menti in fuga - le voci parallele

menti in fuga - le voci parallele / menti critiche / @Giovanni_Dursi / Atomi reticolari delle "menti critiche", impegnati nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale"

lunedì 28 dicembre 2015

A proposito di . . .

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Indovina l’Incipit di 10 libri famosi


Grazie all’iniziativa Museum Week, i musei di tutto il mondo hanno aperto le porte ai loro tesori nascosti, mettendo in mostra segreti che solitamente sono inaccessibili al pubblico. Grazie a Twitter e ai social media, le realtà museali più prestigiose hanno messo a disposizione di curiosi e appassionati una miniera di chicche e dettagli gustosi, persino leggendari. Ecco una raccolta ...
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È passato un quarto di secolo da quando il Muro di Berlino che separava Berlino Est e Ovest è venuto giù. La prima volta che ho visitato la città era il 1983, e allora la capitale era ancora divisa in Est e Ovest da quel muro incombente. I viaggiatori potevano andare nella Berlino Est, ma dovevano passare attraverso una serie ...
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Gli scrittori che bevono sono un vecchio cliché. Ma che dire degli scrittori che smettono di bere? Molto inchiostro è stato versato sulla questione del perché così tanti scrittori siano alcolisti. Di sette premi Nobel americani, 5 erano alcool addicted, ai quali possiamo aggiungere una lunga lista di inglesi: Dylan Thomas, Malcolm Lowry, Brendan Behan, Patrick Hamilton, Philip Larkin, Kingsley ...
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Come ha scritto il Guardian, la scrittrice cileno-americana questo mese sarà insignita della più alta onorificenza civile negli Stati Uniti durante una cerimonia alla Casa Bianca con Obama. L’Autrice di bestseller Isabel Allende si è aggiudicata la Medaglia Presidenziale della Libertà da Barack Obama in una cerimonia alla Casa Bianca il 24 novembre. Allende è uno dei 19 individui scelti ...
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Il mercato dei libri digitali in Italia sta attraversando una fase di grandi novità, scontri e iniziative. Ogni giorno si assiste all’apertura di nuovi fronti di dibattito, riconducibili, comunque, alla questione di base: ebook o non ebook, libro digitale o libro cartaceo. L’Associazione italiana editori, con la campagna “Un libro è un libro” ha portato il terreno di scontro sul ...
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Dalle legioni romane al caos medievale, dai cavalieri ai seguaci di Cromwell, fino frantumazione degli ideali del ventesimo secolo, vi è un terreno fertile per il dramma di una guerra civile. Le guerre nazionali promuovono l’unità; le guerre civili sono definite dal suo crollo. E sono queste a nutrire la grande narrazione. Divisione significa tensione, scelta – le cose di ...
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È da sempre un genere considerato di nicchia, roba da appassionati. Il librogame ha trascorso diverse stagioni, per lo più legate a doppio filo con il successo di alcune serie e saghe – su tutte quella di Lupo Solitario. All’interno di queste stagioni, il pubblico italiano di lettori (ma anche protagonisti, in questo caso) si è sempre dimostrato ricettivo, anche ...
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Ti sembra una fantasia quella di comparire tra i personaggi di un romanzo di Margaret Atwood? O quella di giocare un ruolo fondamentale nel prossimo libro di Ian McEwan? Diciassette autori, tra cui Atwood, McEwan, Julian Barnes, Zadie Smith e Will Self, stanno vendendo i diritti di denominazione per i personaggi dei prossimi romanzi. L’occasione ufficiale sarà il mese prossimo, ...
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Venerdì 7 Giugno 2013, alle ore 18:00, presso la Libreria LIBERNAUTA di Pescara (Via Teramo 27), è stata presentata, per la collana editoriale “A lume spento”, «Spazio pubblico e desiderio» (Tabula fati, Chieti, Maggio 2013), silloge poetica di Giovanni Dursi. Il volume gode della prefazione dell'artista Pascal Iulianetti. La presentazione del libro è stata introdotta dall'editore, Dott. Marco Solfanelli [http://www.edizionitabulafati.it/ Tel. 0871561806 - Fax 0871446544 edizionitabulafati@yahoo.it]. Il commento critico è del poeta e scrittore, Prof. Giancarlo Giuliani, che ha “intervistato” l'autore. Ilaria Federico leggerà alcuni componimenti poetici di «Spazio pubblico e desiderio». L’autore ha donato ai presenti un componimento inedito.
http://www.edizionitabulafati.it/spaziopubblico.htm
«Spazio pubblico e desiderio» è – in campo poetico - l’opera prima di Giovanni Dursi, nato a Lanciano cinquantotto anni fa, il quale, dopo trentacinque anni di migrazioni metropolitane, torna a vivere e lavorare nella sua terra abruzzese d’origine. «Spazio pubblico e desiderio» contiene componimenti poetici che indagano – tra il dolore avvertito ed il piacere ricercato nel quotidiano e nella storia - il “senso” ed i “sensi”, la “coscienza dell'esistenza” ed il “desiderio di cambiamento”, l'immaginario di massa ed il “simbolico trasformativo”. Ne risulta l’accettazione transeunte della propria identità poiché sottoposta a rigenerazione nel rapporto costante con gli “altri”. Ne risulta, ancora, l'oggettiva necessità d'una ricodifica della realtà umana, originando, tale nuova cifra esistenziale, da una lacerazione. Per la Collana di poesia "A lume spento" delle Edizioni Tabula fati (Pescara www.edizionitabulafati.it) "Spazio pubblico e desiderio" di Giovanni Dursi. © Maggio 2013 si offre al lettore come silloge densa di suggestioni.
Nota di presentazione di Pascal Iulianetti.
"È sempre la mente l’alcova dei pensieri espliciti, attoriali, ma anche di pensieri intimi, pregni di sapori autentici, forse i più arditi, quelli che solo nella prosa poetica si possono descrivere e comunicare. Pensieri che osano danzare nell'immaginario, mai soggettivo, e nella danza svelano l'uomo, l'arcano di universi, non solo linguistici, relazionali, sociali, che ancora possono essere realizzati. Danzano sotto forma di parole, dapprima, per diventare, in seguito, respiro, pulsioni, azioni. Una vera e propria ricostruzione di senso. In un mondo umano cinico come il nostro, queste parole sembrano quasi fuori dall'epoca contemporanea, come se l'autore di “Spazio pubblico e desiderio” fosse riuscito ad "evitare" lo squallore che ci circonda guardandolo negli occhi. A tratti, le parole in uso nella silloge riescono a farci sognare, quindi vivere una vita altra, sono capaci, sollecitando l'onirico, di farci dormire senza morire (Amleto, Shakespeare), di distanziarci dall'attuale, ma, non per questo, di cadere in un improponibile romanticismo patetico. Piuttosto, s'avverte lo sforzo autentico che riesce ad inventare per sé e per gli altri un altro mondo.
Basta poco, girare l'angolo, all'improvviso. Guardare da un parte altra. Mettere a fuoco la visione con ulteriori tecniche e perizie. Come un umile artigiano, intento a fabbricare parole richieste, quando decide di generare l'inedito resoconto. Ne scaturisce una sorta di nuovo progetto esistenziale, prima ancora che letterario. Concepito da tempo, spesso accantonato, ma non rimosso, il disegno vitale matura, quindi, insopprimibilmente e s'annuncia presente, a volte sommessamente a volte impetuosamente, secondo le circostanze date dai rapporti umani, nei gesti e sguardi quotidianamente prodotti, utilizzati, consumati. Un nuovo definitivo inizio. Un gioco originale, una sfida tra parole preannunciate e quelle inventate.
Giovanni Dursi parla ancora di odori quando oggi l'omologazione olfattiva, anzi, l'insieme stesso della percezione sensoriale umana, è stato privato delle stesse sensazioni descritte. Riesce in un certo senso a far crescere fiori nell'asfalto, vede ancora, meglio, riesce a vedere ancora, spiagge deserte in un epoca che lascia poche speranze, concepisce e parla di desiderio, sente "caldo" e, soprattutto, ottiene di farlo sentire in un momento cosi freddo, cosi buio.
L'autore di “Spazio pubblico e desiderio” è una mente sedotta dalla nascosta e alienata armonia della vita, una mente che richiede di vivere in antitesi alla vita così come essa è comunemente narrata ed inghiottita da ciascuno, attimo dopo attimo, freneticamente ed in modo omologante. La seduzione porta al canto che è controcanto.
Questo controcanto origina dalla mente, calmo, lento, dai toni quasi lievi, ma passando dai sensi alla parola, se ne gusta – quasi preludio sensibile del bene inaccessibile (Filebo, Platone) - il già "dentro" di un'idea corporea (Fedro, Platone). Questo controcanto è tumulto del divenire trasformativo privo di suoni manieristicamente poetici, che non può essere semplicemente ascoltato eppure è un'ode, una creazione, una produzione dall'interno, un parto («tokos», Convito, Platone). Poesia, in fondo, è procreazione, per cui nessun particolare requisito si chiede, eccetto che sia generatrice ed inventrice. Gli aedi di regime sono avvertiti.
Leggendo la raccolta “Spazio pubblico e desiderio” un’eco muta avanza nei nostri pensieri di lettori abbagliati, talmente lenta e silenziosa da stordire cuore e mente, da rigenerare ritmi e indurre a cambiare strada, a fuoriuscire da spazi artefatti, da legami artificiali. Emulando, forse, i tempi della natura piuttosto che della storia umana, la bellezza del testo è compendiata davvero in ciò che piace all'autore che, in un improvviso assalto corpo a corpo, trasparentemente appare facendosi accogliere.
Il testo offerto all'attenzione delle curiosità umane, di per sé testimonianza preziosa di coraggiosi abbandoni di porti sicuri, è fuoco ch’arde nei meandri della memoria. L'opera è un ginepraio di parole dette nel tempo, apparentemente cristallizzate da comode e rassicuranti derive semantiche, che nelle pagine riemerge ora come veleno che ammala ed ammalia, ora come esortazione niente affatto retorica. Immergendosi convinti nella prosa poetica, il silenzio scoppia tra le dilatate grida dell'autore che giungono al lettore. Può accadere che forse in una notte esploda un dolore, allora che importa se muore il cuore e nel contempo il pianto cessa ? In quel momento, più nulla sia da piangere o con-piangere. È attesa, concreta illusione di pace, silente sospensione. Nulla, ora non siamo nulla, solo un corpo che s’illude di non aver ferite in campo di battaglia riportate. Questo è ciò che punge, più delle immagini che trasportano la sofferenza vissuta nelle terapeutiche parole.
Posta la dinamite, il boato annunciò la frammentazione della parola. Così la troviamo, slegata, volutamente nuova perché nuova è la pena che allontana l'autore da consueti suoi muti atteggiamenti di un tempo speso nel credere. Parole. Parole pensate, anelate emergono, echeggiano e vagano nella mente, transitano nello scritto; diventano pietre aguzze, schegge acuminate, spigoli taglienti, frantumi che feriscono. Preamboli di morte sotto un cielo senza voce. In quella fotografia incantata, la confessione biografica si raggela e diventa un grumo di sostanze. Veleno che corrompe la carne e frantuma sul nascere qualsiasi pensiero altro. Il desiderio – ora è detto chiaramente - è il persistente desiderare. Solo parole altre possono proteggere ed emancipare, parole chiare e limpide prive di rumore. Parole quasi sussurrate da un “noi” alla portata di tutti, ma che solo alcuni accettano. Parole accettate, accolte ed inviate a lenire mente e corpi. La parola che salva dalle parole, troppe, incessanti, che saturano. La parola innesca improvviso il fuoco, simbolo di elevazione e saggezza, che tutto arde, tutto sgretola, tutto scioglie e tutto rinnova, a partire dalle sofferenze primigenie, costitutive. L'inizio non può non essere lacerazione. Nel silenzio dei cauti passi di parole nuove si nasconde un ordito, una sottile trama che accoglie ogni pensiero, e prima ancora, ogni sussulto, che sia di ansia, di greve sincera ossessione o di libertà assoluta. È lì nella quiete senza oblio che prende forma la cifra dell'esistenza: un'identità recente, inaspettata, ricavata da un abisso di gesti inconsulti, di insensate speranze, di corteggiate follie, che si ripiegano tutte, mano a mano, in una sola direzione, nell'attonita danza delle parole alla fine trovate. Il silenzio – ci dichiara l'autore - è il nostro primo approdo alla vita activa, e sarà sempre il primo luogo dove covano le nostre risposte: come la notte che inghiotte ogni sospiro di bocche avide per consegnarci poi un dono sul far del mattino. Splendido ascoltare la voce del silenzio che dice !
Come le vigne rosse s’accendono d’ebbrezza e il  osto del desiderio si squarcia nei profumi d'autunno, travalicando labbra assetate, così l'autore intende dare peculiare espressione alla bellezza fondandola anacronisticamente sull'inseguita integritas, sulla smarrita proportio, sull'anelata claritas. In alcuni componimenti, tutti senza titoli, inutili recinti nati per confinare e racchiudere, si apprezza l'eros commisto alla generazione creativa (tokos) che danno vita all'entusiasmo lirico (manìa), mai da confondere con bucolica spensieratezza poiché la più funesta sorte del dolore è quando esso si trasforma in riso e commercio. A tal margine spesso altrove, non in questi testi, si giunge se vien meno la voglia di un riscatto o se si cede al sollazzo che compiace. Poco rimane tra le mani quando incombe cupo il curvo cristallo del cielo. Altro è, come l'autore sa fare, entrare come vino nella mente.
Cosa c’è nello sguardo rapito d’un figlio alla madre immediatamente dopo il lutto ? L’assenza ! In quei momenti la natura realizza la sutura e la scissione operata dalla mente si ricompone. Non predomina più il nous, il λόγος e l’animale-uomo primigenio torna intero. Pensiero, figlio, madre e, poi, padre, è un tutt’uno inscindibile. È amore infinito, un sudore condiviso, una sofferenza mai più avvertita come tale quand'anche ci si accorge che gli specchi, oltre che belli, son taglienti. È quella danza che si cheta nella vita desiderata che si realizza. Uno spazio pubblico degno dell'uomo che lo abita ottenendo la salvezza del dettaglio. Come Clinton Eastwood in tutte le recite filmiche, l'autore impara a soppesare non solo le parole, ma gli attimi, in tutti gli estetismi cercati con la coda dell'occhio, soprattutto dei silenzi, finalmente raggiungibili, generabili".
Gennaio 2013 Pascal Iulianetti
NOTA dell'autore - Perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”. E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.
La premessa del pensiero è la realtà. Ustionante e viva. Come l’emozione del parto. Cinquantacinque anni or sono. Il corpo accresciuto nella tenzone del precariato cognitivo con lo specchio della realtà. Ciò che colpisce sono i predatori che possano espandere la loro insensata ricchezza inghiottendo risorse materiali ed intellettuali e creare il vuoto, territori programmati per la quiete.
Si tratta di uscire dalla sfera dell’underground e proiettarsi verso l’alto. Si nasce nuovamente, nella semiosfera, per contendere il pensiero all’organizzazione di morte. Lo studio perpetuo delle filosofie, la loro tras-missione costante, proprio nei luoghi ove non arriva. Poi, quasi miracolo, la scrittura, tra la pianura padana ed il litorale adriatico. La scrittura, uno spazio vuoto restituito alla collettività, per evitare quel pieno di denaro che la rende lavoro astratto privo di significato. L’autonoma semioproduzione, unico tassello dell’antialienazione, resistenza e contrasto all’ignoranza ed alla trivialità. Rifiuto permanente, creatività vera.
L'aggressività d’una identità, così facendo, non è più voluta. La relazione tra linguaggio ed appartenenza è scossa. La disidentificazione avanza e si riattiva la sensibilità, il desiderio».

Note per la cultura - La critica all'deologia e l'addestramento al conformismo: Karl Marx e l'eredità della Scuola di Francoforte

Se Durkheim sottolinea il ruolo coercitivo della società, in quanto impone agli individui i propri modelli e valori, Marx (1818 - 1883) concorda con il pensatore francese puntando il dito contro le ideologie . Questo termine è stato usato per la prima volta dal filosofo Destutt de Tracy (1754 - 1836) per far riferimento all'insieme delle analisi sulle origini delle idee, la grammatica e la logica. L'accezione subisce l'inflessione negativa nel momento in cui il termine “ideologues” va ad indicare gli intellettuali astratti o in malafede. Anche per Marx l'ideologia ha un carattere negativo poiché indica quelle “rappresentazioni illusorie della realtà che servono ad occultare le effettive contraddizioni di essa e a legittimare gli interessi del potere costituito” che danno luogo a false universalizzazioni, la cui funzione è soprattutto quella di giustificare l'ordine costituito e di incanalare le frustrazioni proprie degli individui verso ideali astratti (...) in modo da allentare le tensioni conflittuali presenti nella società e da mantenere il consenso. Le ideologie sono, quindi, soprattutto uno strumento di potere e di manipolazione delle coscienze (Crespi 2002, 29 - 30). Le idee di Marx poggiano su di una concezione materiale del mondo; in questi termini il punto di partenza dell'analisi marxista è l'homo faber, l'uomo produttore, vale a dire l' uomo che lavora per sostenersi attraverso la produzione e la riproduzione. Ciò che la concezione materialista implica per la sociologia della cultura è che la religione, i valori, l'arte, le idee, le leggi e la cultura in generale sono i prodotti della realtà materiale. Come dice Marx, i materialisti partono dall'assunto che la direzione della causalità è dalla terra al cielo e non dal cielo alla terra; la ricerca culturale, pertanto, dovrebbe muoversi nella stessa direzione. Così, tutto ciò che esiste, dalle cose materiali come gli alberi fino alla stessa cultura, sono prodotti sociali tutti generati da una base costituita dall'economia e dalle forze materiali di produzione. In base a questo Marx afferma che la cultura, il governo, la religione, la politica e le leggi erano tutte sovrastrutture poste su una base fatta di forze materiali di produzione e delle loro fondamenta economiche; non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza (Marx, 1978) . In quest'ottica, la cultura e le idee prevalenti di una società riflettono la posizione della sua classe dominante, e la presunta validità e universalità di tali idee permetterebbero alla classe stessa di giustificare la sua posizione di preminenza. Le idee dominanti presenti in un determinato contesto storico non sono altro che il frutto di una trasposizione delle stesse idee all ‟ interno della società perché, usando le parole di Marx, “la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi di produzione materiale dispone con ciò (...) dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti (...) sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio” (1975, 35 - 36) . Si può tuttavia constatare che a livello dell'ideologia in generale si distinguono in realtà diverse ideologie specifiche: di queste, alcune sono destinate a dominare su altre, le quali resteranno, invece, un fenomeno marginale; a d emergere sulle altre saranno le ideologie che ricalcano gli interessi dei gruppi dominanti nella società (Hebdige 2000).
 
 
Il marxismo è stato il punto di riferimento per i teorici della Scuola di Francoforte, l'Institut che raggruppava al suo interno intellettuali le cui aree di pertinenza erano anche molto diversificate tra loro; tra i fondatori si possono citare Adorno (1903 - 1969) e Horkheimer (1859 - 1973), i quali sono tra i protagonisti, con Pollock e Marcuse, della Scuola attorno agli anni Trenta. I teorici francofortesi sostengono il carattere giustificatorio proprio dell'ideologia: quest'ultima si palesa nel momento in cui sussistono rapporti di potere non trasparenti oppure si razionalizzano situazioni di interesse e di gruppo. L'alienazione - altro concetto sul quale Marx ha sviluppato notevoli argomentazioni - secondo la Scuola di Francoforte “arriva a violare spazi un tempo riservati alla libera soggettività: il tempo libero, ad esempio, e la sfera dell'esercizi o della Kultur” (Apergi 1977, 59). La nozione di Kultur può essere intesa secondo diverse significazioni semantiche, anche se la Scuola di Francoforte ne riduce l'ampiezza a due accezioni: “una nozione di Kultur di tipo descrittivo - analitico . In senso largo Kultur designa l'intera sfera sociale, nella totalità delle sue articolazioni, sia “materiali” , che “spirituali” . In senso forte Kultur designa quei settori dell'attività sociale complessiva, i quali si presentano come relativamente disarticolati dal processo di produzione della vita materiale. Horkheimer li chiama: Kulturgebiete (sfere culturali) e li enuncia nella serie: “abitudini, arte, religione e filosofia”; una nozione di kultur costruita con una forte coloritura assiologia positiva, tanto da diventare nozione normativamente connotata, con valenza di dover essere, speranza utopica, progetto di emancipazione, in tensione eversiva rispetto all'esistente (Apergi 1977, 96 - 97). Tra i temi centrali dell'analisi della Scuola di Francoforte non vi è solo la Kultur, ma la Krisis della Kultur stessa: “uno dei motivi più ricorrenti è quello della critica al progresso culturale e alla divaricazione a forbice che si aprirebbe (...) tra l'estensione sempre più quantitativamente rilevante della cultura da un lato, e il depotenziamento qualitativo della stessa dall'altro. Il progresso materiale (Zivilisation) viene associato irreversibilmente al regresso culturale ” (Apergi 1977, 97). Appare qui evidente l'emergere del carattere mercificatorio della cultura, cultura che nelle parole dei teorici francofortesi sembra però conservare un certo grado di qualità se accessibile da un bacino d ‟ utenza piuttosto ristretto, infatti “la qualità (...) si lega alla limitata estensione quantitativa dei suoi destinatari sociali; mentre (...) un allargamento dei suoi “ utenti ” si converte inesorabilmente, in uno sgretolamento del contenuto trasmesso” (Apergi 1977, 97). Lukàcs, in un saggio del 1923 , asserisce - anticipando le posizioni della stessa Scuola di Francoforte - che “ nel momento in cui [la cultura] assume carattere di merce nel sistema di rapporti che la trasforma in merce, cessa anche la sua autonomia, la possibilità della Kultur ” (Lukacs, 1923) . La tesi della cultura come ideologia sostiene che “ la cultura prospetta l ‟ immagine di una società umana che non esiste; copre e dissimula le condizioni materiali su cui si eleva tutto ciò che è umano e, con la sua azione calmante e consolatrice, contribuisce a mantenere in vita la cattiva struttura economica dell'esistenza” (Apergi 1977, 28) . Secondo Adorno e Horkheimer (1966) , l'ideologia capitalistica ha lo scopo di fissare e modellare gli stati di coscienza degli individui, soprattutto attraverso i prodotti dell'industria culturale – quali riviste, radio, televisione, cinema, letteratura di grande diffusione - che strumentalizzerebbero le masse, impedendo così un uso critico dei mezzi di comunicazione di massa. Si viene così ad implementare un addestramento al conformismo che giunge fino alle emozioni più profonde dell'uomo: “la categorica sconfessione della cultura diviene il pretesto per promuovere quanto v'è di più sano e grossolano, che è esso stesso repressivo, e specialmente per dirimere testardamente il conflitto che si perpetua tra società e individuo, che pure sono entrambi condannati a morte, in favore della società secondo i criteri degli amministratori che di essa si sono impadroniti” (Adorno 1972, 19) . Gli autori della Scuola di Francoforte sviluppano inoltre alcune teorizzazioni riguardanti la sociologia dell'arte, sottolineando anche qui l'utilizzo dell'arte al fine di mantenere l'ordine sociale costituito: la maggior parte della produzione artistica dipenderebbe, nell'analisi di Adorno (1959) e Horkheimer, dal potere dominante che sfrutta l'arte per distogliere l'attenzione della collettività dai meccanismi repressivi in atto nella società capitalista (Horkheimer, Adorno 1966) .

Memory of Hiroshima: Il vuoto ed il pieno . . . Stomu Yamashta's Red Buddha Theatre


Stomu Yamashta's Red Buddha Theatre
Questa è la storia di Stomu Yamash'ta, percussionista giapponese. La sua fu una storia strana, venuto ed andato con la rapidità di un temporale estivo nella prima metà degli anni settanta, quel periodo in cui l'energia del rock stava venendo meno ed il reflusso della new wave era ancora di la da esplodere. Un periodo in cui il pubblico corteggiava le avanguardie ed i virtuosi, dal jazz rock alla musica elettronica agli avanzi di progressive. Stomu Yamash'ta arrivava dal Giappone, un paese allora molto lontano: nessuna contaminazione di quella cultura era filtrata nella nostra letteratura e nella nostra musica (a differenza, per esempio, dell'India). SY era nato a Kyoto nel 1947 ed aveva alle spalle robusti studi di musica classica. In America aveva poi studiato percussioni alla Berkley School Of Jazz. Musica classica e jazz: c'era di che far impazzire i fan di Keith Emerson! SY arrivò in Europa nel 1972 alla testa di un ensemble di danza giapponese chiamato Red Buddah Theatre. Si esibirono al Festival di Avignone (consigliatissimo: si tiene ad ogni luglio), poi a Londra e infine presero fissa dimora a Parigi in un teatro nel quartiere del Marais. Nel 1973 si spostarono a Londra alla Roundhouse. Stomu Yamash'ta fu praticamente accolto come un eroe. Articoli entusiasti sul Melody Maker come sul Financial Times, ed un contratto discografico firmato per la Island Records, allora quella di Traffic, EL&P, King Crimson, Jethro Tull, Jimmy Cliff, Bob Marley. Dal canto suo SY cercò immediatamente di inserirsi nell'ambiente musicale britannico, reclutando musicisti dall'area del jazz rock e di Canterbury e creando e disfando gruppi dal nome di Come To The Edge, East Wind, Raindog, mischiando prog e fusion ma anche canzoni in un contesto di musica totale in cui tendeva rapidamente a perdere il sapore orientale e giapponese, in cui però stava anche la fonte principale del suo fascino. Mentre ancora ci domandavamo dove volesse parare, ce lo dimostrò fin troppo chiaramente mettendo assieme nel 1976 un supergruppo (i Go) che cercava di clonare The Dark Side Of The Moon: era qui, come tutti, per i soldi!

Per tornare ai giorni del suo arrivo, la musica del balletto The Man From The East fu stampato su disco e fu fra le cose più belle regalateci dal musicista. Ancora fortemente intriso di musicalità giapponese e con un forte carattere teatrale, è una musica emozionale che funziona perfettamente anche senza supporto visivo. Percussioni asiatiche ma anche canzoni come in What A Way To Live In Modern Times, e ispirazioni cosmiche come Memory Of Hiroshima che non possono non essere ispirate a A Saucerful Of Secrets dei Pink Floyd. Il suo primo gruppo rock misto (ed il migliore) fu Come To The Edge, che mise assieme rovistando nel panorama jazz avangarde inglese: Andy Powell degli Henry Cow al basso, Robin Thompson alle tastiere e sax soprano, Morris Pert dei Brand X alla batteria oltre ad una sezione di fiati. Il disco, stampato dalla Island nel 1972, si intitola Floating Music e viaggiava deciso nella direzione della musica totale, fra suggestioni da soundtrack, fughe jazz rock, percussioni e flauti giapponesi. Tutta la seconda facciata è registrata dal vivo alla Queen Elizabeth Hall.
Uno splendido disco, che non vendette molto, ma due dei quattro brani (Poker Dice e One Way) finirono nella colonna sonora del film L'uomo che cadde sulla terra con David Bowie, fornendo ulteriore combustibile alla leggenda di Yamash'ta.
Nel 1973 già SY scioglieva quella ottima band per crearne una più ristretta, pescando grosso modo nello stesso ambiente. Furono gli East Wind, il vento dell'est, con Hugh Hopper dei Soft Machine al basso; Gary Boyle (già dei leggendari Trinity di Julie Driscol e Brian Auger) alla chitarra; Brian Gascoigne alle tastiere ed al synt, l'harp 2006; ciliegina sulla torta, la delicata violinista classica Hisako Yamash'ta, moglie di Stomu. Il disco, Freedom Is Frightening, la libertà spaventa, fu probabilmente messo assieme un po' alla svelta e si rivelò inferiore al precedente. Composto come quello da quattro brani, due per facciata, è un po' monolitico e da più l'impressione di essere una jam di studio che un disco strutturato. Vivace comunque il jazz rock di Rolling Nuns (suore rotolanti?) e toccante il finale per violino di Wind Words ad opera di Hisako, l'unico brano (da antologia) con un sapore orientale e con un tocco di misticismo.

Il secondo disco con gli East Wind fu One by One, colonna sonora di un documentario (si dice scadente) sul mondo delle corse automobilistiche. Il jazz rock degli East Wind subisce nel brano One by One una brusca accelerazione e lascia le nebbie londinesi per americanizzarsi, con percussioni latine e la chitarra elettrica di Boyle fra Santana e John McLaughlin. Hey Man è addirittura un pezzo funky cantato come su un disco di Stanley Clarke. Tangerine Beach è un pezzo melodico ed orecchiabile da colonna sonora per violino di un certo effetto. Nurburgring una bella traccia sinfonica dal sapore new age.
C'è chi può pensare che SY stesse cercando la formula per vendere qualche disco. Io credo piuttosto che, da musicista orientale precipitato nel calderone del rock, ne fosse sinceramente conquistato e curioso di sperimentarne la sintassi. In ogni caso nel 1975 mise assieme un nuovo show con il Red Buddah Theatre, la cui musica è costituita dall'album Raindog, in cui suonano di nuovo molti musicisti giapponesi oltre ai vecchi amici Guascogne e Boyle. Il disco fa perno su Dune, un rilassato jazz rock di stampo british della durata di 15 minuti, che però non è il brano più significativo. 33 1/3 è uno strumentale per percussioni che pure finirà nella colonna sonora del citato film di David Bowie.
Rainsong è un'orecchiabile brano cantato ispirato ai Traffic di Steve Winwood, come pure la bella The Monks Song (dopo il pezzo sulle Rolling Nuns ci sta). Shadows è un pezzo classico per violino e piano composto ed eseguito da Hisako Yamashta e Gascogne. Il conclusivo bello strumentale Ishi è ispirato al world jazz dei Weather Report di Nubian Sundance.

Nel 1976, mentre già gli echi del punk facevano capolino a Londra, SY realizzò un supergruppo formato da Steve Winwood (reduce dai Traffic ed in procinto di registrare il suo primo omonimo, ottimo LP), il tastierista elettronico tedesco Klaus Schultze (Irrlicht, Blackdance), il percussionista Michael Schrieve (Santana) ed il virtuoso della sei corde Al Di Meola (Return To Forever). Un progetto intitolato Go dal sapore molto glamour e patinato, totalmente votato a clonare il disco di enorme successo dei Pink Floyd The Dark Side Of The Moon, in cui ognuno dei talenti impegnati darà praticamente il peggio di sé, con l'eccezione di Stevie che, praticamente pesce fuor d'acqua, compose e cantò una gran bella ballata, Crossing The Line. I Go sfioreranno il kitsch con il tour, registrato per un doppio live al Palais Des Sports a Parigi.
Nonostante l'assenza del riscontro commerciale che si sarebbe aspettato, Yamashta, il cui cognome aveva intanto perso l'apostrofo per motivi di marketing, non si diede per vinto e rilanciò con il progetto di Go 2, o meglio Go Too, con il cantante inglese Jess Roden al posto di Winwood (ormai decollato verso la propria carriera solista) ed una quantità di voci femminili da far invidia alle Labelle. Il disco è infatti sorprendentemente indirizzato verso un R&B da discoteca, forse ispirato questa volta più dai Bee Gees della Febbre del Sabato Sera (dello stesso anno) che dai Pink Floyd.
Dopo Go Too, Stomu Yamashta rimase senza pubblico e senza contratto discografico in una scena che era improvvisamente e radicalmente cambiata. Fece ritorno in patria trasportato come Mary Poppins dal vento dell'est per ritrovare sé stesso in un monastero buddista.

I suoi dischi sono stati ristampati dall'ottima Esoteric Records, e per le orecchie curiose sarebbe un peccato non ascoltare almeno i primi due, The Man From The East e Floating Music.
 

martedì 1 dicembre 2015

destinazione[cultura].it si presenta

"Destinazione" non è "destino". Il concetto di Destino nella mitologia greca è sostenuto da una visione di tipo “pessimistico” e “tragico”; l’ essere umano risulta sottomesso alla fatalità degli eventi; l’ idea di ineluttabilità viene rappresentata da precise figure mitologiche, infatti nel pensiero pre-filosofico il Destino assume le caratteristiche dell’ esperienza che l’ uomo fa di tutto quanto non dipende da lui, e perciò si incarna in figure che via via rappresentano sfumature diverse assumendo i significati di punizione, vendetta, morte, maledizione, ai quali gli Dei stessi sono sottoposti. Le Erinni sono le più antiche divinità elleniche che evocano il concetto di Destino, infatti sono figure che non hanno altra legge se non loro stesse e a cui anche gli Dei devono obbedire. La cultura, al contrario, si caratterizza per un'immanente "intenzione" che genera ogni sua conquista e realizzazione. L'uomo "culturale" si pone scopi razionali. Grande importanza emancipatoria viene attribuita al termine "cultura" da parte non solo delle Scienze sociali. Constatabile è che le forme umane di vita evolvono causando una dimensione extragenetica, artificiale, quindi culturale, del vivere associato. L'obiettivo del blog è quello di evidenziare vari passaggi storici ed antropologici nella trasformazione sociale che hanno generato la contemporaneità. 
L'analisi delle più interessanti concezioni di cultura (dall'idea di cultura corrispondente alle mere conoscenze apprese dall'individuo per arrivare all'intelligenza artificiale) che si desumono dalla produzione di saggi, indagini, idee filosofiche, servirà ad enfatizzare le elaborazioni teoriche e le prassi sociali che sembrano influire sulla generazione di "pensiero critico" e sul conseguente agire comunitario multiculturale e multietnico.