempio eloquente di come i sentimenti e lo spirito diventino corpo e dunque anche forza materiale.
Fra il corpo-sintomo che ci segnala che non ce la
facciamo più e il corpo in relazione col cosmo, c’è il sentiero stretto
da tracciare fra necessità e libertà: corpo-pesantezza da una parte,
corpo ritmo dall’altra. In mezzo ci siamo noi, con la scommessa di fare
di ciò che ci è semplicemente capitato di essere, fra cui l’essere nate
donne, un guadagno di senso e di libertà. Il senso libero della
differenza sessuale vuol dire che del caso che ci è capitato – essere
nate donne – , ma anche delle numerose contingenze che hanno segnato la
nostra venuta al mondo e le nostre vite, molte delle quali sono degli
elementi di costrizione che non abbiamo scelto, possiamo fare comunque
una strada di libertà. Il primo e fondamentale dato contingente che mi è
capitato in sorte è l’essere nata donna: il femminismo della differenza
mi ha aiutato a fare di questa contingenza, di questo elemento
ineludibile, che storicamente era sempre stato interpretato con il segno
meno, un percorso di libertà.
Anche altre contingenze che pesano su di me, che
non ho scelto, e di cui avrei fatto volentieri a meno, possono
dischiudere, pur restando costrizioni subìte, un percorso di libertà, a
patto che se ne faccia un uso sapiente, elaborandole e riuscendo a
condividere con altre, altri, il senso di ciò che si è vissuto. Faccio
un esempio che mi riguarda personalmente: si tratta di una patologia che
mi porto addosso ormai da 16 anni, una forma di ciclotimia, per cui
sono, a fasi alterne, per lunghi periodi depressa, in altri al contrario
euforica. Non è facile stare in quest’altalena, seguire l’onda prima di
bassa marea, poi alta come un cavallone nel mare infuriato. A parte
curarmi con la psicoterapia e con i farmaci, cose che non mi hanno
guarito ma che mi hanno insegnato piuttosto a convivere con questo
disagio, ho trovato il modo di fare di questa altalena una risorsa per
una cosa che mi interessa molto fare, cioè pensare e scrivere. Nelle
fasi depressive, faccio il lavoro di routine: leggo libri, li schedo,
prendo appunti; nelle fasi euforiche, avendo messo al sicuro quel lavoro
rituale e ripetitivo, ma necessario, scrivo, sull’onda alta che cerco
di cavalcare senza farmene sopraffare. E’ stato fondamentale per me, per
accettare di stare in quest’altalena e per riuscire a farne, almeno in
parte, un uso libero, l’elaborazione dei miei vissuti e lo scambio con
le amiche di Diotima, di cui è frutto il libro Immaginazione e politica, in cui ho messo in parole qualcosa di tale esperienza negativa.[31]
Anche Simone Weil ha fatto di alcune sue
inclinazioni che si potrebbero forse ritenere patologiche – una tendenza
all’anoressia e un’avversione per la sessualità – un percorso di
libertà: il suo sogno di cibarsi di sola eucarestia e la sua idea di un
amore fra uomo e donna senza sessualità recano traccia delle sue
difficoltà col cibo e col sesso, ma poi le cose che lei dice a proposito
del nutrimento, del guardare anziché mangiare il bello, e a proposito
dell’amore in generale, sono, nonostante o forse proprio in forza di
queste costrizioni vissute incorporate in una libera costruzione di
pensiero, dei colpi di genio assoluti.
Dalle contingenze che ci sono toccate in sorte,
prima fra tutte l’essere nate donne, è possibile o addirittura
necessario ricavare un guadagno di libertà, facendo sì che esse non
pesino semplicemente su di noi, ma che siamo noi a usarle per ciò che ci
sta a cuore. Questo è per me il senso libero non solo della differenza
sessuale, ma anche delle molte contingenze che segnano le nostre vite: è
una scommessa di libertà a partire da ciò che non dipende da noi, un
modo di riscattare le costrizioni che ci portiamo addosso dando loro un
senso libero, che è sostanzialmente nelle nostre mani.
Note
[1] Cfr. Ida Dominijanni, Il desiderio di politica, in Lia Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche, Parma 1995, pp. 7-46.
[2] Cfr. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, in Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Rivolta femminile, Milano 1974, p. 60.
[3] Cfr. I. Dominijanni, Il desiderio di politica, cit., p. 11.
[4] Cfr. Rosi Braidotti, Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea, tr. it. di Elvira Roncalli, La Tartaruga, Milano 1994, p. 128.
[5] Cfr. Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, in Sputiamo su Hegel, cit., pp. 77-140.
[6] Cfr. Ida Dominijanni, L’impronta indecidibile, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007, pp. 177-196, in particolare p. 183.
[7] Cfr. Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio,
Raffaello Cortina, Milano 2012, p. 15. Al di fuori del contesto
lacaniano, una tesi simile è sostenuta anche da Byung-Chul Han, La società della stanchezza, tr. it. di Federica Buongiorno, Nottetempo, Roma 2012, e Id., Eros in agonia, tr. it. di Federica Buongiorno, Nottetempo, Roma 2013.
[8] Cfr. Luisa Muraro, La maestra di Socrate e mia, in Diotima, Approfittare dell’assenza, Liguori, Napoli 2002, pp. 27-43, ed Ead., Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009.
[9] L’espressione “intima estraneità” traduce una parola coniata da Lacan, extimité, che allude a una radicale estraneità installata in ciò che c’è di più profondamente intimo: cfr. Jacques Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-1960),
a cura di Giacomo Contri, Einaudi, Torino1994. L’espressione “intima
estraneità” compare, sulla scia di Lacan, nel titolo del bel testo di
Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, Città Aperta, Troina (Enna) 2006.
[10] Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, tr. it. di Armando Plebe, Laterza, Bari 1973, I (A), 6, 1096 b.
[11] Cfr. Jean Laplanche, Jean Bernard Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi,
a cura di Giancarlo Fuà, Luciano Mecacci e Cynthia Puca, Laterza, Bari
1993, pp. 130-131. Il tema del desiderio è presente in tutta l’opera di
Freud, per cui è difficile isolare un luogo in cui esso compaia in modo
esclusivo: mi limito a segnalare di Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni (1900), tr. it. di Filippo Pogliani, introduzione di Jean Starobinski, Rizzoli, Milano 1986, vol. I, cap. III, pp. 194-206.
[12] Sul tema del desiderio in Deleuze, cfr. Gilles Deleuze, Félix Guattari, L’anti-Edipo: capitalismo e schizofrenia, tr. it. a cura di Alessandro Fontana, Einaudi, Torino 2002, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Come farsi un corpo senza organi?, in Millepiani,
vol. II, tr. it. di Giorgio Passerone, a cura di Massimilano Guareschi,
Castelvecchi, Roma 2006, pp. 5-32, e la voce “desiderio” in L’Abécédaire de Gilles Deleuze,
intervista di Claire Parnet a Gilles Deleuze, trasmissione televisiva
girata nel 1988 e andata in onda per la prima volta nel 1996, dopo il
suicidio di Deleuze.
[13] Cfr. Rosi Braidotti, Il postumano: la vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, tr. it. di Angela Balzano, Derive Approdi, Roma 2014.
[14] Cfr. Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, tr. it. a cura di Luisa Muraro, Feltrinelli, Milano 1985, pp. 66-67, Ead., Questo sesso che non è un sesso, tr. it. di Luisa Muraro, Feltrinelli, Milano 1978, p. 62, e Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991, Ead., La posizione isterica e la necessità della mediazione, a cura di Mimma Ferrante, Donne Acqua Liquida, Biblioteca delle donne-UDI di Palermo, Palermo 1993.
[15] Cfr. René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca. Le mediazioni del desiderio nella letteratura e nella vita, tr. it. di Leonardo Verdi-Vighetti, Bompiani, Milano 1965.
[16] Cfr. Erminia Macola, Un’autorizzazione infinita, in AA. VV., Un altro mondo in questo mondo. Mistica e politica,
a cura di Wanda Tommasi, Moretti e Vitali, Bergamo 2014, pp. 84-96.
Voglio ricordare qui Erminia Macola, purtroppo recentemente scomparsa,
per la sua grande intelligenza, generosità, e per il suo atteggiamento
positivo verso la vita. Sulla mistica femminile, cfr. Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori, Milano 2003.
[17] Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, cit., I (A), 6, 1096 b.
[18] Cfr. L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, cit.
[19] Cfr. L. Cigarini, La politica del desiderio, cit., pp. 127-184. Sul tema dell’autorità femminile, cfr. inoltre Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori, Napoli 1995, e, più recentemente, Luisa Muraro, Autorità, Rosenberg & Sellier, Torino 2013, e Annarosa Buttarelli, Sovrane. L’autorità femminile al governo, Il Saggiatore, Milano 2013.
[20] Cfr. L. Muraro, La maestra di Socrate e mia, cit., p. 37.
[21] Cfr. L. Muraro, Al mercato della felicità, cit., pp. 16-25.
[22] Manuela Fraire, L’effetto-madre. Sulla famiglia e oltre, in Annarosa Buttarelli, Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, p. 123.
[23] Cfr. I. Dominijanni, L’impronta indecidibile,
cit., p. 183. Tuttavia, proprio Dominijanni ha rimesso recentemente al
centro della sua riflessione il nodo di sessualità e politica,
interrogando nuovamente, alla luce delle vicende del ventennio
berlusconiano, il tessuto simbolico dell’eterosessualità: cfr. Ida
Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014.
[24] Cfr. Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, tr. it. di Luisa Muraro e Antonella Leoni, Feltrinelli, Milano 1985, pp. 90-91 e pp. 142-163.
[25] Cfr. ivi, pp. 142-163.
[26] Cfr. Nancy Fraser, Axel Honneth, Redistribuzione o riconoscimento: una controversia politico-filosofica, tr. it. di Enzo Morelli, Meltemi, Roma 2007, Jessica Benjamin, Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose, tr. it. di Anna Nadotti, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, e Judith Butler, Soggetti di desiderio, tr. it. di G. Giuliani, presentazione di Adriana Cavarero, Laterza, Roma-Bari 2009, Ead., La disfatta del genere, tr. it. di Patrizia Mafezzoli, a cura di Olivia Guaraldo, Meltemi, Roma 2006, cap. “Desiderio di riconoscimento”, Ead., Critica della violenza etica,
tr. it. di Federico Rahola, Feltrinelli, Milano 2006. All’interno del
campo di battaglia costituito dai diversi femminismi, Nancy Fraser
rappresenta la posizione più favorevole al rilancio del desiderio di
riconoscimento in seno al femminismo: Fraser assegna un ruolo importante
alla richiesta di riconoscimento da parte delle donne, avanzata per
superare le disuguaglianze di genere e per denunciare la violenza
domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva, in una
serie di rivendicazioni che, dal privato delle relazioni sessuali,
investe la sfera pubblica in nome di una richiesta di giustizia. Anche
Jessica Benjamin ha valorizzato la tematica del riconoscimento, ma in
una prospettiva intersoggettiva, non come strumento di rivendicazione
politica: coniugando la prospettiva psicanalitica con quella femminista,
Benjamin ha indagato le relazioni di dominio e di sottomissione,
instaurate, a partire dalla sfera sessuale, fra uomini e donne. Infine,
allontanandosi dalla concezione di Fraser del desiderio di
riconoscimento come strumento di lotta politica, Butler si colloca
accanto a Benjamin, a cui pure muove delle critiche, nell’interrogare la
dinamica del riconoscimento in una prospettiva sia psicanalitica sia
intersoggettiva, a partire dalla scissione originaria del sé nella sua
apertura costitutiva all’altro. Nonostante la sua riformulazione
originale della questione, Butler rimane legata al paradigma hegeliano
del desiderio di riconoscimento: lo dimostrano la sua insistenza sul
nesso costitutivo fra desiderio e riconoscimento e la sua concezione
della soggettività come radicalmente implicata nella relazione con
l’alterità.
[27] Cfr. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, cit., p. 28 e p. 34. Sul pensiero di Lonzi, cfr. Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi. La mia opera è la mia vita, Ediesse, Roma 2014.
[28] Cfr. i due libri di Diotima sul lavoro del negativo nelle relazioni fra donne: La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005, e L’ombra della madre, cit.; cfr. inoltre il mio libro sulla depressione femminile, La scrittura del deserto. Malinconia e creatività femminile, Liguori, Napoli 2004.
[29] Per i diversi significati del corpo nell’opera di Simone Weil, in particolare nei Quaderni, rimando al mio libro Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori, Napoli 1997.
[30] Cfr. Simone Weil, Quaderni,
vol. IV, tr. it. a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1993, p.
398. Così Weil commenta questa storia: “Per l’uomo che vive in questo
mondo, quaggiù, la materia sensibile – materia inerte e carne – è il
filtro, il vaglio, il criterio universale del reale nel pensiero,
nell’intero ambito del pensiero, senza che niente ne sia eccettuato. La
materia è il nostro giudice infallibile”.
[31] Cfr. il mio saggio Soglia, in Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009, pp. 67-102.
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