menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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domenica 3 settembre 2017

Giorni selvaggi - Inizia la stagione torinese della letteratura internazionale

La grande stagione torinese della letteratura internazionale sta arrivando!
A partire da Settembre, il Circolo dei lettori con il Salone Internazionale del Libro portano a Torino il meglio della letteratura proveniente da tutto il mondo.
→ giovedì 7 settembre ore 21 | Circolo dei lettori RICHARD MASON Il respiro della notte (codice)
con Francesco Pacifico, scrittore
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→ lunedì 11 settembre ore 18 | il Circolo dei lettori FERNANDO ARAMBURU Patria (Guanda)
con Michela Murgia, scrittrice
in collaborazione con Guanda
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→ lunedì 11 settembre ore 21 | il Circolo dei lettori WILLIAM FINNEGAN Giorni Selvaggi (66thand2nd)
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→ martedì 12 settembre ore 18.30 | il Circolo dei lettori ELIZABETH STROUT Tutto è possibile (Einaudi)
con Elena Varvello, scrittrice
in collaborazione con Einaudi, Il Tempo delle donne e Pordenonelegge
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→ mercoledì 13 settembre ore 18 | Biblioteca Civica Centrale YU HUA Il settimo giorno (Feltrinelli)
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→ sabato 16 settembre ore 18 | il Circolo dei lettori NORMAN MANEA Corriere dell’Est (il Saggiatore)
con Andrea Bajani, scrittore ed Edward Kanterian, filosofo
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→ sabato 21 ottobre ore 21 | Scuola Holden COLSON WHITEHEAD La ferrovia sotterranea (Sur)
→ mercoledì 25 ottobre ore 18.30 | il Circolo dei lettori PATRICK MCGRATH La costumista (La Nave di Teseo)
→ martedì 21 novembre ore 21 | il Circolo dei lettori GEOFF DYER Sabbie bianche (il Saggiatore)
→ ottobre | il Circolo dei lettori ANDREW SEAN GREER Less (La Nave di Teseo)
Partner Scuola Holden Storytelling & Performing Arts, COLTI – Consorzio Librerie Indipendenti di Torino, Biblioteche Civiche Torinesi, Torino Rete Libri, Babel Libreria Internazionale
Tutti gli incontri sono a ingresso libero fino a esaurimento posti.

sabato 10 settembre 2016

Comunicazione

FESTIVAL ideato e diretto da ROSANGELA BONSIGNORIO e DANCO SINGER
http://www.festivalcomunicazione.it/

PROGRAMMA 2016

http://www.festivalcomunicazione.it/mostra-tullio-pericoli/

 

 

 

  Con la consegna delle magliette ai volontari, in Comune, si è alzato il sipario sul Festival della Comunicazione 2016. Quattro giornate di eventi, fino a domenica 11 Settembre, con 90 incontri e 321 protagonisti del mondo della comunicazione, della cultura, dell’arte, della letteratura.

E poi giornalisti, scrittori, scienziati, psicologi, manager, artisti, personaggi dello spettacolo. Un carnet fitto e variegato per la terza edizione della rassegna - media partner Il Secolo XIX , La Stampa e Repubblica e un pool di sponsor “doc” -, la prima senza Umberto Eco, il “maestro”, per Danco Singer e Rosangela Bonsignorio, inventori e direttori del Festival, che, prima della scomparsa, ne aveva già delineato le linee guida.
A partire dal macrotema, il “World Wide Web”, con sette le aree tematiche, dove il web viene trattato, via via, insieme a scrittura, scienza, arte e cucina, comunicazione, imprese, cultura digitale e diritti. Quattro le location principali: largo Ido Battistone, terrazze delle Idee (via XX Settembre) e della Comunicazione (via Garibaldi, Lido) e Sala a Mare del Cenobio dei Dogi. Il “taglio del nastro” oggi, a mezzogiorno, nella sala consiliare, con l’inaugurazione della mostra di Tullio Pericoli “Quanti ritratti, caro Umberto”. I disegni di Pericoli saranno esposti fino all’11 dicembre e i visitatori potranno apprezzare i ritratti del grande semiologo che l’autore ha realizzato nel corso di una lunga amicizia.

> CONTATTI


 

lunedì 4 luglio 2016

Note per la cultura - 6 - A volte capita di pensare, scrivere, agire ...

Serietà, a proposito della fatica del concetto. Gli stereotipi sulla realtà confliggono con il rigore di un pensiero esplorativo, indagatore, che tutto è propenso a spiegare senza pretendere di poterlo, esaustivamente, fare. La serietà risiede nella consapevolezza dei limiti, di lucide demarcazioni e dell'empiria e della ragione. L'esperienza conoscitiva non può che essere soggettiva, mai risolvendosi nel solipsismo. L'uso adeguato della ragione consente di superare i confini del “soggettivismo” aprendosi all'accertamento dimostrativo, alla diagnosi dei fatti dei quali ci si occupa, alla conquista di verità che allude all'oggettività, stabiliti metodi, criteri, lessico esplicativo e verificata la tenuta teorica di quanto si va ad apprezzare cognitivamente. 
Serietà intellettuale è, dunque, un sistema che integra l'intelligenza all'etica, genera le condizioni della ragione, orienta verso un atteggiamento disciplinato che non si fa irretire da scorciatoie pseudoculturali, da suggestive intuizioni, da esigenze personali, da squallidi interessi di supremazie pseudointelletuali. Serietà è umiltà, è immersione nella realtà, priva di forzature o velleità, è pronta revisione di percorsi erronei di conoscenza, è aprirsi all'incondizionato. La premessa alla serietà è la libertà, come autonomia di giudizio e come assunzione esplicita di responsabilità. Ogni deroga interpretativa presta il fianco all'ambiguità, ad una semantica distorcente, deviante, compromissoria. La matrice della conoscenza è l'onestà intellettuale, il libero ricercare che si oppone all'accondiscendenza o all'ignavia. La fatica del comprendere la realtà è spia rivelatrice d'una serietà colta operativamente nel suo incedere autorevole ed utile stratificando informazioni, creando un palinsesto – suscettibile di modifica ed integrazione – di significati che apre al “senso” ultimo dell'attività conoscitiva umana. La verità è dentro (si nasconde) un ricettacolo di artefatti di pensiero, un contenitore gnoseologico dell' “umano”, rappresentando la linea di separazione tra la logica e l'approssimazione retorica, tra dialettica ed i dogmi.

giovedì 5 maggio 2016

XXIX SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO - Torino, 2016

http://www.salonelibro.it/it/


L'appuntamento con il Salone Internazionale del Libro di Torino si rinnova ogni anno a maggio nei quattro padiglioni di Lingotto Fiere. Un capolavoro di archeologia industriale, il celebre stabilimento Fiat con la rampa elicoidale e la pista sul tetto. Disegnato fra il 1915 e il 1922 e ammirato da Le Corbusier, dal 1985 il complesso è stato trasformato da Renzo Piano in centro espositivo, congressuale e commerciale.
Dai 100.000 visitatori e 553 espositori della prima edizione nel 1988, il Salone è cresciuto fino alle 276.179 presenze del 2015 e 1.100 espositori attuali.
Nel 2015 sono state 39 le sale convegni, 83.000 le persone che hanno assistito ai 1.363 convegni e dibattiti, 2.493 i giornalisti e operatori media accreditati, oltre 3.000 gli articoli e servizi giornalistici e radiotelevisivi realizzati.
Una forza fondata su diverse identità in equilibrio fra loro. Il Salone di Torino è al tempo stesso la più grande libreria italiana del mondo, un prestigioso festival culturale, un essenziale punto di riferimento per gli operatori professionali del libro e un vivace spazio dedicato ai giovani lettori.

LA PIÙ GRANDE LIBRERIA italiana del mondo

Il Salone è la più grande libreria della comunità italofona e dell'intera area culturale del Mediterraneo. Una vetrina dove gli editori piccoli e medi hanno la stessa visibilità dei grandi marchi e dove anche l'editoria locale può farsi conoscere oltre i confini del proprio territo-rio. Un immenso scaffale nel quale il grande pubblico può incontrare il libro in tutte le sue forme. I titoli più belli e curiosi, i volumi introvabili e le ultime novità, e-book, audiolibri, fumetti, multimedia.
E accanto, le sezioni tematiche e i progetti speciali. Il Paese Ospite. La Regione Ospite. Dal 2014 Officina, Editoria di Progetto, la sezione curata da Giuseppe Culicchia per valorizzare il lavoro e le proposte degli editori indipendenti. Lingua Madre con gli scrittori della nuova geografia letteraria mondiale. Casa CookBook, dove si incontrano libro e cucina, Tentazione e Meditazione che sposa i libri con l'arte dei maîtres chocolatiers torinesi e piemontesi. L'Incubatore, che aiuta i giovani editori presenti sul mercato da meno di due anni a farsi conoscere. L'area Startup - Book to the future, dove ogni anno una decina di imprese innovative nel campo dell'editoria digitale viene selezionata attraverso un bando e presenta le proprie invenzioni.

UN IMMENSO FESTIVAL CULTURALE

Il Salone è anche un vivace festival internazionale della cultura, con un palinsesto di circa 1.500 presentazioni editoriali, convegni, appuntamenti, dibattiti, spettacoli e più di 2.000 relatori e ospiti in cinque giorni. Premi Nobel, scrittori, scienziati, filosofi, storici, giornalisti, artisti, architetti e designer, blogger, personalità del mondo dello spettacolo, della politica, della spiritualità. Lucide intelligenze del mondo contemporaneo, grandi interrogativi per compren-dere le sfide della società in cui viviamo.
Un confronto improntato sempre allo spirito del rispetto e del dialogo fra le culture e le idee degli altri. Ogni anno un tema conduttore, attraverso cui leggere le infinite declinazioni dell'attualità: dal 1999 a oggi si sono succeduti Passioni: l'intelligenza del cuore (1999); Una Fiera, mille culture (2000); La natura (2001); Il tempo delle scienze, della storia, delle religioni (2002); Il colore tra scienza, arte e letteratura (2003); Ridere è una cosa seria (2004); Il sogno (2005); L'avventura (2006); I confini (2007); Ci salverà la bellezza (2008); Io, gli altri (2009); La memoria, svelata (2010); La memoria, seme del futuro (2011); Primavera digitale (2012); la Creatività: dove osano le idee (2013), Bene in vista (2014), Le Meraviglie d'Italia (2015).
Accanto al palinsesto di eventi, le numerose mostre: nel 2011 L'Italia dei Libri, per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia; nel 2012 La Città Visibile, per il venticinquennale del Salone; nel 2013 L'idea divergente sulla creatività nel pensiero scientifico e Dall'idea al chiodo in 10 musei e 13 gallerie d'arte contemporanea di Torino. E attorno – anche oltre i cinque giorni del Lingotto - il ricchissimo programma del Salone Off: 500 eventi in 250 luoghi dei quartieri di Torino e di numerosi comuni della Città Metropolitana.

LA VETRINA PROFESSIONALE E COMMERCIALE

Al Salone 2015 si sono dati appuntamento 1.100 espositori e decine di migliaia fra editori, librai, bibliotecari, agenti, illustratori, traduttori. Professionisti del libro cui il Salone dedica le proprie sezioni per addetti ai lavori. L'International Book Forum per lo scambio dei diritti di edizione, traduzione e trasposizione audio-video delle opere letterarie, che permette ogni anno di realizzare migliaia di incontri fra circa 700 operatori professionali di 30 Paesi di tutto il mondo.

BOOKSTOCK VILLAGE, IL SALONE PER I PIÙ GIOVANI

Sono decine di migliaia i bambini, ragazzi e giovani fino ai 20 anni che ogni anno vengono al Salone. A loro è dedicato il Bookstock Village, un'area di oltre 4.000 metri quadri nel Padiglione 5, sostenuta dalla Compagnia di San Paolo. Al centro una grande arena. Un palinsesto culturale pieno di grandi ospiti, oltre 200 ore di laboratori gratuiti, librerie, giochi e laboratori per formare i lettori di domani. Un impegno che si estende alle scuole e alle istituzioni lungo tutto l'anno con progetti come il «Premio Nati per leggere», per insegnare alle famiglie l'importanza della lettura fin dalla culla, gruppi di lettura nelle scuole e nelle biblioteche, il BookBlog degli studenti, giochi on line come Comix Games o l'iniziativa Adotta uno scrittore che porta celebri autori nelle scuole superiori del Piemonte.

LA STORIA

Il Salone nasce nel 1988 da un'idea di due torinesi: il libraio Angelo Pezzana e l'imprenditore Guido Accornero. Fin dalla prima edizione si caratterizza per un tema annuale, un filo conduttore che unisce i convegni più importanti. A inaugurare il Salone è il poeta russo Josif Brodskij, premio Nobel 1987. Nel 1999 il Salone viene rilevato da Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino e prende il nome di Fiera del Libro e dal 2001 Fiera Internazionale del Libro, per poi tornare alla denominazione originaria nel 2010. La promozione e il progetto culturale sono affidati alla Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura. Presidente dal 1998 al giugno 2015 è Rolando Picchioni, dal giugno 2015 Giovanna Milella. Direttore editoriale lo scrittore Ernesto Ferrero.

GLI SCENARI INTERNAZIONALI

Dal 2001 al 2015 il Salone ha dedicato ogni anno uno spazio speciale a un Paese Ospite d'onore, presente a Torino con un grande stand, autori ed editori, mostre, spettacoli, artisti e approfondimenti sulla propria storia e la cultura materiale e immateriale. Si sono succeduti negli anni Catalogna, Olanda, Svizzera, Canada, Grecia, Brasile, Portogallo, Lituania, Israele, Egitto, India, Russia, Romania, Spagna, Cile, Santa Sede, Germania.
Dal 2016 la formula cambia: l'attenzione del Salone si rivolge non più a un'entità geopolitica ma a una geoculturale. Nel 2016 inaugura questo nuovo format la Letteratura Araba. Al Salone sono numerosi i Paesi presenti con proprio stand e delegazioni. Dal 2005 ad allargare lo sguardo internazionale arriva Lingua Madre, lo spazio sostenuto dalla Regione Piemonte e dedicato al meticciato culturale con un'attenzione particolare ai Paesi emergenti del mondo. E ogni anno il Concorso Nazionale Lingua Madre premia le scrittrici straniere in Italia che hanno scelto l'italiano come lingua per raccontare la loro esperienza e creatività.

IL SALONE FUORI DAL LINGOTTO

Dal 2004 il Salone esce dai padiglioni di Lingotto Fiere e invade la città di Torino e le località della cintura con il Salone Off, il «FuoriSalone» del Libro. Nel 2015 sono state coinvolte tutte le 10 circoscrizioni di Torino e 13 comuni della Città Metropolitana, con un palinsesto di quasi 500 eventi in 250 luoghi soliti e insoliti: strade, piazze, scuole, fabbriche dismesse, biblioteche, centri d'incontro, parchi e impianti sportivi dei quartieri di Torino. Incontri con gli autori, reading, cacce al tesoro letterarie, giochi, spettacoli per portare il libro dove c'è voglia di leggere e conoscere. E con il progetto Voltapagina gli scrittori del Salone entrano nelle carceri di Torino, Saluzzo, Asti e Alessandria per incontrarne gli ospiti in un progetto di promozione umana e culturale attraverso la lettura.

LA FONDAZIONE PER IL LIBRO, LA MUSICA E LA CULTURA

Il Salone Internazionale del Libro è promosso dalla Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, un'istituzione costituita dalla Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino che annovera l'Associazione Italiana Editori fra i Soci fondatori, e si avvale del sostegno di partner e sponsor privati.
Oltre al Salone, la Fondazione per il Libro organizza ogni anno in Italia importanti eventi culturali: Portici di Carta a Torino (dal 2007, ottobre), il calendario d'incontri del Salone 365 lungo tutto l'arco dell'anno, trasmesso in diretta streaming in collegamento con gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nell'anno di Torino 2015 Capitale Europea dello Sport è stata incaricata dalla Città di Torino di ideare e coordinare il programma culturale di incontri Olimpo e il ciclo del Pentathlon.
La Fondazione per il Libro promuove assieme al Centro per il Libro e la Lettura il coordinamento delle Città del Libro: il tavolo di lavoro nazionale che riunisce le principali città sede di festival e Saloni dedicati al libro e alla lettura, con le sessioni di insediamento di Torino (5-7 aprile 2013) e gli incontri di lavoro di Roma (9-10 gennaio 2014) e Cagliari (17-18 maggio 2014). Per conto del Centro per il Libro e la Lettura - Mibact coordina e promuove le giornate di letture nelle scuole piemontesi per il progetto nazionale Libriamoci. Collabora per la segreteria organizzativa al Premio Mondello promosso dalla Fondazione Sicilia di Palermo. Collabora offrendo supporto organizzativo e comunicativo alle Lezioni Primo Levi organizzate dal Centro Primo Levi (Torino) e al Premio Casalini riservato agli scrittori detenuti nelle carceri italiane.
La Fondazione ha promosso dal 2009 al 2014 la costituzione e l'attività dei due Parchi Culturali Piemonte Paesaggio Umano (area di Langhe, Roero e Monferrato) e Terre di Vino e di Riso (area di Ghemme e Borgomanero), di cui ha animato e coordinato le attività culturali e organizzative. Dal 2007 al 2014 ha organizzato Casa Olimpia a Sestrière (dicembre-gennaio).
Fra gli altri progetti coordinati dalla Fondazione o cui essa ha prestato il proprio supporto culturale e organizzativo: Musica 2000 (1999); Umbria Libri (1999-2000); le manifestazioni celebrative del Centenario dell'Esposizione Internazionale d'Arte Decorativa Moderna - Torino 1902 (2002-2003); la manifestazione di chiusura delle celebrazioni del cinquantenario della televisione italiana Luci del Teleschermo (2004-2005); Mestieri in Mostra (2006–2007); l'anno Unesco di Torino Capitale Mondiale del Libro (2006-2007); il salone Alpi 365 (2007 e 2009); il convegno Le Generazioni e i Luoghi (Sestrière, 2007); Biennale del Libro di Viaggio (Arona, 2007 e 2008); LetterAltura (Verbania, 2007); Dal Benessere al Bellessere (Acqui Terme, 2009); Rotte del Mediterraneo (Forte di Fenestrelle, 2008); la comunicazione e l'evento inaugurale del WiMu. Museo del Vino al Castello di Barolo (2010); il Premio Salone Internazionale del Libro a Torino e sull'intero territorio piemontese (2010 e 2011); il Concerto per la Festa della Liberazione a Torino (2009-2011), la mostra 1861-2011. L'Italia dei Libri (2011) allestita a Torino, Bari, Firenze, Palermo, Roma, Budapest; il ciclo di incontri e la mostra per il 25° del Salone Internazionale del Libro La Città Visibile. Torino, 1988-2012>> (con il Circolo dei lettori di Torino, 2012), la mostra Dall'idea al chiodo (2013); Val Vigezzo, Sentieri e pensieri (Santa Maria Maggiore, 2013-14).
La Fondazione ha inoltre collaborato alla realizzazione di  Torino Spiritualità (Torino, 2008), Lingua Madre (fino al 2008, e nuovamente dal 2011) e Leggere la città (Pistoia, 2013).

sabato 30 aprile 2016

M I A: Fiera dell'arte fotografica a Milano

Dopo l’arte contemporanea e il design, a Milano scocca l’ora della Fotografia. Mercoledì scorso si è aperta l’undicesima edizione del Photofestival e venerdì 29 aprirà i battenti MIA Fair 2016, l’unica fiera italiana dedicata alla fotografia d’arte di respiro internazionale. Due appuntamenti che si presentano ricchi di importanti novità.

MIA PHOTO FAIR 2016 | 28 APRILE - 2 MAGGIO | THE MALL | PORTA NUOVA VARESINE, PIAZZA LINA BO BARDI 1, MILANO

Photofestival 2016: segni, forme e armonie


Il 2016 è, per Milano, l’anno del design e della creatività ed attorno a questi due temi ruota anche l’undicesima edizione di Photofestival che, in occasione della XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, ha scelto un titolo – “Segni, Forme, Armonie” – che vuole rendere espresso omaggio proprio al design, un mondo che ha un legame imprescindibile con la Fotografia e che è servito da stimolo per gli autori che si sono voluti confrontare con questo tema. La grande rassegna, promossa da AIF – Associazione Italiana Foto & Digital Imaging, animerà, fino al 12 giugno, tutta Milano, creando un percorso articolato che porterà la fotografia in tutta la città, con appuntamenti di grande qualità, quasi tutti aperti gratuitamente al pubblico.
Una foto di Michael Kenna. Al fotografo inglese è dedicata la personale che inaugura oggi presso l'Associazione Culturale Baricentro
Una foto di Michael Kenna. Al fotografo inglese è dedicata la personale che inaugura oggi presso l’Associazione Culturale Baricentro
L’undicesima edizione di Photofestival si articola in 120 mostre fotografiche distribuite in 80 sedi espositive tra gallerie, musei e spazi espositivi. 108 mostre sono in Città, di cui 10 nei Palazzi della Fotografia: Palazzo Bovara (Marco Lanza e Stefano Ferrante); Palazzo Castiglioni (Franco Donaggio, Renato Bosoni, Erika Zolli e Alessandro Giardini); Palazzo Giureconsulti (collettiva) e Palazzo Turati (Andrea Nannini, Paolo Barozzi e Jacopo Golizia). Altre 12, invece, si sono allestite nell’hinterland di Milano tra gallerie e spazi espositivi. Accanto ai nomi famosi (da Robert Doisneau a Oliviero Toscani, da Mario Cresci a Eadweard Muybridge, da Felice Beato a Michael Kenna ad Aurelio Amendola), figurano 12 fotografi esordienti assoluti alla loro prima personale. Da segnalare, infine, accanto alle 24 mostre collettive e alle 75 personali di autori maschili, la presenza di 20 personali di donne fotografe. Il catalogo completo delle mostre è disponibile sul sito del Photofestival che si presenta, peraltro, completamente rinnovato nella grafica e nei contenuti: www.milanophotofestival.it

MIA Fair 2016: nasce Collection MIA

80 gallerie provenienti da 13 diverse nazioni del mondo con 230 artisti esposti in 109 stand, e poi 16 editori specializzati e 16 artisti indipendenti: questi i numeri della sesta edizione di MIA Photo Fair, la fiera dedicata alla fotografia d’arte ideata e diretta da Fabio Castelli, in programma a The Mall, centro polifunzionale nel quartiere di Porta Nuova Varesine a Milano, da venerdì 29 aprile a lunedì 2 maggio 2016.  Confermato il format della fiera, che alla partecipazione delle gallerie – libere di esporre collettive o progetti monografici – associa Proposta MIA, con una selezione di fotografi che presentano il proprio lavoro individualmente. Il tutto accompagnato da un interessante programma culturale che, nel consueto focus dedicato al collezionismo, presenta tre appuntamenti speciali a cura di Sabrina Donadel, che nelle giornate di venerdì, sabato e domenica incontrerà tre coppie di collezionisti, compagni nella vita e uniti dalla passione per la fotografia: Pier Luigi e Natalina Remotti, Giovanni e Anna Rosa Cotroneo, Antonio e Annamaria Maccaferri.
Una vista dell'edizione 2015 di MIA Fair
Una vista dell’edizione 2015 di MIA Fair

Tra le principali novità di questa edizione: Collection MIA, vera e propria vetrina online di MIA Photo Fair. Per la prima volta, infatti, la fiera dà vita ad una piattaforma virtuale a misura di collezionista, rivolta sia a chi muove i primi passi nel mondo dell’arte sia a chi intende implementare la propria collezione. Collection MIA è un hub che crea connessioni tra il collezionista, il gallerista e l’artista, permettendo l’acquisto diretto di opere selezionate dai curatori di MIA Photo Fair ed esposte nelle varie edizioni della fiera. Il tutto nella piena garanzia delle transazioni, con la comodità di ricevere l’opera scelta, con relativo certificato di autenticità, direttamente a domicilio. Il sito sarà on line entro il 15 maggio 2016, espandendo quindi l’esperienza di MIA oltre il periodo canonico della fiera: www.collectionmia.com

giovedì 31 marzo 2016

I murales di Blu, o cosa ne pensiamo oggi della distruzione dell’arte [By Graziano Graziani]

Quando si parla di opere d’arte distrutte, cancellate, la prima cosa che viene alla mente sono le epurazioni naziste della cosiddetta “arte degenerata”, i roghi di libri che hanno ispirato un grande classico come Fahrenheit 451 o tutt’al più l’atto sconsiderato di un vandalo. C’è la possibilità che la soppressione di un’opera d’arte cambi segno e diventi un gesto politico? Sembrerebbe di sì, se a farlo è lo stesso artista che ha creato l’opera, e se lo fa con un obiettivo preciso. Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre a Berlino sono scomparsi due grandi murales di Blu, artista italiano considerato tra i più importanti della street art internazionale. A riportarlo è un quotidiano berlinese on line in lingua italiana, Il Mitte, che già il giorno dopo avanza l’ipotesi che sia stato lo stesso artista a procedere alla cancellazione di “Chains” e “Brothers”, due opere che campeggiavano dal 2007 e  dal 2008 su quello scorcio di Kreuzberg, diventandone un segno distintivo.

Blu conferma su suo blog. Cosa è successo? Semplicemente: la città sta cambiano di segno, l’area sta subendo una gentrificazione massiccia e in quel punto di Cuvrystraße che affaccia sul fiume Sprea – dove fino a poche settimane fa risiedeva un “villaggio autonomo” di senza tetto e artisti oggi sgomberato – tra non molto verranno costruiti appartamenti di lusso. Blu, che da sempre utilizza la sua arte a sostegno e valorizzazione delle occupazioni (se fate un giro a Roma a via del Porto Fluviale trovate un bell’esempio) ha semplicemente scelto di anticipare quello sarebbe stato il probabile destino dei due lavori: la cancellazione. C’è anche chi sostiene la possibilità che le due opere potessero essere “inglobate” nella metamorfosi di quel pezzo di città, divenendo elemento decorativo e di una Berlino più “cool”, e che dunque Blu avrebbe voluto con la cancellazione sottrarre le due opere a questo destino. Si parlava infatti della costruzione di appartamenti con vista panoramica su quello scorcio di Sprea. Quale che sia la ragione, oggi su quei muri si può vedere soltanto una tinta nera uniforme.
La cancellazione di un’opera d’arte è qualcosa che ci impressiona. Siamo abituati a pensare all’arte come a un bene dell’umanità che va preservato ad ogni costo (e spesso è davvero così). Certo, nel caso della street art la scomparsa di un’opera va messa in conto, le città e i loro muri cambiano, sono soggetti alle intemperie a alla speculazione. Ma nel gesto volontario di Blu c’è un aspetto che ha a sua volta dell’artistico, che completa il senso delle sue opere – che sono apertamente schierate. C’è la volontà di sottrarsi al meccanismo che ingloba l’arte e la ricontestualizza nel mercato.
Una sottrazione che, all’epoca della grande influenza delle teorie sul postmoderno sembrava inapplicabile: non esiste un “fuori”, e questo ci autorizza ad ammiccare al “dentro” in una confusione di posizioni che rende impossibile qualsiasi presa di posizione. Mi ha ricordato, il gesto di Blu, l’incipit di uno spettacolo di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, a cui proprio ieri a Milano è stato assegnato il Premio Ubu come miglior novità drammaturgica. Anche lì si esordisce con una sottrazione, con un “no”. Gli attori entrano e spiegano al pubblico che non è stato loro possibile “rappresentare” quello che volevano rappresentare: la morte di quattro pensionate greche, suicide a causa della crisi e della conseguente impossibilità di condurre un’esistenza magari povera ma dignitosa.
L’immagine è tratta da alcune pagine di un romanzo, L’esattore dello scrittore greco Petros Markaris, e per quanto non sia una vicenda reale è resa in modo tale da essere comunque dirompente. Ma il meccanismo spettacolare si interrompe prima ancora di cominciare. Gli attori – che sono anche autori – si sottraggono alla rappresentazione dell’immagine e si lanciano in un ragionamento scoperto assieme al pubblico. Ovvio, si tratta di un artificio, siamo pur sempre in teatro e lo spettacolo è stato pensato come tale. Eppure qualcosa si sposta: l’opera, prima che oggetto di consumo o spettacolo, torna ad essere pensata come un processo che tiene in considerazione il contesto e le persone che la guardano.
Parliamo dunque di sottrazione e non di distruzione anche per le opere di Blu. L’iconoclastia, con il suo potenziale di scandalo nel contesto della società dell’immagine, può facilmente strizzare l’occhio all’iconolatria (come ha segnalato il critico Attilio Scarpellini). La distruzione di opere d’arte praticata dallo “young british artist” Michael Landy nel 2010 ha trovato, e giustamente, il suo posto presso la South London Gallery. Ora, non penso che la sottrazione sia la soluzione a tutti i mali: si può tranquillamente continuare a dipingere e a fare teatro. È però un segnale interessante, che ci dice che l’arte può tornare ad essere politica non perché si ispira a principi astratti, ma perché si pensa tale rispetto ad un contesto. E rispetto alle persone che quel contesto lo vivono quotidianamente.
Fonte: MINIMA&MORALIA
http://www.minimaetmoralia.it/wp/

lunedì 14 marzo 2016

Lo SCAFFALE di destinazione[cultura].it

Nella pagina, N E W S: RECENSIONI, SEGNALAZIONI, SAGGISTICA, DOCUMENTAZIONE, RICERCHE, REPORTISTICA, INDAGINI, NOTE, NOTIZIE, "MATERIALI", BIBLIO-SITOGRAFIE, tutto quanto fa "informazione utile".

In quanto “essere sociale” l’individuo vive in continua interazione con gli altri esseri umani, inserito in un sistema comunicativo di relazioni indispensabili per la crescita e la formazione, e come rilevava Watzlawick “non si può non-comunicare” così come “non si può non-comportarsi”. La comunicazione determina la vita degli individui, poiché essa non ha luogo solo quando è intenzionale, conscia o efficace, ma anche quando è inattiva, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio e le interrelazioni umane sono costituite al contempo sia dai linguaggi verbali e sia da quelli non verbali, e ogni comportamento ha valore di messaggio e quindi di comunicazione. Scriveva Antonin Artaud: “L'attore è l'atleta dei sentimenti” e  come ogni atleta deve addestrarsi per essere capace di esprimere i vissuti dei personaggi, per dare vita ad emozioni, sentimenti, comportamenti, etc. Questo allenamento altro non è che la conoscenza dei segni e dei linguaggi che compongono la comunicazione culturale.

sabato 12 marzo 2016

Note per la cultura - 5 - A volte capita di pensare, scrivere, agire ...

1. Sulla peculiarità della definizione ontologica della persona umana

Il dato di partenza della problematicità, enigmaticità o «ambiguità» dell'esperienza umana nel mondo rischia di collocare ogni definizione (meglio dire, intenzionalità chiarificatrice) nel contesto di una “metafisica influente” che ha dominato in modo contraddittorio e drammatico le vicende socio-culturali del ‘900, secolo nel quale le generazioni adulte dell’attuale contemporaneità sono cresciute e si sono formate culturalmente. Tuttavia, nel confronto e nell’onesta aspirazione all’accertamento delle verità sulla condizione umana, l'uomo viene collocato di necessità all'interno di un rapporto originario con l' “essere” e, solo all'interno di questo rapporto, può essere compreso e la sua esperienza acquista un senso.

La specifica collocazione umana nel mondo, la sua «situazione», è una via d'accesso che consente di indagare l'essere e se stesso nell’individualità e soggettività date, vale a dire in quella configurazione esistenziale tipicamente umana, artificiale ed extragenetica, definibile “cultura”. Altri tentativi – sempre possibili – aprono acriticamente all’influenza inestricabile d’una metafisica deteriore (teleologicamente dogmatica) secondo la quale l'uomo è in rapporto con l'essere, ma con un “essere” che resta alfine inoggettivabile, non circoscrivibile nella sua totalità, «altro» e, per certi versi necessariamente, trascendente. Questa inoggettivabilità dell'essere umano sta alla base di un’esauribilità di prospettive che da essa scaturiscono, tanto inopportune quanto inefficaci laddove lo scenario è la relazione d’aiuto, il sostegno e vicinanza alle giovani generazioni, la cura e la tutela dell’adolescenza, la rigenerazione dell’umano condividere, in una parola il “mutamento” d’emancipazione dalla tragedia novecentesca.
In secondo luogo, anche sostenendo che l'essere in cui l'uomo è collocato abbia i caratteri di un'ulteriorità irriducibile alla coscienza umana, sia dunque qualcosa di «altro», di «trascendente» rispetto all'uomo stesso poiché l'uomo non esaurisce mai la totalità dell'essere, ebbene l'essere è in questo senso presente nel rapporto, certo non nello stesso modo in cui è presente l'uomo. Uomo ed essere non sono due termini equivalenti, possono trovarsi antinomicamente uno di fronte all'altro, in una relazione di equipotenza o in una relazione estrinseca; in ogni caso, questa antinomia costitutiva di ogni osservabilità, di ogni atto conoscitivo, non può darsi una sussunzione dell’uomo all’essere.

2. Interpretazione ontologica sulle caratteristiche costitutive della persona


La questione di una ontologia della relazione è stata sollevata da Etienne Balibar in un testo del 1993 su Marx e più precisamente nel commento della VI tesi su Feuerbach che, come è noto, recita: «Feuerbach risolve l’essenza religiosa nell’essenza umana. Ma l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà essa è l’insieme dei rapporti sociali»[Marx über Feuerbach], in Marx / Engels Gesamtausgabe, erste Abteilung, Band 5, hrsg. von V. Adoratskij, Glashütten im Taunus, Verlag Detlev Auvermann, 1970, p. 534; tr. it. di M. Rossi, in F. Engels, Ludwig Feuerbach, Roma, Editori Riuniti, 1985 (I ed. 1950), p. 84]. L’essenza umana è das ensemble der gesellschaftlicher Verhältnisse. Marx rifiuta, secondo Balibar, tanto la posizione nominalista che la posizione realista: «quella che vuole che il genere, o l’essenza, preceda l’esistenza degli individui, e quella che vuole che gli individui siano la realtà primaria, a partire dalla quale si astraggono gli universali»; in Marx sarebbe dunque presente in abbozzo una ontologia della relazione: la società sarebbe costituita/attraversata da una molteplicità di relazioni, cioè di «transizioni, trasferimenti, passaggi nei quali si fa e si disfa il legame degli individui con la comunità, che a sua volta costituisce essi stessi». Il solo contenuto effettivo dell’essenza umana starebbe nelle molteplici relazioni che gli individui intrattengono tra di loro. Balibar ritiene che così Marx prenda le distanze tanto dal punto di vista individualistico che da quello organicistico (olistico). Questa la ragione per cui Marx usa il termine francese «ensemble» e non quello tedesco «das Ganze». Allo scopo di rendere ancora più chiara la questione, Balibar propone di utilizzare una parola di Simondon per pensare il concetto di umanità nei termini marxiani: «il transindividuale». L’umanità sarebbe ciò che esiste tra gli individui. Balibar conclude: «le relazioni di cui parliamo non sono nient’altro che pratiche differenziate, delle azioni singole degli individui gli uni sugli altri». La più adeguata caratterizzazione costitutiva della “persona umana” scaturisce, pertanto, da un'affermazione difficilmente revocabile in dubbio che è rintracciabile nella Prefazione a "Per la critica dell'economia politica" (Gennaio 1859 - Opere complete, Vol. XXX, pagg. 298-299); Karl Marx, sostiene che «nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. 
E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca soprastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere costatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in una parola le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo». C’è una saldatura in itinere tra ontologia ed epistemologia che forgia la valenza problematica e le stesse categorie, entrambe connesse ai fondamenti, alle condizioni di validità, ai principi guida della conoscenza intorno all’uomo, ma soprattutto dalla conoscenza scientifica che distingue l’apprezzamento antropologico da una pur legittima Weltanschauung

3. Sul fondamento e caratteristiche della dignità della persona

Già in Hegel il problema dell'estraneazione – quello che in ultima istanza pare configurarsi come insieme d'ambiti individuativi d'indagine delle caratteristiche della dignità della persona umana - appare per la prima volta come problema della posizione dell'uomo nel mondo rispetto al mondo. Essa è tuttavia in lui, con il termine di alienazione (Entiiusserung), al tempo stesso la posizione di qualsiasi oggettività. L'estraneazione si identifica perciò, se viene coerentemente concepita, con il porre l'oggettività. Il soggetto-oggetto identico deve quindi, nella misura in cui supera l'estraneazione, superare al tempo stesso l'oggettività. Poiché tuttavia l'oggetto, la cosa, in Hegel, esiste soltanto come alienazione dell'autocoscienza, la sua riassunzione nel soggetto rappresenterebbe la fine della realtà oggettiva, quindi della realtà in generale. Anche in Storia e coscienza di classe Lukàcs sembra seguire Hegel nella misura in cui anche in questo libro l'estraneazione viene posta sullo stesso piano dell'oggettivazione (per far uso della terminologia dei Manoscritti economico-filosofici di Marx). Lo smascheramento nel pensiero dell'estraneazione era già allora nell'aria; ben presto esso divenne una questione centrale della critica della cultura che indagava la condizione dell'uomo nel capitalismo del presente. Per la critica filosofico-borghese della cultura, basti pensare a Heidegger, era del tutto ovvio sublimare la critica sociale in una critica puramente filosofica, fare dell'estraneazione per sua essenza sociale un'eterna "condition humaine", usando un termine invalso solo più tardi. È chiaro che questo modo di presentare le cose, benché avesse di mira tutt'altro, anzi l'opposto, favorì atteggiamenti di questo genere. L'estraneazione identificata con l'oggettivazione era bensì intesa come una categoria sociale - il socialismo avrebbe dovuto appunto superarla - e tuttavia l'insuperabilità della sua esistenza nelle società classiste e anzitutto la sua fondazione filosofica la rendevano vicina alla "condition humaine".  

Questa è appunto la conseguenza di questa falsa identificazione, su cui occorre ancora insistere, tra concetti fondamentali opposti. Infatti, l'oggettivazione è effettivamente un modo insuperabile di estrinsecazione nella vita sociale degli uomini. Se si considera che ogni obiettivazione nella praxis, e quindi anzitutto il lavoro stesso, è un'oggettivazione, che ogni modo di espressione umana, e quindi anche la lingua, i pensieri e i sentimenti umani, sono oggettivati, ecc., è allora evidente che qui abbiamo a che fare con una forma universalmente umana dei rapporti degli uomini tra loro. 

Come tale l'oggettivazione è naturalmente priva di un indice di valore; il vero è un'oggettivazione allo stesso titolo del falso, la liberazione non meno dell'asservimento. Solo se le forme oggettivate nella società ricevono funzioni tali da mettere in contrasto l'essenza dell'uomo con il suo essere, soggiogando, deformando e lacerando l'essenza umana attraverso l'essere sociale, sorge il rapporto oggettivamente sociale di estraneazione e, come sua conseguenza necessaria, l'estraneazione interna in tutti i suoi caratteri soggettivi. Si comprendono bene, da quest'ottica, le affermazioni marxiane secondo le quali “tutta la via sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa prassi.” (Tesi VIII - Tesi su Feuerbach nel 1843 ); “i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo” (Tesi XI - Tesi su Feuerbach nel 1843 ). 

Conseguentemente, non sembrano più necessari approcci volti a fondare il comportamento etico o su un potere trascendente (divino) o su una componente soggettivo-intuitiva o emotivo-sentimentale. A simili approcci è possibile contrapporre la concezione, secondo cui l’etica è da un punto di vista storico evoluzionistico un prodotto di auto-creazione umana; è la stessa etica materialistica ad esigere un fondamento ontologico. 
Anche se può considerarsi paradossale, la questione della dignità della “persona umana” va ancorata ad una tradizione culturale che lega l'etica a grandi opere come la Fisica di Aristotele (piuttosto che la Metafisica) o i Principia di Newton; esse hanno rappresentato per lunghi periodi il fondamento delle ricerche condotte, definendo problemi e metodi da considerarsi legittimi in un determinato campo e sono stati dei modelli che hanno dato origine a particolari tradizioni di ricerca scientifica. Riferendosi a queste tradizioni, Kuhn impiega il termine di “paradigma”; la scienza si sviluppa all’interno di un paradigma, mentre la rivoluzione scientifica è il passaggio da un paradigma all’altro. Kuhn impiega la definizione di “paradigma metafisico” per indicare ciò che nell’epistemologia contemporanea è chiamata “metafisica influente”. 

Un progresso dove l’incremento conoscitivo è guidato da un unico paradigma non fornisce garanzia di “una comprensione sempre più raffinata della natura” se non affermando di voler partire da piuttosto che andare verso. Questo atteggiamento è valido anche in campo etico.

4. L'importanza di una chiara visione personalista dell’uomo

L'adolescenza essendo considerata da un lato l'ultima fase dello sviluppo infantile, dall'altro come fase d'inserimento nel mondo adulto, comunemente va individuata in un arco di alcuni anni che stanno intorno alla maturazione sessuale, ma a cui corrispondono anche mutamenti d'atteggiamenti, di capacità, di partecipazione sociale e, pertanto, necessita d'una visione d'insieme. Il porre l'accento più sull'uno o sull'altro di questi mutamenti ha portato ad indicare come più ampio o più ristretto il periodo adolescenziale (per alcuni esso va dai 10 ai 16 anni circa, cioè corrisponde alla pubertà, per altri dai 13 ai 20 anni, cioè in accordo con la definizione ormai obsoleta anch'essa di “teen-ager”, per altri ancora è un periodo che si estende anche ulteriormente fino alle opportunità di lavoro, con il portato dell'autonomia e delle responsabilità piene sul piano sociale, ed alla vita coniugale, con il portato eventuale della maternità e paternità; ovviamente, negli ultimi decenni a cavallo del XX e XXI secolo in particolare, l'elaborazione identitaria si è, per così dire, deregolamentata, venendo meno le componenti esperienziali proprie della maturità equilibrata delle persone ed i ritmi peculiari di sviluppo sono fuori dagli schemi teorici; talvolta, proprio il terreno della life long learning restituisce – con il portato problematico della neotenia -, con risvolti drammatici, l'aspetto dei cambiamenti in atto circa il mondo giovanile). 

Certo l'adolescenza non è contraddistinta dalla sola maturazione puberale, fatto biologico rilevante; tuttavia, essa ha una connotazione tipicamente umana, cioè extragenetica, “artificiale”, culturale (i primi studi sistematici, come quelli di Satnley Hall, vedevano un parallelismo assoluto fra i due livelli della vita, o meglio, la riduzione del secondo al primo: l'adolescenza come una “nuova nascita” della coscienza, provocata dallo sviluppo puberale; tale sviluppo si iscriveva nella prospettiva di Darwin, secondo cui l'ontogenesi ricapitola la filogenesi: l'adolescenza, per l'individuo, come uomo totale, cosciente e responsabile di sé). La concezione che accentua l'aspetto biologico, infatti, è stata messa in crisi dallo studio delle differenze individuali e culturali, in particolare dagli studi antropologici come quelli della Mead, a dimostrazione di un reale relativismo nella fenomenologia adolescenziale (culture primitive, cultura “occidentale” …). Ciò ha indotto la ricerca a studiare non più l'adolescenza, ma diverse adolescenze mettendo in discussione l'universalità del fenomeno. Del resto, certa Psicologia (Wallon) o indirizzo psicoanalitico si sono opposti a questo apprezzamento dell'adolescenza considerando come certi aspetti biologici e psicologici siano connaturati con lo “sviluppo” della persona. 

La problematicità dell'adeguata visione dell'adolescente deriva proprio dal fatto che si esaltano, in certi campi d'indagine, gli aspetti maturativi, biologico-fisici, intellettivi o istintuali, più universali o supposti tali; altri orientamenti, viceversa, enfatizzano la socializzazione e l'acquisizione dei ruoli, relativamente ai diversi contesti sociali di appartenenza e formazione. Il tentativo più riuscito di tenere insieme gli “sguardi” sulla gioventù e sul divenire complesso delle persone è quello di Erikson che salda le fasi psicosessuali con quelle della socializzazione; costituisce un modello orientato all'integrazione dei “saperi” specifici che può sempre più avvalersi dell'empiria in stretta connessione con l'ampliarsi di un quadro concettuale teorico per certi versi indeterminato (non può oggi che essere così), nei confini della comprensione, altrimenti si rischia di perdere l'oggetto stesso. 

Pertanto, altra acquisizione, nel merito dell'obiettiva considerazione degli adolescenti come persone, è l'evitare di perseverare in punti di vista “specialistici”; ad esempio, insistere nell'importanza rivestita dalla relazione con la figura materna nel condizionare il successivo sviluppo creativo del bambino (Klein, Winnicott; quest'ultimo sottolinea come ineludibile sia la funzione di rispecchiamento svolta dalla madre, nella restituzione di affetti e vissuti che il bambino da solo non è in grado di rielaborare ed integrare all'interno del sé), in un contesto sociale di vita d'accentuato decentramento di figure di riferimento. Di fatto, la strutturazione della personalità spontanea e creativa è garantita dall'ambiente di sostegno rappresentato da una pluralità di soggetti interagenti, nell'ottica in cui non può esistere alcuna identità armoniosamente formata a prescindere da relazioni plurali. 

Il ruolo delle interazioni sociali nello sviluppo degli adolescenti può essere compreso solo se si coordinano i concetti e i dati derivanti dall'analisi di tipo sociologico con quelli relativi alle interazioni sociali concrete tra individui e alle caratteristiche funzionali di questi ultimi, a livello psicologico. Da un lato, infatti, le situazioni sociali specifiche che gli individui si trovano di fronte nella vita di ogni giorno sono determinate da un tessuto sociale e da un ambiente fisico assai ampi, dotati di significati e valori culturali loro propri maturatisi storicamente. Esse non possono essere ridotte ad un flusso della coscienza individuale o a conflitti psichici, ma richiedono uno studio in quanto strutture sociologiche, culturali e fisiche. Se in queste situazioni le interazioni sociali tra individui hanno una struttura, le forme e i contenuti che sono loro propri non sono riducibili a stimoli discreti che colpiscono la persona di momento in momento. Dall'altro lato, un individuo, nel corso del periodo adolescenziale, si trova ad aver vissuto almeno da una decina di anni, ed ha esperienza di interazioni sociali. A parte i casi di traumi precoci gravi, il bambino, in quanto maschio o femmina, ha stabilito delle relazioni all'interno di un milieu specifico, relazioni con il proprio corpo e con le proprie capacità, con oggetti e con valori sociali. Alcuni di questi legami antecedenti devono modificarsi durante l'adolescenza, lasciando alle spalle la dipendenza della prima infanzia per avviarsi a responsabilità, attività e modi di condotta tipici nella società di uomini e donne adulti. Contemporaneamente il corpo, ormai familiare, cresce ad un ritmo più rapido, e ciò si accompagna a modificazioni fisiologiche e strutturali che portano al corpo adulto di un uomo o di una donna. Il condensare questi due universali evolutivi in «incidenti» dell'analisi sociologica significa trascurare i contributi individuali alle interazioni sociali e il loro ruolo nello sviluppo. Il coordinare il sociologico e lo psicologico implica una sequenzialità di studio ben definita. La sequenza inizia con lo studio dello sviluppo delle interazioni sociali, una valutazione delle situazioni sociali reali che gli adolescenti si trovano di fronte, inclusa la situazione ambientale più ampia di cui fanno parte; infine considera il funzionamento individuale in rapporto a tali situazioni sociali e ai processi d'interazione. Il gruppo procura uno status simbolico autonomo.

In secondo luogo, gli adolescenti trovano nel gruppo uno status autonomo, fondato sulle proprie realizzazioni, che è loro negato nella società. Molti adolescenti vivono quanto possono in gruppo perché vi sono considerati persone autonome e non, come nei luoghi gestiti dagli adulti, bambini che devono esser guidati e controllati. L'esigenza di parità e di partecipazione, che caratterizza molti adolescenti nella nostra società, viene di continuo frustrata. In reazione, gli adolescenti si creano una società diversa - il gruppo - in cui possono sentirsi alla pari con gli altri. In altre parole, il gruppo è la fonte primaria di status autonomo durante l'adolescenza - uno status provvisorio, transitorio, marginale, in qualche modo solo simbolico poiché non garantisce diritti e prerogative reali al di fuori di esso. Esiste quindi un legame tra la marginalità sociale dei giovani e i loro gruppi che nascono appunto come tentativo di rimediare a questa creando spazi di partecipazione. Altre funzioni. Oltre a questa funzione essenziale, il gruppo può assolverne altre, di cui verranno indicate le principali seguendo la falsa riga di Ausubel (1977). Prima di tutto esso può procurare un'identità. Il problema dell’identità non è, come si legge spesso, il problema principale dell'adolescenza, è un problema che deriva dalla mancanza di status autonomo. Il gruppo può rimediare anche a questo problema appunto nella misura in cui fornisce uno status. Far parte dell'«Autonomia operaia», dei punk, dei paninari, permette di definirsi e di sapere con più sicurezza come orientarsi nella vita, quali valori perseguire, come comportarsi e porsi di fronte agli altri. Durante l'adolescenza, il gruppo di coetanei è spesso la fonte maggiore di status derivato ed è in grado di fornire al giovane una stima di sé e una sicurezza per il semplice fatto di essere accettato nel gruppo. Esso procura anche un forte appoggio nel processo di emancipazione dai genitori e dagli adulti e un quadro di riferimento e un sistema di valori quando quelli dell'infanzia devono esser abbandonati; assicura così un sollievo nei confronti dell'incertezza, dell'indecisione, dell'ansietà e della colpevolezza che spesso accompagnano la ristrutturazione della personalità su una base di autonomia. Conferendo al gruppo il diritto di proporre nuove regole di condotta, l'adolescente afferma il diritto all'autodeterminazione perché non è diverso dai suoi coetanei. Il gruppo è anche un mezzo per difendersi dall'autorità e dalle interferenze degli adulti. Come strumento di pressione (“tutti lo fanno”) fa guadagnare privilegi ai suoi membri. Aiuta anche l'adolescente ad affrontare con minore ansietà i cambiamenti che avvengono nella sua vita e nella sua persona, come quelli fisiologici. Riduce la massa delle frustrazioni, non solo quelle specifiche dell'età, ma anche quelle che toccano solo i singoli adolescenti. Il gruppo è anche luogo di apprendi mento dei modi di rapportarsi agli altri fuori della famiglia. Permette di assimilare maggiormente i ruoli socio-sessuali, la competizione, la cooperazione, i valori, le credenze, gli atteggiamenti dominanti del suo gruppo sociale. «Il gruppo di coetanei è la maggior istituzione formativa per gli adolescenti nella nostra cultura» (Ausubel,1977). Questo addestramento avviene in modo informale, spesso inconsapevolmente, nella vita quotidiana del gruppo, nel gioco delle interrelazioni complesse tra i suoi membri, nell'incoraggiamento di certi modi di comportarsi e lo scoraggiamento di altri. Il gruppo è quindi una preparazione alla vita adulta reale. Il gruppo rinforza le discriminazioni tra le classi sociali. Il gruppo prepara alla vita adulta reale anche perché rinforza le discriminazioni tra le classi sociali. Da Hollingshead (1949) in poi, molte ricerche hanno messo in rilievo il fatto che, abitualmente, vige nei gruppi di adolescenti una rigida separazione tra le classi sociali. Talvolta questa separazione si può già osservare nella diversità dei luoghi di aggregazione. Vri confronti per la diversità di classe. (Lutte et al., 1984). La cultura dei diversi gruppi, i lo ro valori, i loro argomenti di discussione, le loro attività sono differenti e rafforzano quindi la diversità derivante dagli ambienti familiari, sociali, scolastici e lavorativi differenziati. Negli Stati Uniti, la “razza” è un altro fattore di discriminazione tra i gruppi. Questa incomunicabilità tra classi ed etnie sembra più pronunciata nei gruppi di ragazze che sono più ristretti, chiusi e durevoli (Claes, 1983). Il gruppo rinforza le differenze sociali tra i sessi. I gruppi misti di adolescenti permettono ai ragazzi e alle ragazze di interagire tra di loro. Sono il luogo in cui nascono spesso innamoramenti e si formano le coppie. Le ragazze, abitualmente, entrano più precocemente in gruppi misti con ragazzi più grandi; fatto che crea problemi seri ai loro coetanei maschi che si sentono esclusi. Dumphy (1963; cit. da Claes 1983) pensa che la funzione del gruppo più largo sia di facilitare la transizione all'eterosessualità. Sulla base di ricerche effettuate in una città australiana, egli individua cinque stadi evolutivi. Nel primo, corrispondente alla preadolescenza, i piccoli gruppi sono formati di soli ragazzi o di sole ragazze e non si incontrano; l'interesse per l'altro sesso si manifesta solo in interazioni superficiali, spesso antagoniste. Nello stadio seguente, verso i 14 anni, ci sono i primi scambi tra ragazzi e ragazze che hanno uno status superiore nei loro gruppi, si formano i primi sottogruppi misti ma permangono le precedenti aggregazioni monosessuali. Nello stadio seguente si formano solo gruppi eterosessuali. In seguito, il gruppo più largo sparisce per lasciare il posto a gruppi piccoli formati da coppie stabili. Come tutti gli schemi evolutivi, quello di Dumphy indica una tra tante altre traiettorie evolutive. In questi rapporti tra maschi e femmine all'interno del gruppo si possono rafforzare le differenze sociali tra i sessi. Certo, ci sono gruppi giovanili in cui si tenta di eliminare ogni tipo di sessismo. Ma alcuni meccanismi di differenziazione rimangono inconsci. Si pensi, ad esempio, ai criteri diversi di valutazione a seconda dei sessi, al fatto solo che la ragazza è più apprezzata in funzione della sua bellezza. Ci sono anche gruppi, soprattutto negli ambienti popolari, in cui le differenze tradizionali tra i sessi vengono intenzionalmente riprodotte, in cui i maschi mantengono in uno status subordinato le femmine. I gruppi di adolescenti non sono necessariamente progressisti. Possono in alcuni casi riprodurre i valori più tradizionali del loro gruppo sociale. 

In definitiva, la società degli adulti è “parte”, ma non il “tutto” del processo di formazione identitaria delle nuove generazioni. L'atteggiamento degli adulti verso i giovani comprende sentimenti di protezione, per cui i figli e gli “immaturi” affidati sono sentiti come prova della propria potenza generativa e costruttiva, un prolungamento di sé; comprende anche sentimenti di timore e d'invidia, poiché essi sono avvertiti come minacciosi del proprio “potere”. Spesso gli adulti esprimono aggressività verso gli adolescenti; nello stesso tempo, gli adulti proiettano sui giovani i loro desideri irrealizzati, attribuendo così loro il bisogno di libertà, d'autorealizzazione e di soddisfazione sessuale. Si produce una profonda ambivalenza a detrimento della percezione e concorso nella costruzione delle “persone” che i giovani diventeranno, ambivalenza accentuata nella “cultura occidentale” dal fatto che essa non trova più quadri stabili in cui iscriversi, come avveniva negli antichi riti di iniziazione, o nella più recente stabilità di ruoli che definivano il posto di ciascuno. La società acquisitiva, basata sulla produzione e sul consumo individuali, ha distrutto le basi degli arcaici modelli familiari, e la conseguente stabilità delle prescrizioni di ruolo tra le fasce generazionali. L'ambivalenza degli adulti si esprime così in oscillazioni tra l'idealizzazione dei giovani (come se la vita fosse rintracciabile in una trama d'una fiction “ottimista” o in una certo messaggio pubblicitario o di “costume”) e desideri di rivalsa autoritaria (quando i giovani, ribellandosi, “tradiscono” la fiducia e l'idealizzazione riposta in essi), fra desideri di protezione – ormai, inadeguati o semplicemente superflui – e proiezioni di colpevolezza (insistenza sul sesso e sulle “droghe”), fra presunzioni di “innocenza” e accuse di animo corrotto (questa ambivalenza è tipica, in certe famiglie, dei rapporti dei genitori verso figlie e figli), che esprimono ancora il riflesso dei propri desideri ed insieme il timore e la censura di quest'ultimi. 

Così si arriva – ancora – a sostenete che i giovani “vanno tenuti a freno”, educati, oppure che deve essere data loro ogni possibilità di godere la vita “finché son giovani”, ed ogni permissività, senza d'altronde riuscire a mantenere a fondo e con coerenza ciascuna di queste posizioni; si tratta, evidentemente, di oscillazioni che eludono il problema di fondo, che è l'estraneazione degli adulti per primi dal controllo e dall'accettazione dei propri modelli di comportamento, delle proprie soddisfazioni istintuali, dei propri sentimenti di colpa. In questo senso, da tempo la Mead, dopo aver osservato come da una società in cui i modelli erano fissi e tramandati dai “vecchi”, si sia passati ad una in cui i modelli devono essere “reimparati” e sono comunicati dai pari – così come avviene quando si cambia paese in un'emigrazione nel “mondo globalizzato” -, afferma che oggi anche questa fase si dimostra superata, e i modelli di comportamento devono essere “inventati”, attraverso un reale potere di partecipazione dei giovani che prefigurano bisogni e possibilità non più solo del prossimo futuro, ma del presente stesso. A questo fine, è necessaria anche una certa dose di conflitto, ed è necessario non negare la sua realtà attraverso quella “violenza che si maschera d'amore”, che instaura un falso rapporto ed una falsa comunicazione: come ricorda, nel linguaggio paradossale, una massima di Laing: Quando le famiglie non vivono più armonia, si hanno figli devoti e buoni genitori; o, più semplicemente, instaurare decisamente il dialogo; nell'epoca attuale il “dialogo” è emerso come concetto importante e addirittura centrale sia nella filosofia che nella politica. Si parla di “dialogo tra civiltà” in opposizione a uno “scontro di civiltà”, e di “dialogo tra religioni” come antidoto allo “scontro dei fondamentalismi”. Perché il dialogo emerge oggi in termini così cruciali ? Perché esso denota l’opposto dell’unilateralismo e del monologo. Quindi, tornare alle scaturigini, all'etimologia di “dia” e “logos”, della relazione sociale fondamentale. “Logos” significa ragione, significato, e anche (semplicemente) parola. “Dia” significa “in mezzo a” o “a mezzo a mezzo”. Quindi dia-logos vuol dire che ragione o significato non sono il monopolio di una parte, ma affiorano nel rapporto o nella comunicazione tra parti o agenti. Il logos qui è un logos condiviso e dipende in maniera cruciale dalla partecipazione di “diverse” o “molte” persone.