menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"
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sabato 8 ottobre 2016

YES Women Empowerment in STEM

Nuovo eBook Wister: YES We_STEM

L’8 Marzo 2016 il MIUR, con il sostegno della sede italiana della Commissione Europea, ha lanciato il progetto “Le studentesse vogliono contare! Il mese delle Stem” promuovendo iniziative e approfondimenti per combattere gli stereotipi di genere e le discriminazioni.
“Il mese delle Stem” (acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics) vuole sensibilizzare gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado allo studio delle discipline scientifiche e tecnologiche, superando il divario di genere.

La rete WISTER (Women for Intelligent and Smart TERritories) ha colto l’occasione per organizzare presso la sede della Commissione Europea a Roma un evento intitolato Yes WE STEM (Women Empowerment in STEM) i cui lavori hanno generato questo eBook. Infatti, i contributi dei vari capitoli dell’ebook  vanno oltre gli interventi dell’evento e racchiudono ulteriori approfondimenti, elaborazioni e dati. E proprio le competenze, l’esperienza, la sensibilità, l’impegno e lo sforzo di ciascuna/o  delle autrici e degli autori hanno permesso di costruire un libro che rappresenta un prodotto editoriale ricco e originale, curato da Luciana d’Ambrosio Marri, Flavia Marzano e Emma Pietrafesa.
L’introduzione di Simonetta Di Pippo, Direttrice dell’Ufficio per gli Affari dello Spazio Extra-Atmosferico delle Nazioni Unite (UNOOSA) e le conclusioni diCatalina Oana Curceanu, prima Ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Laboratori Nazionali di Frascati (Roma) e membro del Foundational Question Institute  (FQXi), rendono questo eBook ancora più prezioso.

giovedì 11 agosto 2016

Smart working, arriva il diritto di disconnessione da email e smartphone

Una soluzione già approvata dal Governo francese contro l’invasione lavorativa nella vita privata

Lo smart working si prepara a diventare legge dello Stato. La Commissione Lavoro di Palazzo Madama ha approvato un testo di legge che presenta significative differenze rispetto all’originario presentato dal governo. In particolare, nelle ultime modifiche del testo viene introdotto il diritto alla disconnessione da email e smartphone quando sono fuori dal posto di lavoro. 

TRE DIRITTI FONDAMENTALI – “Il lavoro agile non va confuso con il telelavoro, che è una prestazione svolta da casa e regolata da una direttiva europea – commenta Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro in Senato e relatore del disegno di legge. “Il testo che abbiamo definito prevede che la prestazione dello smart worker venga eseguita senza la rigida determinazione di tempo e luogo”. Con un’attenzione particolare agli smart workers che devono potersi avvalere di tre diritti fondamentali: quello alla sicurezza, quello alla disconnessione e quello alla formazione in modo tale da dominare al meglio le proprie competenze.
BENEFICI – Se lo smart working funziona, l’azienda ci guadagna in termini di produttività. Il datore di lavoro risparmia sulle spese di gestione degli spazi e sulle spese per l’energia. “Ma ci guadagnano tutti” spiega Francesco Seghezzi, ricercatore Adapt, al Sole24Ore – pensiamo solo all’abbattimento dell’inquinamento, che deriva dal viaggio di andata e ritorno dall’ufficio. Senza dimenticare la riduzione di stress e l’aumento di benessere del lavoratore”.
RISCHI- Chi lavora da remoto corre alcuni rischi dai quali deve essere messo al riparo. “La creatività che deriva dal lavorare in team, ad esempio, è un valore aggiunto che può essere recuperato con connessioni e piattaforme di scambio adeguate”, continua Seghezzi. Lo smart worker rimane comunque un dipendente dell’azienda e tagliare i ponti con l’azienda madre può essere controproducente. Le imprese devono possedere infrastrutture adeguate con cui condividere informazioni.
DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE – Altro rischio per i nuovi lavoratori potrebbe essere quello di sentirsi obbligati alla connessione digitale continua. In Francia, a questo proposito, è stato introdotto il diritto di disconnessione: norma recepita in Italia anche nelle ultime modifiche del testo.
“Con un accordo aziendale tra dipendente e datore – aggiunge Seghezzi – è possibile stabilire regole che lascino tempi liberi dalla connessione con l’ufficio”. Viene dunque stabilito il diritto alla disconnessione, nei tempi di riposo, dagli strumenti tecnologici di lavoro, un lavoro che è eseguito in parte dentro l’azienda, in parte all’esterno, con i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Si prevede che l’orario deve essere stipulato in forma scritta non più “a pena di nullità” ma “ai fini della regolarità amministrativa e della prova”.
Anche il diritto alla sicurezza del posto di lavoro e dell’attività connessa alla tipologia di lavoro per la legge in arrivo sono un diritto fondamentale. Sempre con un accordo tra azienda e lavoratore si potrà stabilire il diritto di visita di un operatore che certifica la sicurezza del luogo di lavoro e la buona salute del lavoratore stesso.
                                  Fonte:
http://quifinanza.it/lavoro/smart-working-arriva-il-diritto-di-disconnessione-da-email-e-smartphone/77248/
 

lunedì 4 luglio 2016

Dal fondamentalismo digitale alla sua critica - Un contributo di Bernardo Parrella

Per una critica e una cultura della Rete partecipate e autonome (pure in Italia?)

Creare alternative all’economia liberista, alle cyber-omologazioni e ai nuovi info-monopoli: yes we can !

Lo tsunami dell’innovazione high-tech ha contribuito non poco a mandare in frantumi ogni possibile programma per un’economia globale adeguata alle esigenze degli oltre sette miliardi di persone oggi in circolazione sul pianeta. Pur a fronte di dinamiche più ampie e imprevisti vari, nel complesso è evidente come in questi anni siano venute sempre meno le promesse di prosperità e benessere diffuso sull’onda del progresso tecnologico (quantomeno nelle società occidentali e al di là dei minimi vantaggi offerti da internet e device sparsi). L’emergere dell’élite digitale ha pesato (e pesa) parecchio in una distribuzione della ricchezza sempre più verticale anziché orizzontale come ci si aspettava (1% vs. 99%). In altri termini, come chiarisce il critico mediatico e docente newyorchese Douglas Rushkoff nel suo libro fresco di stampa Throwing Rocks at the Google Bus, le conseguenze di «questo tornado tecnologico… stanno intrappolando l’umanità intera». Ovvero:
È ora di ottimizzare l’economia rispetto agli stessi esseri umani che si presume debba servire.
Dove è il sottotitolo del libro a mettere il dito nella piaga: «in che modo la crescita è diventata il nemico della prosperità». Perché, tanto per essere chiari, non è che i venture capitalist investano in una start-up per vantarne la proprietà o dare spazio a un qualche progetto, bensì per rivenderla — nei tempi più stretti e con il massimo di ricavi possibili. La crescita è il mantra obbligatorio. Conquistare, subito, ampia visibilità e massa critica. Contano soltanto gli steroidi digitali:
L’azienda finisce per virare dalla sua mission originaria onde poter crescere al punto da mettere a segno un “home run” , sotto forma di acquisizione o entrata in borsa. E i finanziatori preferiscono vederla morire piuttosto che farla vivere con una vittoria modesta.
Un quadro dove convergono fattori apparentemente disparati: big data e ‘tutto gratis’, robot e intelligenza artificiale, algoritmi nelle piattaforme social e nelle transazioni azionarie, le pratiche monopoliste delle mega-corporation e la cosiddetta ‘sharing economy’, fino al costante rischio di nuovi tracolli economici, come già accaduto con lo scoppio della bolla dot-com d’inizio 2000, la crisi di Wall Street con ripercussioni mondiali del 2008/9 e il recente collasso dell’Eurozona.


                           Murales a San Francisco (da Wikipedia)
Attenzione, però, rimarca Rushkoff: la colpa non va addossata unicamente a Google & co, ai suoi dirigenti e impiegati, che diventano invece facile bersaglio del 99% e si beccano i sassi tirati contro gli autobus che li trasportano ogni giorno da San Francisco negli uffici di Mountain View (le proteste di piazza risalenti a un paio d’anni fa e a cui allude il titolo del volume). Ovviamente il problema è ben più complesso, anzi:
L’economia digitale del XXI secolo viene tuttora gestita con un sistema operativo basato sulla macchina da stampa del XIII secolo.
Il riferimento più ampio è alla cultura imperante a livello economico, oltre che socio-politico, dove gli azionisti impongono simili crescite verticali assolutamente insensate, dove contano solo i ‘capital gain’ rispetto a più modesti ma sicuri dividendi, dove non si esita a inglobare o far fuori nottetempo i diretti rivali. Già, come se la crescita non abbia limiti: il miraggio dell’era post-capitalista veicolato dalle politiche neo-con e neo-liberiste, prontamente abbracciate fin dai suoi albori dalla Silicon Valley – come descrivevano nel 1995 gli accademici britannici Richard Barbrook e Andy Cameron in “The Californian Ideology”, critica acuta del neo-liberismo dot-com superata solo in parte e tuttora cruciale per la memoria storia del digitale. E pur se oggi quell’egemonia dei tech-libertariani non è più così possente e subisce critiche (e abbandoni) diffusi, cosa potrà mai sostituirla? Forse una miriade di teorie e pratiche scioltamente interconnesse (con gli obbligatori agganci offline), o magari una varietà di spazi iper-frantumati tanto quanto la “balcanizzazione” dell’odierna internet?

In altri termini, la complessa molteplicità tra cause/effetti di diversa origine evidenziata da Rushkoff rivela comunque uno “zoccolo duro” nell’inarrestabile innovazione high-tech (o presunta tale) non vanno certo sottovalutate. Tanto per restare nell’area di San Francisco, dove la gentrificazione innescata dal tecno-boom aveva preso piede già a inizio anni ‘90 (ne sono stato testimone diretto), questi problemi continuano ad aumentare a dismisura, anziché ridursi. La popolazione di homeless è alle stelle, per non parlare dei precari in tutti i sensi, con costi (e qualità) della vita davvero impossibili, anche per chi ha un’occupazione stabile.
Non a caso una recente inchiesta curata da Vox propone il titolo Essere senza tetto è un lavoro a tempo pieno”, e vi si legge fra l’altro che «i prezzi degli affitti in quest’area tecnologica sono aumentati in maniera ben più rapida che nel resto del paese», per via della forte richiesta e delle strette normative per la costruzioni di nuovi alloggi. E pur se il problema degli homeless a San Francisco risale agli anni ‘80 (il primo centro d’accoglienza venne aperto nel 1983), oggi è in corso «un’epidemia di sfratti»:
Prima del 2011, ogni mese venivano sfrattate 300–350 persone, ora siamo a oltre 600. Dal 2013 gli sfratti in cui l’affittuario non ha commesso alcuna infrazione del contratto sono saliti del 115%.

(da indybay.org)
Mentre l’avanzata a testa bassa dell’high-tech è quantomeno una con-causa di simili problemi sul territorio, continuano tuttavia a essere sottovalutate le ricadute complessive dell’era digitale. Giusto per fare qualche esempio:

Dopo le rivelazioni di Snowden, sappiamo bene di essere sotto sorveglianza diffusa ma il messaggio generale è che non c’è nulla da temere; le maggiori piattaforme di social media continuano a consolidarsi e occupare altri spazi (fino al capitalismo-piattaforma); cresce il trend del passaggio dal PC a smartphone/tablet con tecnologie sempre più opache e basate sugli algoritmi, e l’annessa “balcanizzazione” della Rete (incluso l’ampliamento del Deep Web).

E ancora: già finito l’abbraccio tra movimenti di protesta quali Indignados e Occupy (o scenari tipo le Primavere Arabe) e i social media? Stanno forse emergendo app collaborative per amplificare o esaltare le manifestazioni di piazza? E a livello più individuale, che dire di una tecnologia che ci sommerge sotto una mole impressionate di dati? E delle continue corse all’aggiornamento di stato, all’estensione della cerchia dei follower e altre dinamiche di “reputazione”? Quali gli agganci (se esistono, o sono mai esistite davvero) di simili pratiche “narcisistiche” il legame con il quotidiano offline?
Si tratta insomma di proporre (o, meglio, rilanciare seriamente) una Net Critique ampia e articolata, di proporre quella critica a e di internet oggi apparentemente superata dalle spinte imprenditorial-economiche globali di cui sopra. Come avviene da tempo per la critica ai mass media dei nostri tempi (cinematografica, letteraria, culturale) dobbiamo riappropriarci di questi strumenti di lettura per (provare a) metterne in risalto le dinamiche meno apparenti e (cercare di) immaginarne gli scenari futuri.
Un approccio questo, attenzione, che non spetta unicamente ai ‘critici’ o agli ‘intellettuali’ (se mai esistono ancora), bensì all’intero popolo della Rete. Anzi, nell’attuale fase di stagnazione politico-culturale, tocca a ciascuno di noi elaborare e sostenere pratiche di riorganizzazione alternativa degli strumenti sociali in rete perché supportino i movimenti politici di base.
È quanto continua a suggerire fra l’altro Geert Lovink nel suo ultimo libro Social Media Abyss (di prossima uscita anche in Italia presso Egea, con traduzione del sottoscritto), che prosegue il percorso avviato nel 2004 con la fondazione dell’Institute of Network Cultures ad Amsterdam, oltre a docenze, interventi e libri successivi. E dove si affrontano in dettaglio domande scottanti, oltre a quelle accennate poco sopra, tra cui:

Come usare la Rete per rilanciare la politica e la cultura libertaria? Com’è possibile ripensare un modello comunicativo digitale senza subire l’omologazione dei social network? Cosa tiene insieme il culto del selfie e la passione per l’anonimato? In che senso la teoria critica è utile per la prassi politica in rete?

A riprova del fatto che, insieme all’impegno di molti altri ricercatori, esperti ed attivisti, esiste e cresce un movimento europeo per la critica alla cultura di Rete e alle sue trasformazioni (finanziamento dell’arte digitale, nuove forme di pubblicazione, estetica e politica dei video online, cultura dei motori di ricerca, riorganizzazione della conoscenza in rete). Mettendoci in guardia anche sui rischi di ‘retroguardia’ – in particolare rispetto a certe posizioni condivisibili ma fin troppo parziali o superficiali di critici Usa quali Sherry Turkle, Nicholas Carr, Andrew Keen o Jaron Lanier:
Poco ma sicuro: c’è bisogno di un approccio articolato per non cadere vittime della semplice rassegnazione del ‘romanticismo offline’ — posizione assunta fin troppo facilmente quando ci accorgiamo di non poter stare al passo e la routine prende il sopravvento.
Anche a rilancio delle critiche più articolate Rushkoff sul «tornado tecnologico… stanno intrappolando l’umanità intera», questo “laboratorio aperto europeo” rivela dunque un forte orientamento verso la prassi politica nelle pratiche comunicative digitali, integrando arte, mediattivismo e studi critici come strumenti di riprogettazione di una nuova convivenza civile, uno spazio di cittadinanza vivibile e inclusivo, non importa se urbano o online.
Proponendo altresì alternative concrete all’economia liberista e ai paradigmi di “colonialismo” digitale. Tra cui, per esempio, il MoneyLab di Amsterdam, un osservatorio sulle forme alternative di pagamento e gestione del denaro, oltre che sulle ‘economie del dissenso’ (ora che Bitcoin ha messo finalmente a nudo la propria anima elitaria e neo-con). E le varie realtà africane che andrebbero prese a modello proprio dal settore cyber ed economico occidentale, quali il successo del mobile money di M-Pesa, le animate discussioni online e la creazione di reti autogestite in Kenya, Uganda e altri paesi sub-sahariani.

Si tratta insomma d’insistere con la cultura critica del digitale in senso lato, con la decostruzione dall’interno del magma continuo di internet, con esperimenti di partecipazione civica. Un quadro che, per chiudere con alcune note “nostrane”, in Italia non sembra trovare troppa attenzione sia nell’ambito cultural-editoriale che nell’utenza di base. A livello “macro” le start-up innovative o i settori tradizionali ormai passati al digitale (come il giornalismo-informazione) sgomitano tra alleanze imprenditoriali e nuove trovate sostanzialmente finalizzate al “clickbait” (ignorando, per esempio, la strada dei micro-pagamenti ad articolo, così da superare anche culturalmente l’impasse provocato dal ‘tutto gratis’). Per non parlare di manovre a dir poco anacronistiche come la recente mega-fusione tra il gruppo de La Stampa e quello di Repubblica/Espresso.
Nell’epoca della decentralizzazione e del citizen journalism diffusi, si punta invece a ricreare regimi di monopolio utili soltanto agli interessi (e alle share di mercato) dei grossi gruppi editoriali e nient’affatto a quelli dei cittadini, degli ex-lettori, o della cultura in generale. Ancor più, ciò ribadisce il tradizionale approccio capitalista da pescecani e attori piglia-tutto menzionato all’inizio, teso a occupare spazio ovunque, attirare freelance e altri “precari” con buone idee ma costretti a lavorare per i Big pur di pagare l’affitto, e infine restringere o azzerare i progetti autonomi e dei singoli. Ciò appare particolarmente grave nell’odierno scenario digital-italiano, dove vanno comunque emergendo spinte innovative e maker d’ogni sorta, partecipazione civica e mondo open.
Già, proprio come scriveva pochi giorni fa qui su Medium me Eugenio Damasio qui su Medium:
Si apre un’epoca fatta di ritorno a dinamiche monopolistiche simili a quelle che Orson Welles , nel 1941, raccontava nel suo Citizen Kane. Un’epoca in cui, e non solo in campo giornalistico, la redistribuzione di ricchezza è sempre più limitata e i protagonisti rimangono invariati.
Oppure come diceva Emmanuele Somma, in riferimento ai “festeggiamenti” per i 30 anni di internet in Italia (i “pionieri” risalgono al 1986-7, l’era in cui dentro e fuori il Parlamento dominava la DC):
Bisogna dire le cose come stanno: di Internet in Italia non c’è nulla da festeggiare, tra censure di stato e velocità da paesi africani, tra provider imbroglioni e campioni solo di fuffa digitale. Vale la pena festeggiare la fiera delle vanità dei tanti parassiti che hanno salito — senza meriti — i gradini dei posti di comando? La rete in questi anni non è andata tecnologicamente avanti e ha fatto tanti passi indietro rispetto ai diritti digitali dei cittadini. Ma il peggio è che questa matrigna Italia incensa solo i furbetti e allontana chi è competente e appassionato.



Conclusioni possibili? Forse meglio pensare, più semplicemente e pragmaticamente, a percorsi praticabili sia a livello “macro” che individuali, fatti di trasversalità e contaminazione, decentramento e hacktivismo. Incluso magari un soggetto editoriale che sappia e voglia farsi carico delle istanze relative alla cultura e alla critica della Rete, rilanciando testi e notizie significative, coinvolgendo i protagonisti e le vicende italiane nelle dinamiche in corso a livello internazionali. Ben al di là di traduzioni casuali di libri da cassetta o simili estemporaneità come avvenuto finora.
Senza lasciare il campo in mano ad accademici, esperti o “intellettuali”, ma neppure ai circoli chiusi di correnti quali luddismo, situazionismo, marxismo e quant’altro, o limitarsi a dire “internet è politica”. Si tratta cioè di articolare/espandere le analisi proposte da autori come Rushkoff e Lovink, di riprendere esperimenti meno sexy come quelli di taglio “africano”, di superare collaborativamente il tipo approccio mainstream di privilegiare le “prime donne” alla Morozov (pur nella parziale rigorosità delle sue tesi sul “soluzionismo tecnologico”). Con l’obiettivo in progress continuo di offrire longreads, interventi, materiali di approfondimento, dibattiti aperti, conversazioni e così via. Un contesto più esteso (e la memoria storica) utili per stimolare al meglio l’eclettico ambito digitale nostrano, insieme a interventi collaborativi e strumenti bottom-up per una lettura meno ovvia e appariscente rispetto a un ampio ventaglio di referenti: dai professionisti super-indaffarati al mini-impero imprenditoriale, dai tantissimi individui interessati a capire meglio e darsi da fare fino ai nativi digitali e alla generazione Z sempre china sugli amati device “always on”.
Come scrivevo recentemente in un pezzo su CheFuturo per i 20 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di John Perry Barlow:
Proprio in un’epoca di massima centralizzazione di testate, socialità, contenuti. Un appello al monitoraggio attento sui pericoli dei lucchetti alla conoscenza e del controllo diffuso, entrambi ormai integrati nei gadget di uso quotidiano. Un invito pressante ai cittadini vecchi e nuovi del cyberspazio a (ri)prendere in mano il ‘bene comune internet’, per attivarne al meglio le potenzialità creative e la partecipazione dal basso sul territorio. Insieme all’importanza di un approccio critico sul digitale nel senso più ampio, altra specie in via d’estinzione nell’online odierno. … Perché, altro motto tipico in Rete negli anni della Dichiarazione di Barlow e meritevole di un attento revival: what it is > is up to us.

martedì 15 marzo 2016

La nobile "arte" di capire il mondo


Nota su «L'Impero virtuale - colonizzazione dell'immaginario e controllo sociale», Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 2015

Un libro di poche pagine, si legge in qualche ora, ma lascerà la mente occupata per giorni interi. Tanti sono, infatti, gli elementi che Renato Curcio ha analizzato e che aprono a una riflessione cosciente sull’impero virtuale. La scrittura asciutta e discorsiva permette una comprensione del testo anche se i temi trattati sono enormi. Da non sottovalutare è la preziosa bibliografia che fornisce ulteriori indicazioni per chi abbia voglia di approfondire. Il libro non racconta la storia di InterNET e non veicola prese di posizione a favore o contro; il lavoro di Curcio non si pone né tra gli “apocalittici” né tra gli “integrati”: analizza la condizione sociale data, la forma propria produttiva e culturale che altera, ristruttura il rapporto individui, gruppi, corpo sociale. InterNET è tante cose: è evidente che ha velocizzato la possibilità di comunicare e semplificato lo scambio di contenuti, ma questo testo illumina, fornisce gli elementi di comprensione per svelare il mondo “altro” in cui il “me altro”, “un me con altro nome” virtualmente vive. 

http://www.sensibiliallefoglie.it/
Siamo oramai abituati a considerare come normale il controllo dei contenuti che scambiamo - anzi un tributo necessario alla sicurezza - e non ci rendiamo conto di quanto materiale personale, intimo volontariamente diamo in pasto alla nuova oligarchia economica esperta nell’esercizio del potere digitale; un potere sulle nostre identità digitali mondializzato e totalizzante che istituisce forme di sudditanza inedite, radicali.

Un potere che accumula un’enormità di informazioni su ogni essere che abita il pianeta e che interconnesso scambia contenuti digitali. E per la maggior parte privo delle conoscenze basilari per comprendere appieno le insidie; i poteri tentacolari che la rete nasconde fra le sue maglie. Anzi l’adattamento attivo ed entusiastico cresce sensibilmente senza distinzione di età o condizione sociale senza suscitare alcun allarme. La vita sociale ormai è instradata da pratiche ambientali e circostanze obbligatorie che accrescono il dominio virtuale e le nostre dissociazioni. Il libro si propone quindi un’analisi sociologica che permette di comprendere, di prendere coscienza che siamo dei colonizzati, d’altronde la colonizzazione delle anime, ideologica, economica o per ragioni strategiche accompagna la storia europea. Oggi la colonizzazione dell’immaginario di qualcuno, dunque, significa intervenire sui processi della sua immaginazione al fine di renderli compatibili con quelli che caratterizzano l’immaginario istituito del soggetto colonizzatore.
Le leve di attrazione sono potenti: l’alienazione del desiderio, la disseminazione di dispositivi informatici attrattori negli ambienti urbani, lavorativi, commerciali o di svago (Sensori e telecamere, casse automatiche e carte plastificate con microchip di ogni sorta, localizzatori, badge…), la pubblicità diretta e indiretta anche quella fittizia dell’amico, compagno di scuola, collega di lavoro che ti chiede l’account social per entrare in connessione con lui / lei, tanto è tutto gratis e hai un mondo “altro” nelle tue mani
Alcune aziende che quindici anni fa non esistevano, come Google e Facebook, oggi costituiscono la nuova e potente oligarchia planetaria del capitalismo digitale. Internet ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. Questo libro propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano il nostro immaginario a fini di profitto economico e di controllo sociale. E mette in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, ansie e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare il dominio del nuovo impero. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione capitalistico. Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione personale e collettiva per istituire nei luoghi ordinari della vita varchi di liberazione.
Notizie sull'autore 
Renato Curcio, attualmente Direttore editoriale di SENSIBILI ALLE FOGLIE, svolge lavoro di ricerca socioanalitica e sugli stati modificati di coscienza e cura le attività promozionali della Cooperativa; ha pubblicato numerosi titoli, tra i quali ricordiamo qui: L'azienda totale, Il dominio flessibile, Razzismo e indifferenza, Sensibili alle foglie, 2010; con M. Prette e N. Valentino, La socioanalisi narrativa, Sensibili alle foglie, 2012; Mal di lavoro, Sensibili alle foglie, 2013

sabato 27 febbraio 2016

Italia digitale in stallo: penultimi nella UE per reti ultrabroadband

Il digitale in Italia non decolla secondo i dati del DESI 2016, l’indice europeo di digitalizzazione dell’economia e della società. Cresce l'eCommerce, ma la connettività è il nostro tallone d'Achille

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 

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Il digitale in Italia non decolla e l’ennesima conferma del nostro ritardo arriva dal capitolo sul nostro paese del DESI (Digital Economy and Society Index 2016), l’indice sviluppato dalla Commissione Europea che misura il grado di diffusione del digitale nei paesi Ue, basato su cinque indicatori (Connettività, capitale umano, uso di Internet, integrazione di tecnologie digitali e servizi pubblici digitali). Il nostro paese a giugno 2015 si piazza al 25esimo posto, perdendo una posizione rispetto al 2014 con uno score di 0,4 rispetto alla media Ue a 28 di 0,52. La Danimarca, i Paesi Bassi, la Svezia e la Finlandia rimangono in testa alla classifica del DESI. I Paesi Bassi, l’Estonia, la Germania, Malta, l’Austria e il Portogallo sono i paesi che crescono più in fretta e stanno distanziando gli altri.
Il problema principale resta la scarsa copertura delle reti a banda larga veloce (NGA almeno 30 Mbps), tanto che siamo al 27esimo posto nella speciale classifica europea della connettività, con appena il 5,4% delle famiglie che ha un abbonamento Nga sul 53% di quelle abbonate. A livello europeo, il 71% delle famiglie ha accesso alla banda larga ad alta velocità (almeno 30 Mbit/sec) rispetto al 62% dell’anno scorso.

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Analisi impietosa: Italia 27esima per connettività

L’analisi è chiara e i numeri impietosi: “L’anno scorso l’Italia ha fatto piccoli progressi in quasi tutti gli indicatori, eccezion fatta per il giro d’affari dell’eCommerce nelle Pmi (8,2% del totale), per quanto l’economia italiana potrebbe trarre vantaggio da un uso più diffuso del commercio elettronico”.
La copertura delle reti a banda larga (Nga) nel 2015 è passata dal 36% delle abitazioni al 44%, ma i progressi sono ancora troppo lenti (siamo al 27esimo posto nella Ue), ostacolando anche la sottoscrizione di abbonamenti a banda larga veloce, pari ad appena il 5,4% del totale, che è limitato al 53% delle famiglie. Siamo sempre più lontano dagli obiettivi dell’Agenda Digitale europea (copertura a 30 mbps del 100% della popolazione e del 50% della popolazione a 100 mbps entro il 2020). Certo, il tira e molla sul piano banda ultralarga non aiuta e il 2015 è stato un anno in cui invece di accelerare con la posa della fibra si è perso tempo prezioso.
Opposto il quadro della banda larga mobile, con il 75% di abbonamenti per 100 abitanti (al 10° posto nella Ue). Insomma, si compensa con gli smartphone.

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Digital skill, il 31% degli utenti online non ha le basi

Secondo il DESI, la ragione principale di questo ritardo nell’adozione della banda larga fissa risiede nella carenza di skill digitali nella popolazione, con il 31% degli utenti online che mancano di competenze digitali di base.
Pesa nel nostro paese la scarsa scolarizzazione: soltanto il 42% della popolazione ha un titolo di studi superiore a quello della scuola di secondo grado. Senza dimenticare l’alta percentuale di anziani.
La percentuale di specialisti Ict è pari ad appena il 2,5% della popolazione.
Ed è per questo che il 37% della popolazione non usa Internet con regolarità.

PA digitale, soltanto il 18% degli utenti restituisce moduli online

Una buona performance registra la disponibilità di servizi digitali della PA, superiori alla media europea e per il quali ci troviamo al 17esimo posto, ma la percentuale di utenti che restituisce online i moduli compilati è ferma al 18%, ed è questo secondo il DESI il vero tallone d’Achille della PA digitale.
“Soltanto nel 37% dei casi le informazioni già in possesso della Pubblica Amministrazione vengono riutilizzate per riempire i moduli precompilati degli utenti”, precisa il DESI, secondo cui le autorità del nostro paese potrebbero fare di più per migliorare la “usability” dei servizi online.
Detto questo, il rapporto dice anche che l’Italia, pur arrancando sotto la media Ue, rientra in un drappello di paesi che stanno tentando di risalire la china e chiudere il gap digitale (‘catching up’), insieme a Croazia, Spazia, Lettonia, Romania, Slovenia e Spagna.
catchup 
Uso di Internet, Italiani fanalino di coda della Ue

Per quanto riguarda l’uso di Internet, gli italiani sono il fanalino di coda nella Ue. C’è una resistenza atavica verso l’uso della Rete per effettuare transazioni, interagire con gli altri e leggere le news. Soltanto sul fronte della fruizione di contenuti video siamo in linea con la media Ue.

eCommerce in crescita

Per quanto riguarda l’integrazione del digitale nel mondo business, siamo al 20esimo posto. Le nostre aziende non stanno facendo grossi progressi nell’adozione di soluzioni di eBusiness, ma il canale eCommerce sta guadagnando terreno, con il giro d’affari derivante da questo canale sul totale passato dal 4,9% del 2014 all’8,2% del 2015.
 [Leggere
http://www.agendadigitale.eu/egov/1368_come-uscire-dagli-ultimi-posti-nella-classifica-digitale-europea.htm






 Il quadro europeo del DESI 2016
  • I progressi ci sono ma sono lenti: l’Unione europea nel suo complesso ha un punteggio di 0,52 su 1, un miglioramento rispetto allo 0,5 dell’anno scorso. Tutti i paesi dell’UE tranne la Svezia hanno migliorato il loro punteggio. Lo scrive la Commissione in un comunicato, precisando che
  • La Danimarca, i Paesi Bassi, la Svezia e la Finlandia rimangono in testa alla classifica del DESI.
  • I Paesi Bassi, l’Estonia, la Germania, Malta, l’Austria e il Portogallo sono i paesi che crescono più in fretta e stanno distanziando gli altri. La strada per arrivare in cima alla classifica mondiale è ancora lunga: per la prima volta la Commissione ha raffrontato l’UE con alcuni paesi in testa alla classifica della digitalizzazione (Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud). Il testo integrale della relazione su un nuovo indice delle performance digitali sarà disponibile a metà marzo 2016, ma i risultati preliminari indicano già che i paesi ai primi posti nella graduatoria dell’UE sono anche fra i più digitalizzati al mondo. Ma l’UE nel suo complesso ha ancora molta strada da fare prima di diventare un leader mondiale.
  • La connettività è migliorata ma rimane insufficiente a lungo termine: il 71% delle famiglie europee ha accesso alla banda larga ad alta velocità (almeno 30 Mbit/sec) rispetto al 62% dell’anno scorso. L’UE è sulla buona strada per realizzare la copertura totale entro il 2020. Il numero di abbonati alla banda larga mobile è in rapido aumento: da 64 abbonamenti per 100 abitanti nel 2014 ai 75 attuali. L’UE deve essere pronta a soddisfare la domanda futura e a realizzare la prossima generazione di reti di comunicazione (5G). Per questo motivo entro la fine dell’anno la Commissione presenterà una revisione delle norme UE in materia di telecomunicazioni, per affrontare le sfide tecnologiche e del mercato.
  • Migliorare le competenze digitali: nonostante sia lievemente aumentato nell’UE il numero di laureati in discipline scientifiche e tecnologiche e in matematica, quasi la metà degli europei (il 45%) non possiede competenze digitali di base (uso della posta elettronica, strumenti di editing o installazione di nuovi dispositivi). La Commissione affronterà la questione delle competenze digitali e della formazione entro la fine dell’anno nell’ambito dell’agenda europea per le competenze, che sarà varata prossimamente.
  • Il commercio elettronico, un’occasione mancata per le piccole imprese: il 65% degli internauti europei effettua acquisti online, ma solo il 16% delle PMI vende sulla rete e meno della metà di queste ultime (il 7,5%) lo fa anche oltre frontiera. Per affrontare questo problema, a dicembre la Commissione ha presentato proposte sui contratti digitali per tutelare meglio i consumatori che fanno acquisti online e aiutare le imprese a espandere le loro vendite sulla rete. La Commissione intende presentare a maggio un pacchetto legislativo per stimolare ulteriormente il commercio elettronico. Il pacchetto conterrà misure per risolvere la questione dei geoblocchi ingiustificati, rafforzare la trasparenza dei mercati delle spedizioni transfrontaliere e migliorare l’applicazione delle norme UE di tutela dei consumatori a livello transfrontaliero.
  • Più servizi pubblici online, ma sottoutilizzati:gli indicatori mostrano che le amministrazioni pubbliche forniscono una gamma più ampia di servizi online (consentendo ai cittadini di utilizzare Internet per dichiarare un nuovo indirizzo di residenza, la nascita di un bambino e altri eventi importanti). Tuttavia il numero di utenti che interagiscono online con le amministrazioni pubbliche rimane stazionario (32%).

giovedì 25 febbraio 2016

TIM e "l'utile idiota" PIF . . .

. . . "la libertà di non dover scegliere" . . .

La Filosofia della pubblicità Tim con Pif e morphing nuovo logo Telecom Tim

Dopo il conduttore televisivo Fabio Fazio e Sir Tim Berners-Lee, l'inventore del World Wide Web, è la volta di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif di raccontare il nuovo volto della Telecom Italia che sceglie per l'offerta commerciale il solo marchio TIM, marchio di cui è stato presentato il 13 febbraio a Roma, il nuovo logo.
Nel marzo 2014 Pif inizia il suo viaggio per conto di TIM nel mondo delle passioni degli Italiani e da allora è diventato l'unico araldo delle campagne Tim-Telecom raggiungendo una notorietà che le sue precedenti attività televisive, quale ex Iena e "Il testimone" su MTV, non gli avevano dato.
Qualche mese prima, a fine 2013 era uscito il suo primo film "La mafia uccide solo d'estate" che il presidente del Senato ed ex Procuratore Nazionale antimafia Pietro Grasso ha definito "la miglior opera cinematografica sul tema mafia che abbia mai visto". Fra gli altri riconoscimenti ottiene anche un David di Donatello come Miglior regista esordiente. Domenica 26 gennaio è tornato, dopo anni, in prima serata su Italia 1 a rivestire i panni di "Iena" e forse nel prossimo autunno, dovrebbe uscire il suo secondo film come regista, "In guerra per amore"

Nello spot TIM Pif ci racconta di come una infinità di connessioni alimenterà la nostra curiosità e sete di meraviglia portandoci  a vivere un futuro che forse non siamo nemmeno in grado di immaginare. Lo spot termina con breve animazione, la trasformazione (il morphing) del logo Telecom Italia nel nuovo logo TIM.
La campagna è firmata dall'agenzia Leagas Delaney Italia
La regia è di Michael Haussman per la casa di produzione Think Cattleya.
Colonna sonora dello spot la canzone Last Goodbye (1994) del cantautore e chitarrista statunitense Jeff Buckley di cui si ascolta la parte iniziale del brano, solo strumentale.

Trascrizione parole pronunciate da Pif in uno spot spot:

Oggi, grazie a una infinità di connessioni, possiamo essere infinitamente curiosi.
Comunicheremo da mente a mente?
Ogni bambino potrà inventare la sua scuola?
Diventeremo tutti dei geni?
Le nuove tecnologie si stanno evolvendo più in fretta delle nostre domande.
La nostra curiosità cresce continuamente, i nostri interessi si allargano.
Abbiamo fame di meraviglia e oggi le connessioni ci offrono una scelta praticamente infinita.
Chissà, forse ci occorre una immaginazione nuova - [Fonte: http://sdoppiamocupido.blogspot.it/]
Nel recente video seguente - come se nulla fosse - si mette in discussione la libertà del volere ed il concetto stesso di persona senziente, razionale . . . Si revoca in dubbio ciò che comunemente si internde per libertà: la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un'azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla. Secondo una concezione non solo kantiana, la libertà è una condizione formale della scelta che, quando si tramuterà in atto, in azione concreta, risentirà necessariamente dei condizionamenti che le vengono dal mondo reale, sottoposto alle leggi fisiche necessitanti, o da situazioni determinanti di altra natura.

mercoledì 17 febbraio 2016

La trasmissione della cultura nell’era digitale – Una inchiesta CENSIS sul sapere

CENSIS Note  Commenti n° 10
In questo numero del periodico "Note & Commenti", il CENSIS pubblica una ricerca realizzata in collaborazione con l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani che approfondisce gli effetti della rivoluzione digitale sugli stili conoscitivi, sulle forme di apprendimento, sui meccanismi di produzione e trasmissione del sapere nell’era contemporanea. Nella prima parte (La transizione delle forme di fruizione culturale) si cerca di fare il punto, sulla base delle statistiche ufficiali più aggiornate e attraverso il confronto della situazione italiana con quella degli altri Paesi europei, sui livelli di istruzione della popolazione, sull’andamento dell’abitudine alla lettura, sulle prospettive del mercato librario, sul ricorso al web e ai dispositivi digitali per fini culturali da parte degli italiani. Nella seconda parte (Fenomenologia dei processi di formazione e trasmissione della conoscenza degli italiani nell’era digitale) si analizzano i risultati di un’indagine campionaria originale realizzata con il fine di misurare l’evoluzione di questi fenomeni, al di là delle enfatizzazioni e dei gridi d’allarme lanciati da più parti, con l’intento di pervenire a un quadro conoscitivo effettivo e puntuale di cosa sta cambiando. Indice: Gli effetti della disintermediazione digitale nella trasmissione del sapere (di Massimiliano Valerii) Parte prima. La transizione delle forme di fruizione culturale Le traiettorie divergenti dei tassi di scolarizzazione e della propensione alla lettura Una deriva elitaria nella lettura dei libri Le prospettive del mercato librario La trasmissione del sapere attraverso il web, tutor e «oracolo» personale Parte seconda. Fenomenologia dei processi di formazione e trasmissione della conoscenza degli italiani nell’era digitale Una inchiesta sul sapere nell’era digitale I simboli contemporanei della cultura L’equilibrio di giudizio sulle tecnologie digitali Gli effetti della disintermediazione digitale: cultura on demand e bibliografia personalizzata Cinque profili tipologici della domanda di cultura nell’era digitale: i risultati della cluster analysis.
La ricerca mira a comprendere gli effetti della rivoluzione digitale sugli stili conoscitivi, sulle forme di apprendimento, sui meccanismi di produzione e trasmissione del sapere. Attraverso un’indagine campionaria originale ‒ una inchiesta sul sapere ‒ è stato possibile misurare l’evoluzione di questi fenomeni, al di là delle enfatizzazioni e dei gridi d’allarme lanciati da più parti, con l’intento di pervenire a un quadro conoscitivo effettivo e puntuale di cosa sta cambiando. Guarda la registrazione integrale

mercoledì 6 gennaio 2016

Apprendimento significativo mediato dalle tecnologie (By Barbara Bevilacqua)

Abstract

Le continue e complesse trasformazioni che caratterizzano la “liquidità” della società attuale, generano, rispetto al passato, nuovi valori e stili di vita, che determinano un cambiamento delle modalità conoscitive e comunicative dell’individuo.
In questa nuova prospettiva sociale la visione costruttivista del sapere, in particolare quella del costruttivismo socio-culturale, fornisce una risposta affinché l’individuo possa divenire protagonista responsabile della sua crescita personale e sociale, attraverso un impegno durevole per tutto l’arco della vita. Il modello di apprendimento significativo presentato in questo contributo intende proporsi come una via praticabile nel contesto formativo e scolastico, per promuovere nello studente la competenza intesa come “saper agire, reagire e co-agire pensando”, per aprirsi responsabilmente all’apprendimento del futuro e costruire e co-costruire una cittadinanza consapevole. In un’ottica europea è la competenza dell’imparare a imparare, che può essere sollecitata in percorsi formativi learning centered, attenti a tutte le dimensioni della personalità dell’apprendente (cognitiva, metacognitiva, pratico-operativa, affettivo-motivazionale, relazionale-sociale). È la competenza che viene alimentata in ambienti di apprendimento che valorizzano i saperi naturali dello studente e danno enfasi al suo ruolo attivo e riflessivo nei processi di costruzione, co-costruzione e condivisione di conoscenza e significato. Sono contesti “autentici”, in cui l’interazione comunicativa e sociale si realizza con altri soggetti, i pari e gli adulti (insegnanti, esperti) facilitatori, coaches e counselors, ma anche con le tecnologie. Queste ultime, dalle più tradizionali alle digitali e telematiche, fino alle moderne tecnologie sociali (web 2.0), sono “partner intellettuali” che aiutano a pensare. La classe diventa knowledge-building community, in cui tutti i membri sono impegnati in compiti autentici, che incoraggiano l’interdipendenza, nell’apprendimento efficace, tra saperi formali, informali e non formali.

Il clima di cooperazione e complicità positiva tra i membri del collettivo, sostenuto dall’utilizzo consapevole e intenzionale delle tecnologie, concorre a promuovere quell’imparare a imparare che si configura come chiave di volta per costruire oggi la cittadinanza digitale consapevole e, conseguentemente, ridurre il digital divide, importante causa del knowledge divide.


1. L'apprendimento significativo nella cornice teorica del costruttivismo socio-culturale

Il concetto di apprendimento significativo nasce all’interno del paradigma costruttivista della conoscenza e si sviluppa in molteplici correnti teoretiche, tra cui il costruttivismo socio-culturale.
La conoscenza è un processo di costruzione di significato da parte del soggetto, che rielabora in maniera personale e in parte arbitraria saperi già acquisiti, sensazioni ed emozioni. Questo processo, però, non rimane circoscritto alla sfera privata: nella consapevolezza che anche l’altro costruisce la propria conoscenza in modo soggettivo, si orienta all’accettazione e alla comprensione di prospettive multiple, [1] mediante forme di interazione comunicativa.
La comunicazione, che sta alla base dell’interazione sociale, è negoziazione di significati, che consente all’individuo di costruire in modo condiviso nuove conoscenze. In quest’ottica la concezione costruttivista dell’apprendimento sottolinea la centralità del soggetto apprendente, che attivamente e intenzionalmente cerca e costruisce la propria conoscenza, riflette sulla sua azione e osservazione in un contesto reale e “autentico”, in cui interagisce con gli altri, con le risorse informative e con le tecnologie. Il processo formativo abbandona la logica dell’insegnamento (teaching centered) a favore dell’apprendimento (learning centered).
L’insegnante non è più considerato un “disseminatore d’informazione”, [2] depositario indiscusso di un sapere universale, astratto e decontestualizzato. È piuttosto un facilitatore, un tutor, un coach e counselor, che guida l’allievo a riconoscere con consapevolezza e a ridefinire in modo riflessivo la trama delle sue competenze.
Lo studente, spinto da personali interessi e motivazioni, costruisce attivamente una propria concezione della realtà attraverso un processo di integrazione di molteplici prospettive, che derivano non solo dalla trasmissione di saperi codificati, ma anche dalle conoscenze ed esperienze pregresse, in una dimensione dialogica in cui l’“interscambio dialettico” ha lo scopo di ottenere una “costruzione di con-senso”[3]. Lo sviluppo della conoscenza è un’“impresa sociale”, [4] frutto della comunicazione interpersonale, del confronto e dello scambio all’interno della comunità di appartenenza, della condivisione e negoziazione di significati espressi da una comunità di interpreti.
Da qui il modello di apprendimento significativo oggi ampiamente condiviso nell’ambito formativo, che vede David Jonassen [5] tra i più illustri sostenitori.

2. Caratteristiche dell'apprendimento significativo

D. Jonassen, nella sua progressiva riflessione sul paradigma costruttivista socio-culturale, giunge a una definizione di apprendimento significativo fondata  su alcuni attributi: attivo, costruttivo, intenzionale, autentico e cooperativo. [6]
L’apprendimento è attivo se coinvolge attivamente l’apprendente nella costruzione della sua conoscenza in contesti significativi, mediante la manipolazione di oggetti, l’osservazione e l’interpretazione dei risultati dei suoi interventi.
Papert, [7] a tal proposito, parla di “artefatti cognitivi”, strumenti che consentono al soggetto in situazione di apprendimento di addentrarsi in un’esplorazione in cui costruire da solo i propri progetti, provare schemi e manipolare nozioni e idee, modificando lo status di “consumatore” di informazioni in quello di “produttore” di conoscenza. [8]
L’apprendere è quindi un processo alimentato dal fare pratico, necessario ma non sufficiente per generare apprendimento significativo.


L’azione, infatti, si traduce nell’imparare attraverso un fare costruttivo, che richiede la comprensione del compito, delle consegne e procedure, la riflessione cognitiva e metacognitiva sulle esperienze in corso, la comprensione del “perché” e del “come” della propria azione. Riflettendo su una situazione dubbiosa, gli studenti integrano le nuove esperienze e informazioni ricevute dall’esterno con la loro precedente conoscenza del mondo, in una sorta di negoziazione interna volta a trovare un senso a ciò che osservano. Iniziano costruendo i propri e semplici modelli mentali attraverso cui spiegano ciò che analizzano. Con l’esperienza e la riflessione tali modelli diventano sempre più complessi e richiedono, pertanto, una rappresentazione mentale più articolata, l’utilizzo di diversi processi di pensiero.
L’apprendimento avviene in modo significativo anche quando implica eventi consapevoli, intenzionalmente diretti al raggiungimento di un obiettivo e carichi emotivamente. Quando gli studenti intendono attivamente e deliberatamente conseguire un obiettivo cognitivo, pensano e imparano di più perché stanno realizzando un’intenzione. Ciò consente loro di utilizzare più efficacemente le conoscenze che hanno costruito in nuove situazioni, governando il cambiamento e le circostanze imprevedibili. La consapevolezza dello scopo da perseguire promuove la capacità di effettuare scelte e compiere decisioni e, conseguentemente, rafforza la convinzione di possedere le necessarie abilità, gli indispensabili strumenti e schemi d’azione per raggiungere le mete prefissate. Entrano così in gioco gli aspetti motivazionali, estremamente determinanti nel favorire lo sviluppo di processi di apprendimento significativo. Se lo studente sviluppa un sentimento di autostima e accresce la propria autoefficacia (self efficacity), [9] maggiori sono la disponibilità, l’attenzione e l’impegno profusi nel compito e più matura la motivazione ad apprendere.
Jonassen mette in evidenza come l’apprendimento significativo sia anche autentico, cioè contestualizzato e complesso. Gli studenti imparano di più e meglio se sono impegnati in “compiti autentici” [10], emergenti da “contesti autentici”, strettamente correlati al mondo reale, in cui si affrontano “problemi autentici”, quelli che si incontrano normalmente nella vita di tutti i giorni, dimostrando di essere in grado di risolverli utilizzando e applicando in modo intelligente le conoscenze e le abilità acquisite in nuove situazioni.
Il contesto, secondo Jonassen, è rappresentato dalle comunità di apprendimento e di costruzione di conoscenza, in cui le persone apprendono in forma cooperativa, imparando a considerare criticamente differenti e varie prospettive per affrontare e risolvere problemi. La cooperazione richiede la conversazione tra i partecipanti. Gli allievi che lavorano in gruppo devono necessariamente negoziare una comprensione comune del compito, concordare la scelta di metodologie adeguate per realizzarlo. La classe si fa comunità di apprendimento, «comunità di cui lo studente diviene membro cosciente e legittimo, attraverso un’accresciuta identità (dell’io attraverso il noi) che gli dà coscienza sociale, senso di responsabilità, spirito d’iniziativa, capacità critica, spirito di solidarietà». [11]
In questa dimensione sociale dell’apprendimento le comunità di studenti sono considerate, in un’ottica vygotskijana, molteplici “zone di sviluppo prossimale”, dove il mutuo tutoraggio tra pari, alimentato dallo scaffolding cognitivo (“sostegno” dei compagni esperti, dell’insegnante, dell’esperto), crea “coreografia di squadra”, [12] che orienta senza dirigere le teorie ingenue dell’allievo. Questi è così guidato a rivisitare il suo sapere e a riflettere sulle sue esperienze; è facilitato nella soluzione di problemi in una situazione di impasse; è sostenuto nei processi di costruzione della conoscenza, di sviluppo di abilità e competenze utili al conseguimento di obiettivi formativi centrati sui suoi bisogni. I processi interattivi tra gli agenti della comunità diventano motore che promuove la comunicazione e la condivisione di conoscenze, abilità, expertise, nonché l’apertura nei confronti di prospettive multiple. La varietà di conoscenze, esperienze e competenze all’interno di un collettivo di lavoro rappresenta un potenziale per un’azione più ampia e ricca, mediante la valorizzazione di tutti i tipi di intelligenza e dei talenti personali; nel contempo tale varietà facilita la legittimazione delle diversità e la comprensione delle differenze.


Ecco allora che il sostegno non si realizza solo sul piano cognitivo, ma anche su quello affettivo-motivazionale e relazionale-sociale. Lo scaffolding affettivo stimola, incoraggia, approva lo studente nel suo avvicinarsi alla pratica esperta. Sollecita la partecipazione attiva, l’interesse e la creatività, agendo positivamente sul senso di fiducia, sui sentimenti di autostima ed autoefficacia, sull’empowerment [13] finalizzato all’impegno e alla responsabilità, quindi sulla motivazione ad apprendere.

Note:
  1. Cfr. H. Gardner, Intelligenze multiple, traduzione dall’inglese di I. Blum, Edizioni Anabasi, Milano, 1994; Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e apprendimento, Erickson, Trento, 2005; Cinque chiavi per il futuro, Feltrinelli, 2007.
  2. A. M. Varisco, Costruttivismo socio-culturale. Genesi filosofiche, sviluppi psico-pedagogici, applicazioni didattiche, Carocci Editore, Roma, 2002, p. 32.
  3. Cfr. ivi, p. 18.
  4. Il termine “impresa sociale” è utilizzato da R. Lesh, H. M. Doerr, in Beyond the constructivism, LEA, Mahwah, NJ, 2003.
  5. David Jonassen è Distinguished Professor presso l‟Università del Missouri – Columbia, Scuola di Scienze dell‟Informazione e delle Tecnologie per l‟Apprendimento. Il sito personale è visitabile all’indirizzo: http://web.missouri.edu/jonassend/
  6. Cfr. D. Jonassen et alii Meaningful Learning with technology, Pearson Education,  Upper Saddle River – New Jersey – Columbus – Ohio, 2008.
  7. Il matematico sudafricano Seymour Papert, uno dei pionieri dell’intelligenza artificiale, è considerato un costruzionista perché sottolinea il ruolo importante che nell’apprendimento attivo rivestono gli “artefatti cognitivi”, oggetti e dispositivi che facilitano lo sviluppo di specifici apprendimenti (in primis il computer).
  8. Cfr. M. Capponi, Un giocattolo per la mente. L’“informatica cognitiva” di Seymour Papert, Morlacchi Editore, 2009, p. 47.
  9. Cfr. G. Le Boterf, Costruire le competenze individuali e collettive. Agire e riuscire con competenza. Le risposte a 100 domande, Edizione italiana tradotta da  M. Vitolo et alii, A. Guia Editore, Napoli, 2008, pp. 130-131.
  10. Cfr. H. Gardner, Intelligenze multiple, op. cit., pp. 117 e 126-131.
  11. A. M. Varisco, Costruttivismo socio-culturale. Genesi filosofiche, sviluppi psico-pedagogici, applicazioni didattiche, op. cit., p. 92.
  12. Cfr. G. Le Boterf, Costruire le competenze individuali e collettive. Agire e riuscire con competenza. Le risposte a 100 domande, op. cit., p. 201.
  13. Per approfondire il concetto di empowerment cfr. ivi, op. cit., p. 213.
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